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Europa

Dalla Sassonia-Anhalt a Cernobbio: perché i popoli d’Europa votano a destra e cosa può nascere tra Meloni e Vannacci

Federico Galli

AfD al 44%, Vox oltre il 17%, Bardella al 32%, Futuro Nazionale quarto partito e Fratelli d'Italia primo dopo quattro anni di governo. Il duello Monti-Vannacci a Villa d'Este spiega la frattura. E in Italia l'intesa tra la premier e il generale può dare alla Nazione il governo più forte d'Europa.

Riassunto dell'articolo

Il Fondo parte dal voto del 6 settembre 2026 in Sassonia-Anhalt, dove l'AfD di Ulrich Siegmund ha raggiunto il 44 per cento contro il 17 della CDU, e lo collega alla crescita di Vox in Spagna (17,6 per cento nella media dei sondaggi, oltre il 50 con il PP) e del Rassemblement National in Francia (Bardella tra il 32 e il 38 per cento, vincente al secondo turno). In Italia Fratelli d'Italia resta primo al 26,5 per cento dopo quattro anni di governo e Futuro Nazionale di Vannacci sale al 7,9, superando Forza Italia; il centrodestra allargato vale il 46,8 contro il 40,6 del campo largo. L'analisi spiega lo spostamento a destra come voto sulla rappresentanza contro un ceto dirigente che sposta le decisioni fuori dalla portata del voto e delegittima chi le contesta. Il duello Monti-Vannacci a Cernobbio del 5 settembre incarna le due posizioni. La tesi conclusiva: un'alleanza Meloni-Vannacci, con Lega, Forza Italia e Noi Moderati, produrrebbe il governo più forte d'Europa e potrebbe rifondare l'Unione in un'Europa delle Nazioni, a condizione che il generale comprenda la differenza tra protestare e governare. Restano tre domande aperte: la maturità di governo di Vannacci, la forma dell'intesa, l'equilibrio con gli altri alleati.

Punti chiave
  • ZDF — Wahl in Sachsen-Anhalt: AfD liegt klar vor CDU (6 settembre…
  • Tagesspiegel — Hochrechnung zur Wahl in Sachsen-Anhalt (6 settembre 2026)
  • ANSA — Sondaggio YouTrend: Futuro Nazionale supera Forza Italia (4 settembre 2026)
  • L'Espresso — Sondaggi SWG: intenzioni di voto (agosto 2026)

Domenica sera a Magdeburgo la Sassonia-Anhalt ha consegnato all’AfD il 44 per cento dei voti e alla CDU del ministro-presidente uscente Sven Schulze poco più del 17. Cinque anni fa i rapporti erano rovesciati. Il giorno prima, a Cernobbio, Mario Monti aveva promesso di combattere «fino all’ultima energia» Roberto Vannacci. Nelle stesse ore i sondaggi italiani davano Futuro Nazionale quarto partito e Fratelli d’Italia ancora primo dopo quattro anni di governo. Tre fatti in quarantotto ore, tre pezzi dello stesso quadro. La domanda è una sola: perché l’Europa vota a destra, e cosa ne faranno le destre che governano o si preparano a governare.

CREAZIONE SITI WEB
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Sassonia-Anhalt: il voto che Berlino non voleva leggere

Il risultato di Magdeburgo lo abbiamo raccontato a caldo nel nostro Fondo su l’AfD al 44 per cento in Sassonia-Anhalt. Qui interessa il significato europeo. Un Land dell’ex DDR, 2,1 milioni di abitanti, ha raddoppiato il voto a un partito che il sistema politico tedesco tratta da anni come corpo estraneo. L’affluenza è salita al 65 per cento. La CDU si è dimezzata, la FDP è uscita dal Landtag.

Ulrich Siegmund, trentacinque anni, ha ottenuto quello che nessuno aveva mai ottenuto dal 1949: una maggioranza relativa schiacciante per l’AfD in un parlamento regionale. Le altre forze dicono che non collaboreranno. Per governare senza di lui dovrebbero mettere insieme CDU, SPD, Linke e Verdi. Un cittadino su due sottratto alla rappresentanza, in nome di un cordone sanitario che ha smesso di essere un argine morale ed è diventato un dispositivo per dichiarare irricevibile il voto.

