Sul fine vita il Senato ha scelto, almeno per ora, di non scegliere. Il 3 giugno il disegno di legge è arrivato in Aula a Palazzo Madama, ma l’Assemblea ha approvato la questione sospensiva presentata da Fratelli d’Italia: ottantotto voti favorevoli, cinquantanove contrari. Il testo è tornato nelle commissioni Giustizia e Affari sociali.
Un rinvio, sulla carta. In realtà, una decisione politica e culturale di prima grandezza.
Un rinvio che ha riacceso lo scontro
Le opposizioni hanno reagito con durezza. Elly Schlein, parlando proprio da San Giovanni Rotondo, ha accusato la maggioranza di avere affossato la proposta. Per il Partito Democratico il tempo della discussione era ormai scaduto.
Il testo in questione è il ddl a prima firma di Alfredo Bazoli, il S.104, già approvato dalla Camera nella scorsa legislatura e poi arenatosi al Senato per mesi. Le opposizioni lo considerano il punto di arrivo più avanzato; la maggioranza lo giudica superato.
Il nodo è il Servizio sanitario nazionale
La frattura non è di principio astratto, ma di architettura della legge. Il testo dei relatori di centrodestra, firmato da Pierantonio Zanettin e Ignazio Zullo, vuole tenere il Servizio sanitario nazionale fuori dalla procedura finale. Il testo Bazoli, al contrario, affida alla sanità pubblica la presa in carico, richiamando la sentenza della Corte costituzionale.
C’è poi una differenza di linguaggio che pesa più di quanto sembri. La proposta di centrodestra parla di sistemi «sostitutivi di funzioni vitali», una formula che restringe sensibilmente la platea rispetto ai «trattamenti di sostegno vitale» evocati dalla Consulta. Una parola, e cambia il perimetro di chi può accedere.
La regia di Forza Italia
A spingere per riportare il dossier in Aula è stata Forza Italia. La capogruppo al Senato Stefania Craxi ha rivendicato la calendarizzazione come «un atto di civiltà», parlando di una vittoria del partito. Dietro la mossa, l’input della famiglia Berlusconi e il nuovo corso impresso da Marina Berlusconi.
È un dato che chi osserva la coalizione non può ignorare. La pressione per accelerare su una materia così sensibile non nasce dall’anima identitaria del centrodestra, ma dalla sua componente che da mesi sta ridefinendo la propria collocazione culturale. Ne abbiamo scritto analizzando la deriva liberal di Forza Italia su fine vita e diritti civili.
Il modello canadese, dall’eccezione alla norma
Per capire la posta in gioco conviene guardare a chi quella strada l’ha già imboccata. Il programma canadese di morte medicalmente assistita compie dieci anni proprio nel giugno 2026. Nato come risposta a casi estremi e circoscritti, è diventato in breve una delle principali cause di decesso della Nazione nordamericana.
I numeri raccontano lo scivolamento. Oltre centomila morti in dieci anni, con una crescita annua superiore al trenta per cento tra il 2019 e il 2022, fino ai 16.499 casi del solo 2024. In Spagna, il caso di Noelia Castillo, venticinquenne accompagnata all’eutanasia nonostante la battaglia disperata della sua famiglia, mostra dove arriva la logica quando la cornice diventa abitudine.
È il paradosso della nuova compassione: si moltiplicano protocolli e commissioni per rendere possibile la morte, mentre chi chiede più tempo, più cura e più ascolto viene trattato come un ostacolo.
La domanda che riguarda tutti
C’è una coincidenza che dovrebbe far riflettere. Una Nazione che fa sempre meno figli, che invecchia e si spopola, discute con urgenza di come accompagnare alla morte i propri malati. L’inverno demografico e la cultura della resa sono due facce della stessa stanchezza: un popolo che fatica a credere nel futuro fatica anche a difendere la vita che ha.
Non è un caso che, dal mondo medico, si siano levate voci autorevoli a ricordare un’altra strada. Quattro componenti del Comitato Nazionale per la Bioetica hanno spiegato perché eutanasia e suicidio assistito non sono una risposta autentica alla sofferenza, e perché le cure palliative restano la frontiera vera della dignità: non anticipare la fine, ma rendere vivibile il tempo che resta.
Il rinvio del Senato, allora, non è un cavillo da cronaca parlamentare. È il momento in cui una civiltà decide se la vita sia ancora il presupposto di tutti i diritti, o soltanto un’opzione tra le altre. La discussione tornerà in commissione. La domanda, quella, resta aperta per tutti.
Fonti
- Open — Fine vita, il Senato accelera: il 3 giugno in Aula. Lo scontro Forza Italia-Pd
- Avvenire — Fine vita, ddl in Aula il 3 giugno: il nodo del Servizio sanitario e il testo Zanettin
- ANSA — Al Senato trattativa in salita sul fine vita: FI fiduciosa, alleati freddi
- DIRE — Craxi (FI): «Un atto di civiltà»
- Generazione Voglio Vivere — I dieci anni del programma canadese MAiD e il caso spagnolo

