Nel dibattito contemporaneo sulle origini e sul rapporto tra scienza e fede, uno degli aspetti meno evidenti ma più influenti riguarda il modo in cui la teoria dominante – il naturalismo – finisce per determinare ciò che osserviamo e le conclusioni che siamo disposti ad accettare.
Scienza operativa e scienza storica: due ambiti diversi
Per comprendere questo fenomeno, è fondamentale tracciare una netta distinzione tra due ambiti della ricerca scientifica: la scienza operativa e la scienza storica. La prima si occupa di fenomeni attuali, verificabili attraverso esperimenti ripetibili, ed è la stessa che ci ha regalato gli straordinari benefici tecnologici del mondo moderno. La seconda, invece, si relaziona con eventi passati, unici e irripetibili.
Il naturalismo filosofico come paradigma egemone
Nel campo della scienza storica, i “fatti” non parlano mai da soli; essi necessitano inevitabilmente di un’interpretazione. Attualmente, il quadro interpretativo egemone è il naturalismo filosofico, secondo cui la materia e l’energia rappresentano l’interezza della realtà. All’interno di questo paradigma dogmatico, persino concetti come la morale e l’idea stessa di “dio” vengono ridotti a meri prodotti evolutivi. Di conseguenza, le regole del gioco scientifico odierno escludono a priori qualsiasi spiegazione che preveda un intervento o un disegno intelligente, anche quando i dati osservati sembrerebbero puntare in quella direzione.
“Dov’eri tu quando io fondavo la terra?”
È essenziale notare che non esiste alcuna contraddizione tra la scienza sperimentale e la Bibbia. Il conflitto sorge esclusivamente nel terreno delle congetture della scienza storica, dove il passato viene ricostruito a partire da frammenti incompleti nel presente. Come Dio domandò a Giobbe: “Dov’eri tu quando io fondavo la terra?” (Giobbe 38:4), né il paleontologo né il geologo erano testimoni oculari della creazione; essi tentano di assemblare una narrazione del passato che sia però rigorosamente costretta a rispettare i confini imposti dal paradigma naturalistico.
La Rivelazione come risposta al vuoto conoscitivo
Dal punto di vista cristiano, la risposta a questo vuoto conoscitivo è la Rivelazione. Secondo la prospettiva di fede, solo il Creatore era presente all’origine e ha comunicato non solo i tempi e l’ordine dell’opera creazionistica, ma anche la tragica frattura causata dal peccato umano, in attesa di una restaurazione futura (Apocalisse 21-22).
Genesi 1-11: cronaca storica, non allegoria
Ciò in cui si crede non rimane confinato nell’ambito astratto della filosofia, ma incide profondamente sulla vita quotidiana, sulle relazioni e sul destino esistenziale di ciascuno. Per questo motivo, la Rivelazione del Vangelo poggia solidamente sui primi undici capitoli della Genesi, i quali non vanno letti come una semplice allegoria o un mito, ma come una cronaca storica descritta dal Testimone supremo. Adottare un approccio puramente allegorico non solo contrasta con il resto della Scrittura, ma apre la strada a una revisione compromettente della Parola di Dio, con gravi ripercussioni sull’integrità stessa della fede e della morale.
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