250 Visualizzazioni
Europa

Merz nella trappola: la Germania scopre che senza Russia, senza America e senza esercito non è più una potenza

Hans Keller

Lo scontro pubblico tra Donald Trump e Friedrich Merz sulla guerra in Iran, culminato nella minaccia americana di ridurre il contingente USA in Germania, non è una lite diplomatica. È il momento in cui i tre pilastri su cui Berlino ha costruito ottant'anni di prosperità — gas russo a basso costo, ombrello militare americano, potenza esclusivamente economica — cedono nello stesso istante. E il cancelliere si trova senza una postura strategica di riserva.

Riassunto dell'articolo

l 28 aprile 2026 il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato che gli Stati Uniti vengono "umiliati" dall'Iran nei negoziati di pace e che Washington è entrata in guerra senza una strategia. La risposta di Trump è stata immediata e feroce su Truth Social, con accusa personale a Merz e, il 30 aprile, l'annuncio di una valutazione in corso per ridurre il contingente americano in Germania — circa 37.000 soldati e la base di Ramstein, hub logistico globale. L'articolo analizza lo scontro non come incidente diplomatico ma come punto di rottura strutturale: la Germania ha costruito il dopoguerra su tre pilastri (energia russa, sicurezza americana, potenza solo economica) che oggi cedono simultaneamente. Merz, che pure ha lanciato il più grande riarmo del dopoguerra e abolito il freno al debito, si trova senza una postura strategica autonoma. AfD, che pone da anni la domanda sulla sovranità energetica e politica, viene tenuta fuori dal sistema decisionale dal Brandmauer della CDU. L'articolo collega la vicenda alla serie Operazione Epic Fury e alla crisi del gas conseguente alla chiusura di Hormuz.

Quarantotto ore che cambiano i rapporti tra Berlino e Washington

Lunedì 28 aprile 2026, parlando ai giornalisti nella sua Marsberg, in Renania, il cancelliere Friedrich Merz ha pronunciato le parole più dure mai rivolte da un capo di governo tedesco a un’amministrazione americana dal 1945. Ha detto che gli Stati Uniti vengono “umiliati” dalla leadership iraniana e in particolare dai Guardiani della Rivoluzione. Ha aggiunto che Washington è entrata nella guerra contro Teheran “senza una strategia precisa su come uscirne”. Ha definito i negoziatori iraniani “abili”, non nel negoziare, ma nell’evitare di farlo, mentre le delegazioni americane volano a Islamabad e tornano indietro a mani vuote.
La risposta di Donald Trump è arrivata il giorno dopo, su Truth Social, con la consueta sintassi binaria. “Il cancelliere tedesco pensa che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non sa di cosa parla! Non c’è da stupirsi che la Germania stia andando così male, sia economicamente che in altri ambiti”. Poche ore dopo, nella notte tra il 29 e il 30 aprile, l’affondo strategico: gli Stati Uniti “stanno studiando e valutando la riduzione del numero delle proprie truppe in Germania, con una decisione in merito che sarà presa nel corso del prossimo breve periodo”.
In conferenza stampa Merz ha tentato il contenimento: il rapporto personale con il presidente americano “rimane buono come prima”. Ha spiegato a Der Spiegel che le sue critiche sono state esposte direttamente a Trump in privato. Ma il danno politico è fatto, e la sequenza è leggibile: una dichiarazione tedesca sulla strategia americana, una replica presidenziale che mescola insulto personale e svalutazione della Nazione tedesca, una rappresaglia annunciata sul terreno strategico più sensibile — i 37.000 soldati USA di stanza in Germania, di cui oltre 7.000 nella sola base aerea di Ramstein, hub logistico americano per l’intero Medio Oriente.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Perché Merz ha parlato: il prezzo che la Germania sta pagando per Hormuz

Per capire perché un cancelliere tedesco — di estrazione atlantista, ex uomo di BlackRock, costruttore della grande coalizione filo-NATO — abbia scelto di esporsi così frontalmente, bisogna guardare cosa sta accadendo all’economia che lui governa. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, conseguenza della guerra americano-israeliana all’Iran iniziata il 28 febbraio 2026 con l’Operazione Epic Fury, ha tagliato fuori dal mercato europeo una quota decisiva del gas qatariota di Ras Laffan. La Germania, che dopo la rottura con Mosca aveva costruito la propria sopravvivenza energetica su un mosaico di forniture LNG — con il Qatar tra i fornitori strategici di lungo periodo — è oggi insieme all’Italia tra le tre Nazioni europee più esposte allo shock.
Lo stesso Merz lo ha riconosciuto pubblicamente: “Noi soffriamo in modo molto consistente in Germania e in Europa per la chiusura del canale di Hormuz, questo colpisce in modo immediato l’approvvigionamento energetico e ha un massiccio impatto sulla nostra economia”. Tradotto: l’industria tedesca, già in recessione strutturale dal 2023 — Volkswagen che chiude stabilimenti storici, BASF che migra in Cina, l’intera filiera automotive che taglia centomila posti di lavoro entro il 2030 — non può sopportare un’altra ondata di prezzi energetici fuori controllo. La guerra americana all’Iran, per Berlino, non è una scelta strategica condivisibile. È una bomba che esplode sul tessuto produttivo nazionale.
Da qui la rottura del galateo atlantico. Merz non parla per ideologia: parla perché la sua coalizione di governo, già fragile, non sopravviverebbe a un autunno con il gas a tre cifre e la disoccupazione manifatturiera in aumento. La domanda che si pongono molti analisti europei è semplice: Trump lo sa, e lo punisce comunque?