La Germania vota di nuovo il 20 settembre a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore. A livello federale l’AfD è primo partito da mesi, intorno al 27-28 per cento. Magdeburgo non è un’anomalia orientale: è il punto in cui la formula «più cresce, più la isoliamo» ha mostrato il proprio limite.

Spagna e Francia: la stessa onda, con nomi diversi

In Spagna la crisi migratoria di Ceuta ha fatto saltare gli equilibri dell’estate. Nella media dei sondaggi di settembre Vox è al 17,6 per cento, e per la prima volta la somma di Partido Popular e Vox supera il 50 per cento. Un istituto, More in Common, lo dà addirittura al 20,3. L’immigrazione è diventata il primo problema per quasi un elettore su due. Il PSOE di Sánchez tocca il minimo della legislatura. Santiago Abascal, che fino a due anni fa era considerato un partner ingombrante, è oggi il socio senza il quale la destra spagnola non governa.

In Francia la presidenziale è ad aprile 2027 e il Rassemblement National domina il primo turno da oltre un anno. Jordan Bardella oscilla tra il 32 e il 38 per cento a seconda degli istituti. Al secondo turno, per la prima volta, batte tutti gli avversari testati, compreso Édouard Philippe. Il centro macroniano non ha ancora un candidato, la sinistra ha Mélenchon. Il partito che per decenni è stato l’argomento di ogni «fronte repubblicano» è oggi il favorito per l’Eliseo.

Tre Nazioni, tre sistemi elettorali, tre storie diverse. Un solo movimento di fondo.

Italia: Meloni tiene dopo quattro anni, Vannacci cresce da fuori

Il caso italiano è il più interessante perché la destra qui governa già. Il 4 settembre il governo Meloni è diventato il più longevo della storia repubblicana. I sondaggi YouTrend per Sky TG24 della stessa settimana danno Fratelli d’Italia al 26,5 per cento, in leggera crescita. Quattro anni di Palazzo Chigi, due guerre alle porte, il caro energia, e il primo partito non ha perso consenso. In Europa non c’è un altro governo in carica che possa dire lo stesso.

Nello stesso sondaggio Futuro Nazionale di Roberto Vannacci sale al 7,9 per cento e supera Forza Italia, ferma al 7,1. La Lega è tra il 4 e il 7 per cento a seconda degli istituti. A giugno il partito del generale era al 5,9, a luglio al 7,6. Cresce da fuori, con il vento in poppa di chi non ha mai firmato un decreto e può permettersi di dire tutto.

Il dato che conta è la somma. La maggioranza attuale, con Forza Italia, Lega e Noi Moderati, vale il 38,9 per cento. Il campo largo di Pd, Cinque Stelle e Avs è al 40,6. Con Futuro Nazionale il centrodestra sale al 46,8. Senza Vannacci la destra italiana rischia di perdere nel 2027 pur avendo il primo partito. Con Vannacci ha sei punti di vantaggio su chiunque. Lo avevamo scritto analizzando il programma di Futuro Nazionale e la risposta di Meloni: l’aritmetica rende il dialogo obbligato.

Perché i popoli europei si spostano a destra

La spiegazione più diffusa nei giornali di riferimento è che si tratti di paura. Paura dell’immigrazione, del declino, della guerra. È una spiegazione comoda perché toglie responsabilità a chi ha governato l’Europa per trent’anni. Ma non regge davanti ai numeri.

Chi vota AfD in Sassonia-Anhalt ha vissuto tre decenni di decisioni prese a Berlino e a Bruxelles senza mandato: la transizione energetica, l’apertura del 2015, le sanzioni che hanno colpito l’industria tedesca più di quella russa. Chi vota Vox ha visto il governo Sánchez regolarizzare mezzo milione di irregolari mentre Ceuta veniva travolta. Chi vota Bardella ha visto tre governi in due anni cadere su un bilancio che nessuno ha votato. Non è paura. È il conto presentato a chi ha deciso senza chiedere.

Il voto a destra in Europa è prima di tutto un voto sulla rappresentanza. La domanda che gli elettori pongono non è «chi mi protegge» ma «chi risponde a me». E la risposta delle classi dirigenti tradizionali è stata, quasi ovunque, la stessa: cordone sanitario, Brandmauer, fronte repubblicano. Cioè: il tuo voto non conta.

