Le elezioni in Sassonia-Anhalt del 2026 si tengono domenica 6 settembre e per la prima volta nella storia della Repubblica Federale un Land potrebbe consegnare la guida del governo all’AfD.
I numeri sono noti da mesi: nel Wahltrend aggregato al 3 settembre il partito guidato in loco da Ulrich Siegmund è al 42 per cento, la CDU del ministro-presidente uscente Sven Schulze al 22,3, la Linke al 12,3, la SPD al 7,4, i Verdi al 5,3. BSW e FDP restano sotto la soglia del 5 per cento. Se le piccole formazioni non entrano nel Landtag, il 42 per cento dei voti diventa maggioranza assoluta dei seggi.
Questo giornale ha già raccontato lo scenario, i protagonisti e le conseguenze federali, dal Bundesrat al cordone sanitario, nell’analisi su l’AfD verso il governo della Sassonia-Anhalt. Qui interessa altro: quello che il sistema politico tedesco ha fatto nell’ultima settimana per impedire il risultato, e perché l’Italia sa già come finisce.
Cosa succede domenica in Sassonia-Anhalt e perché conta per tutta l’Europa
La Sassonia-Anhalt è un Land di 2,1 milioni di abitanti con 1,7 milioni di elettori, un’economia di piccole imprese, chimica e meccanica, una popolazione che nei sondaggi indica migrazione, scuola ed economia come problemi principali. Nel 2021 la CDU di Reiner Haseloff aveva vinto con il 37,1 per cento e l’AfD si era fermata al 20,8. In cinque anni il rapporto si è rovesciato.
Il dato conta oltre Magdeburgo per una ragione semplice. Un governo regionale guidato dall’AfD siederebbe nel Bundesrat, nominerebbe funzionari, gestirebbe polizia e scuola, tratterebbe con Berlino e con gli altri quindici Länder. L’argomento su cui si regge il Brandmauer, cioè che l’AfD si possa escludere perché non rappresenta una maggioranza reale, cadrebbe davanti all’aritmetica. Lo avevamo scritto a luglio, quando Friedrich Merz chiedeva i voti dell’AfD escludendo il partito: il cordone sanitario era già al capolinea. Domenica si vedrà se il muro cede o se cede la democrazia rappresentativa.
La soglia del 5% e i ministri dell’Interno: le regole cambiate a partita iniziata
La prima mossa è arrivata sul terreno più delicato di una democrazia: il diritto elettorale. Davanti alla prospettiva di una maggioranza assoluta dei seggi con il 42 per cento dei voti, è circolata la proposta di abolire la soglia di sbarramento del 5 per cento, in modo che BSW, Verdi e FDP entrino comunque nel Landtag e sottraggano seggi all’AfD.
Il Verfassungsblog, la sede del dibattito costituzionale tedesco, ha ospitato entrambe le posizioni: chi sostiene che la soglia sia un boomerang, perché trasforma una maggioranza relativa in maggioranza assoluta, e chi risponde che cambiare la regola perché non piace il risultato è privo di coraggio e costituzionalmente fragile.
La Corte costituzionale federale ha del resto chiarito che la soglia serve alla funzionalità del parlamento, non a orientare il risultato.
La seconda mossa è arrivata dalla Conferenza dei ministri dell’Interno. Secondo quanto riportato dalla stampa tedesca, la Innenministerkonferenz ha discusso in via informale cosa fare se al proprio tavolo dovesse sedersi un ministro dell’Interno espresso dall’AfD. Non un’ipotesi di scuola: in Sassonia-Anhalt è lo scenario più probabile.
Il fatto che un organo istituzionale prepari il boicottaggio di un collega non ancora eletto dice tutto sulla natura del muro. Non è un giudizio politico: è una preclusione di sistema che precede il voto.
Il voto tattico e la classificazione: come si delegittima un partito
La terza mossa è la più esplicita. La piattaforma Campact, la principale rete di mobilitazione della sinistra tedesca, ha diffuso una guida al voto strategico: seconda scheda a SPD o Verdi, non alla CDU, perché l’obiettivo non è battere l’AfD nei voti ma impedirle la maggioranza dei seggi. Il ragionamento è trasparente: la sfida non si decide su chi prende più voti, ma su quanti partiti superano la soglia. La CDU di Schulze, che si presenta come unica alternativa, viene così trattata come un ostacolo dal proprio stesso campo.
Sullo sfondo resta la classificazione. L’Ufficio per la protezione della Costituzione della Sassonia-Anhalt ha etichettato la federazione regionale dell’AfD come «sicuramente estremista» già dal 2021, e la stessa qualifica è stata estesa a livello federale nel 2025. Un partito al 42 per cento resta sotto osservazione dei servizi interni.
