Il 2 settembre 2026, a Palazzo Ferro Fini, il Consiglio regionale ha approvato la legge sul fine vita in Veneto con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti. Appello nominale, due giorni di aula, un applauso trattenuto a stento. Il Veneto è la quarta Regione italiana a dotarsi di una norma sul suicidio medicalmente assistito, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Ma è la prima governata dal centrodestra. E questo cambia tutto.
Perché non è passata una legge qualunque. È passato il testo di iniziativa popolare «Liberi subito», scritto dall’Associazione Luca Coscioni, con Marco Cappato seduto in tribuna a seguire il voto. Lo stesso testo che nel gennaio 2024 era stato bocciato per un solo voto. Stavolta ha trovato i numeri.
Li ha trovati grazie a Luca Zaia, che presiede l’assemblea e ha fatto della morte assistita una battaglia personale; grazie al governatore Alberto Stefani; e grazie a un voto trasversale che ha unito la maggioranza della Lega al Partito Democratico, ad Alleanza Verdi Sinistra, al Movimento 5 Stelle e ad Azione.
Fine vita in Veneto: chi ha votato sì e chi ha votato no
La mappa del voto merita di essere letta con attenzione, perché è la notizia vera. A favore hanno votato la gran parte dei consiglieri leghisti, a partire da Zaia e Stefani, insieme alla Lista Stefani e alla Liga Veneta Repubblica. Forza Italia, dopo l’apertura pubblica di Marina Berlusconi, ha lasciato libertà di coscienza: il risultato è un sì, quello del giovane Jacopo Maltauro, e due astensioni. Compatte per il sì tutte le opposizioni di centrosinistra.
Contro hanno votato i nove consiglieri di Fratelli d’Italia, senza un’eccezione. Con loro Stefano Valdegamberi, ex leghista oggi consigliere di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci.
Contro anche i due consiglieri di Resistere Veneto e i leghisti «di governo» Riccardo Barbisan, capogruppo, e Filippo Rigo. Si è astenuto l’unico consigliere dell’Udc, favorevole per convinzione personale ma vincolato dall’indicazione contraria del partito.
Questa è la geografia: la legge della Coscioni passa in una roccaforte del centrodestra con i voti della Lega zaiana, lo sfilamento azzurro e il sostegno pieno della sinistra. Il no è rimasto a Fratelli d’Italia, a Futuro Nazionale e a una minoranza leghista. La destra che dice no alla morte di Stato, in Veneto, è rimasta sola.
Cosa prevede la legge sul suicidio assistito in Veneto
Il testo definisce «procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». I requisiti di accesso restano quelli fissati dalla Corte costituzionale con la sentenza 242 del 2019, nata dal caso Cappato-Dj Fabo: patologia irreversibile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, sofferenze giudicate intollerabili, piena capacità di decidere.
La Regione non può allargare quei requisiti e infatti non lo fa. Quello che fa è organizzare il servizio: istituisce commissioni mediche multidisciplinari nelle Ulss, con un palliativista dotato di parere rafforzato, un neurologo, uno psichiatra, un bioeticista, un medico legale.
Crea un Comitato bioetico regionale. Impone l’obbligo di informare il malato sulle cure palliative prima di procedere. I medici partecipano su base volontaria.
Il testo originario della Coscioni è stato riscritto con 39 emendamenti, e i «tempi certi» tanto rivendicati dai promotori sono spariti: erano stati la prima cosa che la Consulta aveva cancellato nelle leggi di Toscana e Sardegna. Valdegamberi ha tentato fino all’ultimo di rimandare il testo in commissione e ha già annunciato che la legge sarà impugnata.
La foglia di fico delle cure palliative
Il governatore Stefani ha spiegato il suo sì così: la Regione approva una legge che potenzia le cure palliative e istituisce un comitato bioetico, non il suicidio assistito. È una formula elegante e falsa. Il titolo della legge parla di assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito. La commissione medica esiste per valutare le richieste di morte. Il comitato bioetico esiste per dare le linee guida a quelle commissioni.
Le cure palliative sono il corridoio, non la stanza.
Nessuno ha vietato al Veneto di finanziare hospice, assistenza domiciliare, sostegno ai familiari che curano un malato. Lo stesso Valdegamberi ricorda di avere proposte di legge su anziani e disabili ferme in commissione da mesi. La Regione ha scelto di legiferare, con urgenza e in apertura di stagione politica, non sulla cura ma sulla procedura per morire. Chiamarla legge sulle palliative è un modo per non guardare in faccia ciò che si è votato.
La cultura della morte ha una geografia politica
C’è una sequenza che va nominata. Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna: tre Regioni di sinistra. Poi il Veneto, terra cattolica, terra di famiglie e di lavoro, la Regione che per quindici anni ha rappresentato il volto amministrativo del centrodestra. Il passaggio del confine è avvenuto qui, e non per mano della sinistra ma per mano della Lega.
