A Cernobbio, davanti alla platea che nel 2011 lo applaudì come un salvatore, Mario Monti ha ritrovato la voce. Non quella del professore: quella dell’esecutore. Al generale Vannacci ha promesso di combattere “fino all’ultima energia” la sua “retorica dello spirito del fascismo”. Poi, sul programma del generale, ha evocato l’evirazione “seduta stante” e un braccialetto elettronico da applicare “a un’altra parte del corpo”. Risate in sala. Il gotha dell’impresa italiana ha riso alla battuta sui genitali e i capannelli sul lago hanno decretato che il professore aveva messo al suo posto il generale.
Il Tribuno registra una cosa sola: quando il potere si sente sfidato, smette di essere elegante. Lo sciacallo del 2011 ha mostrato i denti, e i denti erano gli stessi di allora.
Perché è questo il punto. Monti accusa Vannacci di volere violare la Costituzione se mai arrivasse a Palazzo Chigi. Vannacci a Palazzo Chigi non c’è. Monti c’è stato. E ci è arrivato così: nominato senatore a vita il 9 novembre 2011, presidente del Consiglio il 16, con un governo di soli non eletti, mentre lo spread faceva il lavoro che una volta facevano i carri armati. Habermas lo chiamò “colpo di Stato silenzioso”; Prodi, che non è un nostalgico, ammise il golpe finanziario di matrice franco-tedesca. L’articolo 1 dice che la sovranità appartiene al popolo. Monti l’ha esercitata senza chiedere un solo voto a quel popolo. Poi è andato a chiederglielo, nel 2013, e il popolo gli ha risposto con il dieci per cento. Da allora la sua legittimazione è un decreto di Napolitano e un’ovazione a Villa d’Este.
Il conto lo conosciamo. Trentuno miliardi di interessi in più sul debito, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio. La riforma Fornero e gli esodati. L’Imu sulla prima casa. Il posto fisso definito “monotono”. E la confessione, resa alla televisione americana nel 2012, di stare distruggendo la domanda interna per consolidare i conti. Non un incidente: un metodo. Tacito mise in bocca a un capo britanno la frase che descrive ogni impero: “dove fanno il deserto, lo chiamano pace”. Monti fece il deserto e lo chiamò credibilità.
Ora quest’uomo spiega a un ex paracadutista che cos’è il rispetto della Carta. E lo fa con la violenza verbale di chi non è abituato a essere contraddetto: l’evirazione come argomento, il fascismo come etichetta, la minaccia di lotta come chiusura. È il volto che i tecnocrati mostrano soltanto quando i popoli tornano a votare in modo sgradito. Brecht, dopo la rivolta operaia del 1953, suggerì al governo di sciogliere il popolo ed eleggerne un altro. A Cernobbio hanno riso anche di questo, senza accorgersene.
Questa testata non ha ancora deciso chi sia davvero Vannacci e dove porti il suo progetto. Ma su Monti ha deciso da quindici anni. Il generale, nel peggiore dei casi, promette cose che gli italiani potranno bocciare alle urne. Il professore le ha già fatte, e alle urne non ci è passato. Tra un uomo che chiede il voto e uno che ne ha fatto a meno, il Tribuno sa da che parte sta la Costituzione.
Ave atque vale