La minaccia sul contingente americano: cosa significa davvero ridurre le truppe in Germania

L’annuncio sulla riduzione delle truppe non è una sparata estemporanea. Nel marzo 2026 il Wall Street Journal aveva già anticipato che la Casa Bianca stava valutando di ridurre la presenza militare nei Paesi europei meno allineati alla strategia americana sull’Iran. La Spagna di Sánchez aveva già pagato il conto chiudendo Rota e Morón ai bombardieri diretti contro Teheran. Ora tocca alla Germania.
Ridurre — o peggio, ridislocare — il contingente USA in Germania significa colpire il cuore dell’architettura militare europea costruita dopo il 1949. Ramstein non è una base qualsiasi: è il più grande scalo merci dell’aeronautica americana fuori dagli Stati Uniti, ospita il quartier generale del Comando aereo alleato della NATO, è stato l’hub logistico per ogni operazione USA dal Golfo all’Afghanistan, e oggi serve come centro di gravità per i bombardamenti contro l’Iran. Spostarla altrove richiederebbe, secondo stime polacche, due o tre anni e cento miliardi di euro. Non accadrà domani.
Ma non è questo il punto. Il punto è il messaggio politico. Trump sta dicendo a Berlino — e a tutti i governi europei — che l’ombrello americano non è più un dato di natura. È una concessione condizionale, revocabile, monetizzabile. Se la Germania non sostiene la guerra all’Iran, la Germania perde una parte della propria sicurezza esterna. Si è già visto, in scala minore, con l’Ungheria di Orbán scelta come destinazione potenziale del ridislocamento — un capovolgimento simbolico che premia la fedeltà politica al di sopra della tradizionale gerarchia atlantica.
Per la Germania, questo è il momento in cui la finzione del dopoguerra si rompe. La Repubblica Federale è stata costruita sull’idea che la propria sicurezza fosse delegata a un alleato così potente e affidabile da non dover essere mai veramente discussa. Quell’alleato, oggi, manda messaggi pubblici di disprezzo al cancelliere e annuncia ritorsioni militari sul suo territorio.

Il modello tedesco al capolinea: tre pilastri che cedono insieme

La Germania uscita dal 1945 aveva costruito la propria identità postbellica su una rinuncia esplicita: niente più ambizioni di potenza militare, niente più protagonismo strategico. In cambio, una promessa: la grandezza sarebbe arrivata dall’economia. Quel patto ha funzionato per ottant’anni. Ma poggiava su tre pilastri precisi.
Il primo pilastro era l’energia russa a basso costo. I gasdotti che collegavano la Siberia alla Renania non erano una scelta commerciale: erano l’architettura strategica che rendeva possibile la competitività dell’industria tedesca. Quel pilastro è crollato nel 2022, con la guerra in Ucraina, e Berlino ha tentato di ricostruirlo sul Qatar, sull’Algeria, sull’LNG americano. La chiusura di Hormuz nel 2026 ha mostrato che anche il sostituto è fragile.
Il secondo pilastro era la sicurezza delegata agli Stati Uniti. Settantacinque anni di Bundeswehr ridotta a forza simbolica, di basi americane a presidiare il territorio, di spesa militare sotto il due per cento del PIL non perché tirchia ma perché irrilevante: tanto a difendere la Germania ci pensava qualcun altro. Quel pilastro è cominciato a vacillare con il primo Trump nel 2017, ha tenuto durante Biden, ed è arrivato al punto di rottura adesso.
Il terzo pilastro era la potenza esclusivamente economica, senza voce strategica. La Germania ha scelto per decenni di non avere una politica estera autonoma, perché non ne aveva bisogno: le bastava esportare. Oggi che le esportazioni rallentano, che la Cina è diventata concorrente invece che mercato, che l’America impone dazi e chiede allineamento militare, quel pilastro si rivela ciò che era: una rendita di posizione, non una strategia.
Merz ha provato a reagire con due mosse senza precedenti nel dopoguerra tedesco. Ha abolito di fatto il freno al debito con un fondo straordinario da cinquecento miliardi per infrastrutture e difesa. Ha rilanciato la coscrizione obbligatoria e fissato l’obiettivo di portare la Bundeswehr a 460.000 uomini, il più grande esercito convenzionale d’Europa. Ma queste mosse arrivano in ritardo rispetto al ciclo storico, e si scontrano con un problema che nessun aumento di spesa risolve: la Germania non sa più cosa vuole essere nel mondo. Si arma contro la Russia, dipende dall’America, critica Trump sull’Iran, vorrebbe l’autonomia europea ma rifiuta i partner che la propongono. Una potenza in cerca d’autore.