Valdegamberi lo ha detto nel modo più netto: il suicidio e l’aborto non sono un diritto, e quel voto è «uno show che serve a creare una cultura della morte». È stato attaccato per queste parole. Elisa De Berti, leghista favorevole, ha definito «terribile» sentir parlare di cultura della morte.
Ma l’espressione è precisa. Non descrive l’intenzione di un singolo consigliere: descrive una civiltà che, davanti alla sofferenza, organizza per via amministrativa l’uscita di scena invece di organizzare la cura.
Il Canada, dieci anni dopo la sua legge, è la prova documentale: la morte medicalmente assistita è diventata una quota crescente dei decessi, con casi di persone fragili, povere o sole spinte verso la procedura dall’assenza di alternative. Ne abbiamo scritto quando il Senato ha rinviato il ddl Bazoli in commissione.
La domanda che Valdegamberi ha posto a Zaia vale per ogni consigliere che ha votato sì: quanto è libera una scelta quando l’alternativa, cioè cure, assistenza e strutture, costa di più ed è più difficile da garantire? Una libertà che si esercita in una sola direzione non è libertà. È una pressione silenziosa.
E c’è un dato che pesa più di ogni sentenza. Una Nazione che fa sempre meno figli, che invecchia e si spopola, ha scelto di legiferare con urgenza su come accompagnare alla morte i propri malati. L’inverno demografico e la resa davanti alla sofferenza sono due facce della stessa stanchezza.
Zaia, Marina Berlusconi e l’asse liberal dentro il centrodestra
Il voto veneto rivela una convergenza che Valdegamberi aveva già denunciato in agosto e che ora è un fatto politico: da un lato il leghismo arcobaleno di Zaia, che sui temi etici chiede una «no-fly zone» della politica e rivendica la libertà di coscienza; dall’altro la nuova sensibilità liberal dell’area berlusconiana, che con le aperture di Marina Berlusconi ha spinto Forza Italia a togliere il vincolo di partito e a lasciare che un consigliere azzurro votasse la legge della Coscioni.
È lo stesso movimento che avevamo osservato in giugno a Palazzo Madama, dove a spingere per la calendarizzazione del fine vita era stata proprio Forza Italia. Su questo tema il partito di Tajani non è più una forza di centrodestra: è una forza radicale con un altro nome. E la Lega di Zaia, che a Roma vota con la maggioranza, a Venezia ha votato con Schlein.
Il contrasto con Fratelli d’Italia è totale. Il consigliere Matteo Balzan ha ricordato che il partito sta «dalla parte della vita umana, sacra e indisponibile», e la segreteria nazionale ha definito l’iniziativa sbagliata. Nella stessa direzione si è mosso il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia, le cui parole Valdegamberi ha fatto proprie in aula: il compito delle istituzioni è assistere i malati, non offrire la morte come soluzione terapeutica.
Su questo fronte Futuro Nazionale e Fratelli d’Italia hanno votato insieme. È un fatto che chi, nel centrodestra, continua a considerare Vannacci un corpo estraneo dovrebbe annotare.
Roma rinvia, Venezia scavalca: la domanda che resta alla coalizione
Il 3 giugno il Senato aveva approvato la sospensiva di Fratelli d’Italia sul ddl Bazoli, rimandando il fine vita in commissione. Tre mesi dopo la Regione più importante del centrodestra approva la legge che quel rinvio voleva fermare. La relatrice leghista Manuela Lanzarin lo ha detto in aula, tra gli applausi: i partiti che siedono in Parlamento abbiano il coraggio di legiferare invece di voltarsi dall’altra parte.
Cappato e Filomena Gallo hanno commentato che «Liberi subito» non appartiene a uno schieramento. Hanno ragione, purtroppo: è la legge della Coscioni ed è passata a destra.
La sera del voto, mentre Stefani indossava lo smoking per il tappeto rosso della Mostra del Cinema, in aula veniva incardinata l’autonomia differenziata. Due giornate storiche nello stesso giorno, dicono a Venezia.
La prima ha stabilito che una Regione può organizzare il servizio per la morte dei propri cittadini. Resta da capire se il centrodestra nazionale, che sul fine vita ha una posizione e un voto in Senato, intenda dire qualcosa alla propria Regione modello. O se la cultura della morte sia ormai una materia a libertà di coscienza anche per chi la contesta.
Fonti
- ANSA – Il Veneto approva il fine vita, è la prima regione di centrodestra
- Il Gazzettino – Fine vita, in Veneto è legge: FdI e Vannacci votano contro
- Il Foglio – La vittoria di Zaia, centrodestra in tilt
- Policy Maker – Chi ha detto sì e chi si è opposto
- Il Nord Est – Cosa prevede la nuova legge sul fine vita in Veneto
- Il Fatto Quotidiano – Il dibattito in aula, le dichiarazioni di Balzan e Valdegamberi
- AltoVicentinOnline – Valdegamberi: l’asse liberal Zaia-Marina Berlusconi
- Verona Network – Valdegamberi dopo il voto
- VeneziaToday – Il commento di Cappato e Gallo