Nessuna di queste mosse ha spostato di un punto i sondaggi. Al contrario: Infratest dimap ha registrato il 42 per cento il 26 agosto, un punto in più rispetto a luglio. La sequenza è chiara: ogni atto di esclusione conferma agli elettori che il voto all’AfD è l’unico che il sistema teme.
Il precedente italiano: dall’arco costituzionale al governo Meloni
La Germania sta ripercorrendo, con mezzo secolo di ritardo, una strada che l’Italia conosce. Per quarant’anni la destra italiana uscita dal dopoguerra è rimasta fuori dall’arco costituzionale: nessuna alleanza, nessun incarico, nessuna legittimità. La formula, coniata da Leopoldo Elia, si chiamava conventio ad excludendum. Il risultato non fu la scomparsa di quell’area, ma la sua trasformazione in un serbatoio di rappresentanza per chi non si sentiva rappresentato da nessun altro. Quando la svolta di Fiuggi del 1995 aprì le porte, l’elettorato c’era ancora.
La storia si è ripetuta nel 2022, questa volta con la delegittimazione che arrivava dall’esterno. Due giorni prima del voto del 25 settembre, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, dichiarò a Princeton che «se le cose andranno in una direzione difficile, abbiamo gli strumenti», citando Polonia e Ungheria. L’Economist titolava «Should Europe worry?».
Fratelli d’Italia prese il 26 per cento e Giorgia Meloni divenne presidente del Consiglio. L’avvertimento non spostò un voto, o meglio ne spostò molti nella direzione opposta. Quattro anni dopo il governo è ancora lì, e Bruxelles ha imparato a trattare con Roma. Chi oggi in Germania annuncia strumenti, soglie e boicottaggi sta ripetendo l’errore di Princeton su scala regionale.
Le pressioni dall’esterno e il voto di reazione
C’è un elemento in più che rende il caso tedesco più esplosivo di quello italiano. La Germania del 2026 è una Nazione che ha scoperto di non essere più una potenza, come abbiamo documentato in aprile analizzando lo scontro tra Merz e Donald Trump: la minaccia di ridurre il contingente americano e la base di Ramstein, i dazi, un cancelliere trattato da Washington come un subalterno che ha alzato la voce.
L’elettore della Sassonia-Anhalt vede un governo federale che non riesce a difendere l’industria dai costi dell’energia né la Nazione dalle pressioni dell’alleato, e al tempo stesso spende le proprie energie a discutere come tenere fuori un partito votato da quattro elettori su dieci.
È questa la contraddizione che alimenta il voto di reazione. Non si tratta di adesione ideologica: nei sondaggi la maggioranza dei tedeschi resta contraria a un governo AfD, e lo stesso partito, come abbiamo analizzato, ha fratture interne e limiti amministrativi evidenti. Si tratta di dignità. Un popolo che si sente trattato da minorenne, dai propri governanti e dalle potenze che dovrebbero essere alleate, risponde con l’unico strumento che gli resta: il voto a chi quel sistema lo rifiuta.
I popoli non sono automi: cosa insegna il caso tedesco all’Europa
Le elezioni in Sassonia-Anhalt del 2026 chiudono un ciclo iniziato in marzo, quando l’AfD ha raddoppiato i voti in Baden-Württemberg e Renania-Palatinato e noi scrivevamo che Merz fingeva di non vedere. Sei mesi dopo il partito è al 42 per cento nel Land che vota per primo, primo nei sondaggi di Berlino e del Meclemburgo che votano il 20 settembre. Ogni strumento di contenimento ha prodotto crescita.
La lezione non riguarda l’AfD, che dovrà dimostrare di saper governare se ne avrà l’occasione. Riguarda chi crede che un elettorato si possa amministrare come un impianto: si chiude una valvola, si alza una soglia, si emette un avvertimento da Princeton o da Washington, e il flusso si regola.
Non funziona così. I popoli europei hanno memoria, orgoglio e una soglia di sopportazione. L’Italia lo ha mostrato nel 2022. La Sassonia-Anhalt lo mostrerà domenica. Chi vuole davvero contenere il voto di protesta ha una sola strada, ed è quella che nessuno a Berlino sembra disposto a percorrere: governare meglio e smettere di trattare gli elettori da automi.
Fonti
- PolitPro – Wahltrend Landtagswahl Sachsen-Anhalt 2026 (3 settembre 2026)
- t-online – Wahlumfrage Sachsen-Anhalt, Infratest dimap per ARD (26 agosto 2026)
- Bundeszentrale für politische Bildung – Landtagswahl in Sachsen-Anhalt 2026
- Verfassungsblog – Wahlrecht als der falsche Hebel (31 agosto 2026)
- Verfassungsblog – Die Sperrklausel als Bumerang (17 luglio 2026)
- Campact – Landtagswahl Sachsen-Anhalt 2026: Taktisch wählen
- Euronews – Elezioni 2022, la polemica su una frase di von der Leyen (23 settembre 2022)