AfD osserva: la domanda che il sistema rimuove

Mentre il cancelliere si dibatte tra fedeltà atlantica e necessità nazionale, c’è un soggetto politico che da anni pone esattamente le domande che la crisi attuale sta rendendo ineludibili. Alternative für Deutschland è data oggi al ventisei per cento nei sondaggi nazionali, è prima forza in Sassonia-Anhalt al trentanove per cento, ha appena raddoppiato i voti in Baden-Württemberg e Renania-Palatinato diventando prima opposizione in due Länder occidentali. E pone, con costanza, tre questioni che nessun’altra forza politica tedesca affronta direttamente: la sovranità energetica, l’autonomia strategica dagli Stati Uniti, la difesa del tessuto industriale dalle politiche imposte dall’esterno.
Sono esattamente i tre nodi che lo scontro Merz-Trump ha portato in superficie. Eppure il Brandmauer — il “muro tagliafuoco” eretto dalla CDU per escludere AfD da ogni possibile coalizione — continua a tenere fuori dal processo decisionale il partito che rappresenta un quarto dell’elettorato e che, nei prossimi mesi del Superwahljahr, potrebbe diventare prima forza in più Länder orientali.
La contraddizione è strutturale. La Germania ha bisogno di un dibattito strategico sulla propria collocazione geopolitica, ma esclude per principio la forza politica che quel dibattito lo conduce da anni. Merz si trova così a difendere posizioni — critica della guerra americana, allarme per la dipendenza energetica, necessità di un’industria nazionale protetta — che nel sistema politico tedesco sono di fatto egemoni in un solo partito, quello che lui ha promesso di non far governare mai. Più la crisi avanza, più questa contraddizione diventa insostenibile.

Cosa cambia per l’Europa e per l’Italia

Lo scontro Trump-Merz non è una vicenda bilaterale. È il segnale che l’Europa atlantica del dopoguerra — quella costruita sulla coppia Berlino-Washington come asse portante — è entrata in una fase di scomposizione. Con la Spagna che ha già detto no, l’Italia di Meloni che ha rivendicato il diritto al dissenso anche dagli alleati strategici, la Francia ambigua, e ora la Germania pubblicamente attaccata dalla Casa Bianca, la mappa politica del continente si sta riconfigurando.
Per l’Italia, la posizione è meno scomoda di quanto possa sembrare. Roma ha negato Sigonella ai bombardieri armati, ha mantenuto Aviano operativa, ha diversificato le forniture energetiche su Algeria e Azerbaijan, e ha costruito con Meloni una linea di dissenso pubblico verso Trump che — pur pagando un prezzo verbale — ha mostrato margini di manovra che la Germania, dipendente strutturalmente dagli USA per la propria difesa, non possiede. È un paradosso storico: la Nazione che per ottant’anni ha guidato l’Europa economicamente è oggi quella con meno opzioni strategiche.
Per Bruxelles, lo scontro è il segnale che l’idea di un’Europa allineata in blocco a Washington è finita. Le scelte si stanno frammentando per linee nazionali, e la cosiddetta “autonomia strategica europea” — slogan che von der Leyen ripete da anni senza tradurlo in fatti — si rivela quello che è: un’invocazione retorica priva di architettura concreta.
Per la Germania, la domanda è ora aperta. Può Merz costruire una postura strategica autonoma mentre dipende dal contingente americano per la propria difesa territoriale, dipende dal mercato cinese per le proprie esportazioni, dipende dal Qatar e dagli USA per il proprio gas, e si rifiuta di dialogare con l’unica forza politica interna che pone il problema in termini di sovranità nazionale? La risposta più probabile è no. E il prezzo politico di questa impossibilità lo pagheranno, nei prossimi mesi, sia la grande coalizione di Merz sia l’idea stessa di una Repubblica Federale in cui il dibattito strategico è condotto a porte chiuse, lontano dal voto popolare.
Lo scontro Trump-Merz, in fondo, ha un solo merito: ha reso pubblicamente visibile ciò che era stato a lungo nascosto. La Germania non è una grande potenza. È una grande economia in un sistema strategico altrui. Quando il sistema cambia, l’economia non basta più.

Fonti

Tag: , , , , , ,
Scritto da
Hans Keller
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale