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Europa

AfD al 44% in Sassonia-Anhalt, il popolo dell’Est presenta il conto a Berlino e Bruxelles

Hans Keller

Ulrich Siegmund più che raddoppia la CDU del ministro-presidente uscente Sven Schulze. Affluenza in crescita, la CDU parla di «cesura». Per la prima volta dal 1949 un Land tedesco potrebbe essere governato dall'AfD: è il voto di chi ha smesso di chiedere il permesso.

Riassunto dell'articolo

L'AfD di Ulrich Siegmund vince le elezioni in Sassonia-Anhalt con il 44% secondo le proiezioni, contro il 18,5% della CDU del ministro-presidente uscente Sven Schulze. L'affluenza sale al 65%. Il risultato mette in crisi il cordone sanitario delle forze tradizionali, che per governare dovrebbero unire CDU, SPD, Linke e Verdi. L'articolo legge il voto come rivolta di un popolo dell'ex DDR contro decisioni prese a Berlino e Bruxelles senza mandato popolare, e come avvertimento per il cancelliere Merz alla vigilia del voto del 20 settembre a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore.

Punti chiave
  • ZDFheute – Wahl in Sachsen-Anhalt: AfD liegt in Prognose klar vor CDU
  • Sky TG24 – Germania, chi è Siegmund: il leader AfD in Sassonia-Anhalt
  • Il Fatto Quotidiano – AfD Sassonia-Anhalt, Siegmund vota sullo scooter Simson
  • LaPresse – Germania, il voto in Sassonia-Anhalt: chi sono i candidati

Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno consegnato alla Germania il risultato che i sondaggi annunciavano da mesi e che nessuno, a Berlino, voleva leggere fino in fondo. Secondo le proiezioni ZDF delle 18:00, l’AfD di Ulrich Siegmund raccoglie il 44% dei voti. La CDU del ministro-presidente uscente Sven Schulze si ferma al 18,5%. Cinque anni fa i rapporti erano rovesciati: CDU al 37,1%, AfD al 20,8%.

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Non è un’oscillazione. È una frana. E l’affluenza, salita al 65,3% già alle 16 contro il 60,3% finale del 2021, dice che la frana non l’hanno provocata gli astensionisti di ritorno per protesta, ma cittadini che sono andati a votare in massa per scegliere.

I risultati delle elezioni in Sassonia-Anhalt

La proiezione delle 18:00 assegna alla Linke e alla SPD il 9% ciascuna, ai Verdi l’8,5%, al BSW di Sahra Wagenknecht il 4,8%, alla FDP il 2,5%. I liberali, partner della coalizione uscente, escono dal Landtag. Il BSW balla sulla soglia del cinque per cento.

Schulze ha riconosciuto la sconfitta e si è congratulato con l’AfD. Da Berlino, la ministra della Cancelleria Nina Warken e il segretario generale della CDU hanno parlato di «cesura» e di un risultato «molto, molto difficile». Il presidente della SPD Lars Klingbeil ha usato la stessa parola: cesura.

Siegmund, 36 anni, cresciuto a Tangermünde e arrivato in politica passando per il lavoro di cameriere e operaio edile, ha commentato con una frase secca: «abbiamo scritto la storia». Chi volesse capire da dove viene questo risultato può leggere il profilo di Ulrich Siegmund che questo giornale ha pubblicato alla vigilia del voto.

Il cordone sanitario come muro tra il popolo e il potere

Il dato politico più pesante non è la vittoria dell’AfD. È l’aritmetica di ciò che resta. Con il 44% a un partito che tutti gli altri dichiarano di non voler toccare, l’unica maggioranza alternativa dovrebbe tenere insieme CDU, SPD, Linke e Verdi: una coalizione da Magdeburgo a Berlino in cui i democristiani governerebbero con i post-comunisti pur di non parlare con chi ha preso quasi un voto su due.

Siegmund lo ha detto subito dopo le proiezioni: «le altre forze politiche non vogliono collaborare con noi, ma questo è un loro problema». Ha aggiunto che servono «responsabilità di Stato» nel governare, ma che «sulle politiche migratorie non si tratta».

Qui sta la sostanza. La Brandmauer, il muro tagliafuoco che le forze tradizionali hanno eretto intorno all’AfD, è nata come argine morale. Oggi funziona come qualcosa di diverso: un dispositivo per dichiarare irricevibile la volontà espressa da una maggioranza relativa schiacciante. Ogni voto all’AfD viene classificato come voto nullo per la formazione del governo. Un cittadino su due della Sassonia-Anhalt viene, di fatto, sottratto alla rappresentanza.

