Le primarie del centrosinistra hanno una nuova motivazione dottrinale: la saliva. «Se accettassi di individuare il leader in un altro modo, i miei mi sputerebbero», ha detto Giuseppe Conte alla Stampa, tra una pasticciata e un bis di cannelloni alla Festa dell’Unità di Pesaro. Non un’idea di Nazione, non una legge, non un programma: la paura di essere sputato. Il Tribuno prende atto che i Cinque Stelle hanno trovato finalmente un principio non negoziabile.
Sul fronte opposto la coerenza è pari. Il 28 agosto Elly Schlein aveva liquidato il dibattito sulle primarie come «inutile, dannoso e subalterno», come abbiamo raccontato. Dodici giorni dopo il sondaggio Noto per Porta a Porta la dà avanti su Conte, 52 a 44. E i gazebo tornano possibili: «valuteremo se fare un accordo su chi prende un voto in più o le primarie». Le primarie erano subalterne finché le perdeva. Ora sono un’opzione. La democrazia interna del Pd ha lo stesso orario del sondaggio.
Questo è il quadro con cui i quattro sono saliti ieri sul palco della festa di Avs, a Testaccio. Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni. Renzi, ovviamente, no: Conte ha spiegato che «ci fa perdere voti», anche se «dovremo farci i conti». Il perimetro della coalizione resta quello del vertice di Ferragosto: chi c’è si conta, chi manca si tollera.
Il luogo merita un’osservazione. Testaccio è il Monte dei Cocci, l’unico colle di Roma costruito dall’uomo: una collina di anfore rotte che l’antica città scaricava lì dopo l’uso, per secoli, strato su strato. Il campo largo non poteva scegliere sede più fedele. Anche la sua è una collina di pezzi buttati via: il woke, scaricato da Conte in agosto; le primarie, scaricate da Schlein a fine mese e ora ripescate; il programma, annunciato a giugno e rinviato a «entro fine ottobre»; Renzi, scaricato ogni settimana e ogni settimana ancora lì.
Poi è successo qualcosa che i leader non avevano previsto. Dalla platea si è alzato un grido, in romanesco, con tanto di cartello: «Sbrigateve». Bonelli ha risposto «sono d’accordo». È l’unico punto programmatico approvato all’unanimità in tre mesi di feste, piazze e interviste. E non l’ha scritto un leader: l’ha scritto la plebe, con il pennarello.
Conte ha anche aggiunto, andando via: «Anche tra quelli del Pd ho un certo seguito». Il Tribuno traduce: sto girando le feste dell’Unità per portare via gli elettori a Schlein, e lo dico al giornale. L’alleato modello, con la tovaglia ancora al collo.
Intanto la nuova legge elettorale chiede un nome di candidato premier al momento del deposito delle liste. Il centrodestra ce l’ha dal 2022. Il campo largo, a settembre 2026, ha un sondaggio, una minaccia di sputi e un cartello. Il Tribuno, che per mestiere sta con chi scrive i cartelli, non aggiunge nulla. La platea ha già detto tutto in una parola.
Ave atque vale.

