La fiamma sul petto è diventata una spilla da svendere al miglior offerente, un cimelio da museificare per compiacere quei salotti buoni che un tempo vi guardavano con disprezzo. Ignazio La Russa, Fabio Rampelli, Edmondo Cirielli, Tommaso Foti: guardatevi allo specchio e chiedetevi che cosa sia rimasto della coerenza di chi parlava di sovranità, di opposizione al sistema, di barricate e dignità.
La parabola di Gianfranco Fini
La storia, del resto, qualche lezione l’ha già impartita. Gianfranco Fini è forse l’esempio più evidente di come il sistema sappia prima accogliere, poi utilizzare e infine isolare chi decide di abbandonare il terreno originario della propria comunità politica. L’uomo che aveva guidato la destra italiana per decenni arrivò ai vertici delle istituzioni e cercò una piena legittimazione nel sistema politico repubblicano; ma quando il suo percorso entrò in collisione con gli equilibri di potere, quella stessa macchina politica che sembrava pronta ad accoglierlo finì per lasciarlo ai margini. Una parabola che dovrebbe far riflettere chi oggi confonde la legittimazione dei palazzi con la conquista del potere reale.
Il sistema non ha bisogno della destra
Perché il punto è proprio questo: il sistema non ha bisogno della destra come forza autonoma. Ha bisogno, semmai, della sua capacità di mobilitare consenso, rabbia e identità. La usa quando serve, la normalizza quando conviene e, quando non è più indispensabile, può tranquillamente accantonarla. È una dinamica che la storia politica italiana ha mostrato più volte: l’integrazione nei meccanismi del potere può garantire incarichi e riconoscimento istituzionale, ma non necessariamente autonomia.
Oggi siete lì, ingessati nei doppiopetto di ordinanza, a gestire il potere di palazzo mentre una parte della vostra stessa base vi chiede dove siano finite le promesse con cui siete arrivati al governo. Quella che un tempo si definiva destra rischia di apparire sempre più lontana, sacrificata sull’altare del realismo politico e della ricerca di una rispettabilità istituzionale che, per quanto possa essere utile nel breve periodo, non cancella il giudizio della vostra comunità.
Parlate di regole, difendete equilibri, alzate muri contro chi vi ricorda le promesse elettorali. E allora la domanda diventa inevitabile: quanto può sopravvivere un’identità politica quando, per essere accettata dal sistema, finisce per assomigliare sempre di più al sistema stesso?
La memoria non è un soprammobile
I morti, i militanti, le generazioni che hanno costruito quella storia non possono essere ridotti a una fotografia da appendere nei corridoi delle istituzioni. La memoria politica non è un soprammobile da esibire nelle occasioni solenni: è una responsabilità. E se quella memoria viene utilizzata soltanto quando serve a raccogliere voti, il rischio è che la fiamma rimanga accesa soltanto nel simbolo, mentre nella sostanza si consuma lentamente.
La trappola dell’innocuità
Ed è qui che si trova la lezione più amara. Il sistema non deve necessariamente sconfiggere la destra: gli basta renderla innocua. Non ha bisogno di cancellarne i simboli; può semplicemente incorporarli, istituzionalizzarli, trasformarli in ornamento e utilizzarli finché risultano funzionali. Poi, quando non servono più, può lasciarli indietro.
È questa la trappola che dovrebbe preoccuparvi più di qualsiasi opposizione: non perdere il potere, ma perdere la propria ragione d’essere mentre lo si esercita.
Oltre il leader, una comunità politica
Perché una coalizione può vincere grazie a un leader. Ma non può costruire un progetto storico affidandosi soltanto a un leader. Giorgia Meloni ha dimostrato di saper conquistare il governo. Adesso il centrodestra deve dimostrare di saper costruire una comunità politica capace di sostenerlo.
Altrimenti Vannacci continuerà a sembrare il problema, quando, invece, è soltanto lo specchio nel quale il centrodestra sta vedendo le proprie debolezze.


Andrea Romualdi. Sarà parente di Pino Romualdi ? se lo è, vuol dire che buon sangue non mente.
Pino Romualdi era il vicesegretario del PFR ed avendo un ruolo così importante, dovette vivere nascosto e lasciare la segreteria del partito a Giorgio Almirante. Romualdi era certamente occidentale ma era anche filoarabo e palestinese. Almirante, autore delle “leggi razziali”, divenne invece subito sionista e filooatlantico. E con Almirante, ci siamo ritrovati un partito che guardava a Washington e a Tel Aviv sebbene in quel periodo la classe dirigente israeliana si appoggiasse a Mosca e a Stalin. Almirante era un ottimo oratore e un pessimo politico. E da questa svolta sionista è nata AN e oggi FdI. Per tornare ad una vera destra bisogna tornare indietro, alle dimenticate insorgenze cattoliche e antigiacobine per le quali, come per i carlisti, i nemici erano i liberali. Ma questa classe dirigente avrà il coraggio di una reazione così
energica. Ne dubito ma mi affido alla Vergine Maria che può fare miracoli. Vedremo