Per anni la formula è stata «più l’AfD cresce, più la isoliamo». La Sassonia-Anhalt mostra il punto in cui la formula si spezza: quando l’isolamento non riguarda più un partito, ma il corpo elettorale.

La dittatura delle regole: perché l’Est vota contro Bruxelles

La Sassonia-Anhalt è terra dell’ex DDR. Ha conosciuto un regime che decideva tutto dall’alto, ha vissuto il 1989 come una liberazione e poi, per trent’anni, ha visto le fabbriche chiudere, i giovani partire, i salari restare sotto la media federale. È un popolo che riconosce un potere che non chiede il permesso quando lo vede.

E ciò che vede, da almeno un decennio, è un’Unione che governa per regolamenti. Il Green Deal, con la traiettoria di abbandono dell’auto a combustione che ha colpito le filiere industriali orientali. Il Patto su migrazione e asilo, approvato a Bruxelles e reso applicabile in tutti gli Stati membri dal giugno di quest’anno, con i suoi meccanismi di redistribuzione obbligatoria. La politica energetica che ha trasformato la Germania da locomotiva a Nazione con l’elettricità più cara del continente.

Nessuna di queste decisioni è passata da un voto popolare in Sassonia-Anhalt. Nessuna poteva essere rovesciata alle urne, perché chi le ha prese non si presenta alle urne. È questa la «dittatura» che l’elettore dell’Est percepisce: non un regime di polizia, ma un sistema di norme che scende dall’alto e che nessuna elezione riesce a scalfire. L’AfD ha vinto perché è l’unico partito che promette di rompere questa catena, non di gestirla meglio.

C’è un dettaglio che illumina tutto il resto. L’AfD della Sassonia-Anhalt è classificata dal Verfassungsschutz, il servizio interno di sicurezza, come «sicuramente estremista». Lo Spiegel ha definito Siegmund «l’uomo più pericoloso della Germania». Gli elettori hanno letto queste etichette e hanno risposto con quattordici punti in più rispetto a cinque anni fa. Quando la delegittimazione istituzionale produce l’effetto opposto, il problema non è nel messaggio ma in chi lo firma.

Merz sotto assedio: il 20 settembre si vota ancora

Il cancelliere Friedrich Merz aveva costruito la sua campagna federale sulla promessa di dimezzare l’AfD riportando la CDU su posizioni ferme sull’immigrazione. Un anno e mezzo dopo, in un Land governato dalla CDU dal 2002, il suo partito è sceso sotto il venti per cento.

Tra due settimane si vota a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Nella capitale governano CDU e SPD, nel Nord-Est SPD e Linke. Un secondo e un terzo risultato di questo segno metterebbero la coalizione nero-rossa di Berlino davanti a una domanda che finora ha evitato: se la Brandmauer costa alla CDU la metà dei suoi elettori nell’Est, chi la sta difendendo davvero?

La risposta, a Magdeburgo, la stanno già dando le percentuali. Un partito che rinuncia a rappresentare la propria base per farsi accettare dal centro-sinistra non salva la democrazia: cede il monopolio della protesta all’unico che resta fuori dal recinto.

La lezione per l’Italia e per l’Europa delle Patrie

Matteo Salvini ha commentato il risultato con un messaggio ad Alice Weidel: «un successo clamoroso, che evidenzia la forte richiesta di cambiamento, sicurezza e lavoro». E ha chiuso con la formula che dà il senso politico della giornata: «paura? Terrore? Pericolo? No, si chiama democrazia».

Al netto delle simpatie di partito, la questione che la Sassonia-Anhalt pone all’intera Europa è una sola. Esiste un modello di Unione in cui le Nazioni decidono e Bruxelles coordina, ed esiste il modello attuale, in cui Bruxelles decide e alle Nazioni resta la firma. L’Europa delle Patrie non è uno slogan nostalgico: è l’unica risposta strutturale a un continente in cui i popoli, uno dopo l’altro, votano contro il sistema che dovrebbe rappresentarli.

Tre cose restano aperte. Se la CDU tedesca terrà la Brandmauer anche dopo il 20 settembre. Se l’AfD, chiamata per la prima volta a governare, saprà trasformare la protesta in amministrazione. E se a Bruxelles qualcuno leggerà il 44% di Magdeburgo per quello che è: non un incidente tedesco, ma l’ennesimo avviso di un popolo europeo che ha smesso di chiedere il permesso.

Fonti

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