Le élite e i burocrati al loro servizio

Qui sta la frattura vera. Non tra destra e sinistra nel senso novecentesco, ma tra chi decide e chi subisce. Da una parte un ceto dirigente transnazionale, formato nelle stesse università, passato per le stesse istituzioni, convinto che la politica sia una materia tecnica da sottrarre al giudizio popolare. Dall’altra i popoli delle Nazioni, che scoprono di poter votare ma non di poter scegliere.

Il metodo di questo ceto è noto. Le decisioni vengono spostate dove il voto non arriva: commissioni, agenzie, trattati, regolamenti. Il Patto di stabilità, il Green Deal, il patto sulla migrazione, le sanzioni decise da un Alto rappresentante che nessuno ha eletto. Poi, quando il voto arriva lo stesso, lo si dichiara illegittimo: populista, estremista, pericoloso per la democrazia. I burocrati eseguono. Gli editorialisti benedicono. Il popolo, a un certo punto, presenta il conto.

Non è un fenomeno nuovo. È la stessa dinamica che l’Italia conosce da cinquant’anni, quando un intero settore politico veniva tenuto fuori dall’arco costituzionale mentre cresceva nelle urne. Quel settore oggi governa. E questo è il punto da cui parte la seconda metà del ragionamento.

Monti contro Vannacci: due mondi sullo stesso palco

Il 5 settembre a Villa d’Este, al Forum Ambrosetti, i due mondi si sono trovati fisicamente sullo stesso palco. Mario Monti, senatore a vita, ex presidente del Consiglio, ex commissario europeo, l’uomo che nel 2011 fu chiamato a governare senza passare per un’elezione. Roberto Vannacci, generale in pensione, eurodeputato, leader di un partito nato a febbraio e già quarto nei sondaggi.

Il panel doveva essere sull’Europa tra integrazione e sovranità. Monti lo ha trasformato in un processo. Ha detto che il programma di Futuro Nazionale viola la Costituzione «in molti punti» e la Carta dei diritti dell’UE. Ha detto che una sua applicazione anche primordiale porterebbe l’Italia fuori dall’Unione e dall’euro. E ha chiuso con la frase che ha fatto il giro delle agenzie: combatterà «fino all’ultima energia» quello che considera un tentativo di ricostruire la retorica del fascismo.

Vannacci ha risposto sul merito. L’unanimità nel Consiglio europeo «non è una patologia ma una garanzia», serve a impedire che ventisei Stati comandino sul ventisettesimo. Più che un ReArm Europe serve un Reborn Europe. E all’uscita ha notato che il professore era stato applaudito di più «perché uomo del sistema».

Chi vuole capire perché l’Europa vota a destra ha in quel confronto tutto il materiale necessario. Da una parte l’argomento della competenza, della Carta, delle regole scritte da chi le regole le ha scritte. Dall’altra l’argomento della sovranità e del consenso. Monti ha avuto gli applausi della sala. Vannacci ha i numeri fuori dalla sala. La sala di Villa d’Este non vota. Il resto d’Italia sì.

Chi protesta e chi governa: la lezione di Meloni

Ma sarebbe un errore fermarsi alla soddisfazione per il duello. Perché la partita non si vince gridando più forte di Monti. Si vince governando meglio di chi lo ha preceduto. E su questo Giorgia Meloni ha già dimostrato qualcosa che Vannacci deve ancora dimostrare.

Quando è entrata a Palazzo Chigi, le previsioni erano di isolamento e spread. Quattro anni dopo l’Italia ha il governo più stabile d’Europa, i conti sotto controllo, il primo partito ancora primo. Sull’immigrazione ha ottenuto quello che nessuno pensava possibile: i rimpatri in Nazioni terze sono diventati regolamento europeo, i centri in Albania sono passati da scandalo a modello, la Commissione ha adottato il linguaggio dei confini. Una remigrazione non dichiarata ma praticata, ottenuta non con lo strappo ma con la pazienza di chi sta ai tavoli e sposta i tavoli.

Questa è la regola del gioco che Meloni ha capito. Un conto è stare fuori dal governo, dove ogni parola è gratis. Un altro è governare, dove ogni parola costa e ogni risultato si conquista un centimetro alla volta. Chi confonde le due cose brucia in una legislatura. Chi le distingue dura, e cambia le cose.

