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Laboratorio / Politica Politica

Se Vannacci supera Forza Italia, per Meloni comincia il vero problema

Fabrizio Fratus

Senza il 42% la coalizione dovrà trattare. E un governo tecnico nato per fermare la destra potrebbe diventare la migliore macchina elettorale di Futuro Nazionale.

Riassunto dell'articolo

L'analisi ipotizza lo scenario in cui Futuro Nazionale di Roberto Vannacci superi Forza Italia alle elezioni politiche del 2027 e il centrodestra resti sotto la soglia del 42% prevista dalla nuova legge elettorale. In quel caso Giorgia Meloni sarebbe costretta a negoziare con alleati indeboliti: una Lega ridotta a comprimaria e una Forza Italia divisa tra la permanenza nella coalizione e la tentazione di un governo tecnico con la sinistra. Il testo sostiene che un esecutivo trasversale nato per arginare la destra produrrebbe l'effetto opposto, offrendo a Vannacci il ruolo di unica opposizione ai "governi di palazzo", secondo la dinamica osservata con Le Pen in Francia e AfD in Germania. La conclusione è che Meloni e Vannacci potrebbero essere spinti a un accordo per necessità aritmetica.

Il sorpasso non è più fantascienza: se Vannacci supera Forza Italia, per Meloni comincia il vero problema. E potrebbe essere molto più di un semplice ribaltamento nei rapporti di forza del centrodestra. Se Roberto Vannacci supera Forza Italia e la coalizione non riesce a sfondare il fatidico muro del 42%, arriva il momento della verità: quello in cui la propaganda lascia spazio all’aritmetica. E l’aritmetica, in Parlamento, non fa sconti a nessuno.

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Il problema non è vincere, è governare

Si può essere il primo partito. Si può rivendicare la leadership. Si può ripetere fino alla nausea il mantra del “mai con il PD”. Ma se i seggi non bastano, una cosa diventa inevitabile: bisogna trovare i numeri per governare. Ed è proprio qui che Giorgia Meloni rischia di entrare nel labirinto più pericoloso. Il problema non è vincere. È governare. Fratelli d’Italia può anche arrivare primo. Ma arrivare primi non significa essere autosufficienti. Se il centrodestra non raggiungesse una maggioranza sufficientemente larga, Meloni sarebbe costretta a fare quello che ogni leader politico preferirebbe evitare: negoziare.

E dovrebbe negoziare proprio con quegli alleati che oggi rischiano di arrivare alle elezioni più deboli di prima.

La Lega da componente decisiva a comprimaria

La Lega, innanzitutto. Se i consensi e i seggi diminuiscono, diminuisce anche il potere contrattuale. Meno parlamentari significa meno peso nelle decisioni, meno capacità di imporre condizioni, meno poltrone da rivendicare. La Lega rischierebbe così di passare da componente decisiva della coalizione a comprimaria. E questo, per un partito che ha costruito gran parte della propria identità sulla capacità di condizionare il centrodestra, sarebbe un colpo durissimo.

Il bivio infernale di Forza Italia

Ma il terremoto più grosso potrebbe riguardare Forza Italia. Per gli azzurri si aprirebbe un bivio infernale. Da una parte, restare nel centrodestra e accettare che il baricentro politico si sposti ulteriormente verso Destra.

Dall’altra, tentare la carta delle larghe intese o di un governo tecnico per impedire che la destra più dura conquisti tutto il potere. Peccato che la seconda strada possa trasformarsi in un suicidio politico. Perché cosa succederebbe se Forza Italia decidesse di sostenere un governo costruito insieme a forze che vanno da sinistra sino a Forza Italia?

Succederebbe una cosa semplicissima: il partito, probabilmente, si spaccherebbe. E soprattutto arriverebbe il conto dell’elettorato, in futuro. Una parte degli azzurri potrebbe considerare quella scelta una prova di responsabilità istituzionale. Ma una parte consistente dell’elettorato di centrodestra potrebbe leggerla in modo completamente diverso: come un tradimento della coalizione. E quando un partito perde la propria collocazione politica, perde anche la propria ragione di esistere.

Il paradosso del governo tecnico-arcobaleno

Qui arriva il paradosso.

Immaginiamo un governo “tecnico-arcobaleno”, una maggioranza parlamentare capace di mettere insieme Alleanza Verdi-Sinistra e Forza Italia, passando attraverso una serie di compromessi e accordi trasversali.

L’obiettivo sarebbe chiaro: fermare l’avanzata della destra. Il risultato potrebbe essere esattamente l’opposto.

Perché non esiste regalo politico più grande per una destra, radicale o no, di un governo percepito come nato nei corridoi del Parlamento per impedire che il voto degli elettori produca il risultato atteso. Vannacci avrebbe davanti a sé un’occasione irripetibile.

Potrebbe presentarsi come l’uomo che non accetta compromessi, il candidato che non si piega alle larghe intese, quello che denuncia l’ennesimo “governo di palazzo”.

E il malcontento farebbe il resto.

Più il sistema cercasse di isolare Vannacci, più potrebbe finire per renderlo indispensabile. Un po’ come succede in Francia con la Le Pen e in Germania con AfD.

La domanda che Meloni non può ignorare

È questo il punto che Giorgia Meloni non può permettersi di ignorare. Se Vannacci supera Forza Italia, il centrodestra non sarebbe più quello di oggi. Cambierebbero i rapporti di forza. Cambierebbero gli equilibri interni. Cambierebbe soprattutto la domanda che tutti sarebbero costretti a porsi: chi rappresenta davvero la nuova destra italiana?

Meloni non potrebbe semplicemente far finta di niente. Dovrebbe scegliere se contenere Vannacci, rischiando di spingerlo ancora più lontano, oppure integrarlo in un nuovo equilibrio politico, accettando che il centrodestra diventi più duro, più identitario e meno disposto ai compromessi. In entrambi i casi, sarebbe una partita rischiosa.

Ma una cosa è certa: ignorare il problema non lo farebbe sparire.

La frittata sarebbe servita

Ecco allora il paradosso finale. Forza Italia potrebbe pensare di salvare il centro moderato attraverso un governo tecnico. La Lega potrebbe cercare di conservare il proprio spazio contrattando fino all’ultimo seggio. Meloni potrebbe tentare di mantenere il controllo della coalizione. E Vannacci potrebbe aspettare.

Perché se il centrodestra si divide, se i moderati si smarcano e se nasce un governo trasversale percepito come l’ennesimo compromesso di palazzo, la protesta avrebbe finalmente un volto, un bersaglio e un candidato da votare.

A quel punto Vannacci non avrebbe più bisogno di convincere tutti. Gli basterebbe raccogliere quelli che non si riconoscono nel nuovo equilibrio. Ed è così che una manovra pensata per arginare la destra potrebbe trasformarsi nella sua più potente macchina elettorale.

Alla fine resta soltanto l’aritmetica

La morale è brutale. Se il centrodestra non avrà i numeri, Meloni dovrà fare i conti con gli alleati. E se Vannacci supererà Forza Italia, dovrà fare i conti anche con un nuovo equilibrio a destra. Non ci saranno formule magiche. Non basteranno i proclami. E soprattutto non basterà il vecchio schema del centrodestra così com’è stato conosciuto finora. Meloni e Vannacci, piaccia o non piaccia, potrebbero essere costretti a trovare un accordo.

Non per simpatia. Non per affinità. Non per convenienza personale. Per necessità. Perché l’alternativa potrebbe essere un governo costruito contro la destra. E il paradosso finale è che proprio quel governo potrebbe consegnare alla destra una forza che oggi ancora non ha.

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Fabrizio Fratus
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