L’alleanza naturale e il governo più forte d’Europa

Ed è qui che il quadro europeo torna sull’Italia. Se lo spostamento a destra dei popoli è la grande dinamica di questi anni, l’Italia è l’unica Nazione dove quella dinamica può tradursi in un governo forte e stabile prima delle altre. Non nel 2027 in Francia, non chissà quando in Germania, dove il cordone sanitario ancora regge. Adesso.

Gli ingredienti ci sono tutti. Fratelli d’Italia al 26-27 per cento, con una premier che ha credibilità internazionale e quattro anni di esperienza. Futuro Nazionale tra il 7 e l’8, con un elettorato che chiede radicalità e che per il 53 per cento degli stessi elettori di FdI dovrebbe entrare nella coalizione, come abbiamo mostrato nell’analisi su Vannacci come specchio del centrodestra. Quel che resta della Lega, Forza Italia e Noi Moderati a completare il perimetro. Insieme fanno il 47 per cento, in un sistema che premia la coalizione più votata. Sarebbe il governo più forte dell’Occidente europeo, e il primo con un mandato popolare esplicito per cambiare l’Unione dall’interno.

Meloni ha già mostrato che da sola, con la forza di un governo solido e la pazienza dei tavoli, il corso europeo si può correggere. Con la spinta del generale alle spalle, e magari con l’intesa degli altri governi che stanno arrivando, Madrid domani, Parigi nel 2027, le carte in tavola cambierebbero davvero. A quel punto non si tratterebbe più di correggere Bruxelles ma di rifondarla: un’Europa delle Nazioni, delle Patrie e dei popoli, costruita sulle rovine dell’Unione dei banchieri e degli speculatori che Monti ha rappresentato a Cernobbio e che l’elettorato europeo, un voto dopo l’altro, sta congedando.

Tre domande aperte

Questa testata ha sempre trattato Vannacci con la stessa regola: nessuna demolizione, nessuna investitura. Lo stesso vale per la prospettiva di un’alleanza. Tre questioni restano aperte, e dalla risposta dipende se il progetto si radica o si consuma.

La prima riguarda il generale. Saprà capire che governare è diverso da protestare? Chi arriva a un ministero con un programma di ventidue punti sulla remigrazione scopre che ne realizzerà cinque, e che quei cinque valgono più dei diciassette gridati. Meloni lo ha imparato. Vannacci non lo ha ancora dovuto imparare.

La seconda riguarda la premier. Un partito al 27 per cento che allea un partito all’8 rischia di esserne condizionato o di assorbirlo. Le due cose non sono uguali. La differenza la fa la forma dell’intesa: coalizione elettorale, federazione, patto di programma. Su questo non c’è ancora una parola.

La terza riguarda il resto della coalizione. Forza Italia ha già detto di non volere Vannacci. La Lega, che lo ha perso, deve decidere se competere con lui per lo stesso elettorato o accettare di essere ridimensionata. Una coalizione a cinque non è la somma di cinque sigle: è un equilibrio, e gli equilibri si costruiscono.

Il conto è presentato. Ora bisogna incassarlo

Perché l’Europa vota a destra è ormai chiaro. I popoli hanno smesso di accettare che le decisioni si prendano altrove e che il voto serva a ratificarle. Magdeburgo, Madrid, Parigi lo dicono con numeri che non ammettono interpretazioni. Cernobbio ha mostrato le due facce del conflitto sullo stesso palco.

Quello che non è ancora scritto è cosa faranno le destre con questo consenso. Possono restare forze di protesta, tenute fuori dai cordoni sanitari, utili a spaventare e a niente altro. Oppure possono fare quello che Meloni ha iniziato a fare: entrare nelle istituzioni, imparare le regole, e usarle per cambiare l’Europa. L’alleanza tra la premier e il generale sarebbe il primo esperimento compiuto di questa seconda strada. Se riesce, l’Italia sarà il laboratorio dell’Europa dei popoli. Se fallisce, avrà regalato alla sinistra una vittoria per divisione. Il conto è stato presentato. Adesso bisogna saperlo incassare.

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Federico Galli
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