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Italia

Da El Alamein alle vetrine di Milano: così il governo umilia la Folgore mandandola a inseguire quattordicenni

Federico Galli

Il 23 ottobre 1942 poche centinaia di parà tennero sette chilometri di deserto. Il 24 ottobre 2026 i loro eredi pattugliano piazza Duomo senza manette, taser né poteri di arresto. Crosetto: «Così non ha senso»

Riassunto dell'articolo

Il 23 ottobre la Brigata Folgore celebra l'anniversario di El Alamein; il 24 ottobre 500 dei suoi parà entrano in servizio a Milano dentro Strade Sicure, con compiti di pattugliamento e identificazione ma senza poteri di arresto, manette, taser o spray, dopo lo stralcio della norma sui poteri di polizia giudiziaria. Il ministro Crosetto ha detto che così «non ha senso» e che i militari dovrebbero fare i militari; l'associazione dei congedati parla di «mani legate». Il Messaggero e Leggo descrivono la scelta del reparto come un'operazione di immagine, anche in chiave anti-Vannacci. L'articolo sostiene che spendere il reparto simbolo dell'Esercito come deterrente visivo contro ragazzini, il più giovane identificato ha 11 anni, umilia la Folgore e copre l'assenza di una risposta politica al disagio giovanile e al carovita.

Oggi, 23 ottobre, la Brigata paracadutisti Folgore celebra l’anniversario di El Alamein. Domani, 24 ottobre, cinquecento dei suoi uomini entrano in servizio a Milano per vigilare su piazze, stazioni e vetrine del centro. Il calendario non l’ha scelto nessuno, ma racconta la decisione del governo meglio di qualunque conferenza stampa: la Folgore a Milano arriva il giorno dopo la festa del reparto, e ci arriva per presidiare negozi contro ragazzini.

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Il 23 ottobre 1942 e il 24 ottobre 2026

La seconda battaglia di El Alamein cominciò la notte del 23 ottobre 1942. All’estremità sud dello schieramento, i paracadutisti della divisione Folgore ressero per due settimane l’urto dell’Ottava armata britannica. Il colonnello del 186° reggimento, alla festa di corpo dell’anno scorso, l’ha riassunta così: poche centinaia di parà difesero un fronte di sette chilometri, un concentrato di valore unico nella storia dell’Esercito. Al Sacrario di El Alamein riposano 4.634 caduti italiani, 2.187 dei quali senza nome. Il 186° e il 187° reggimento festeggiano ancora oggi quel 23 ottobre.

Sono gli stessi reggimenti che da sabato saranno nelle piazze milanesi, come ha scritto Il Messaggero: il 187° di Livorno, il 186° di Siena, il Savoia Cavalleria di Grosseto. Il vicepremier Matteo Salvini li ha presentati dalla Prefettura di Milano come «addestrati, armati, preparati», con un’età media sopra i quarant’anni e missioni all’estero alle spalle. Tutto vero. È proprio per questo che la domanda viene da sé: a fare cosa?

Cosa possono fare davvero i parà a Milano

La risposta è nel piano della Prefettura e nel decreto firmato da Mattarella, che abbiamo già analizzato nel pezzo su cosa prevede il piano per Milano e il decreto sicurezza. I parà potranno pattugliare, fermare e identificare. Non potranno arrestare: la norma che dava ai militari i poteri di polizia giudiziaria è saltata prima del Consiglio dei ministri, dopo le perplessità del Quirinale, condivise dal ministro Piantedosi e dal capo della Polizia.

Leggo ha aggiunto il dettaglio che chiude il quadro: i cinquecento parà andranno in strada senza manette, senza taser e senza spray urticante. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, che la norma l’aveva chiesta, ha commentato che «così non ha senso» e ha definito lo stralcio «un’occasione sprecata». Su X ha poi scritto una frase che vale più del decreto: i militari dovrebbero fare i militari e le forze di polizia le forze di polizia. Lo dice il ministro che li manda.

L’associazione dei congedati della Folgore è stata ancora più netta: parà con le «mani legate», che rischiano di diventare paravento o bersaglio, e un reparto che per mesi sottrae uomini all’addestramento per cui esiste. Non è la sinistra che parla. Sono i loro commilitoni.

Perché proprio la Folgore: un’operazione di immagine

Se i compiti sono quelli di qualunque contingente di Strade Sicure, perché scomodare il reparto più riconoscibile dell’Esercito? Il Messaggero, ricostruendo la trattativa tra Viminale e Difesa, lo scrive senza giri di parole: accanto alle ragioni logistiche c’è «una precisa operazione di immagine». Leggo va oltre e legge nella scelta un segnale contro Roberto Vannacci, ex comandante della Folgore e oggi a capo di Futuro Nazionale, per impedire ai suoi di mettere il cappello sull’operazione.

Ecco il punto. Il basco amaranto non viene mandato a Milano perché serve il basco amaranto. Viene mandato perché si vede. La Folgore diventa un messaggio da spedire a un avversario politico e un’immagine da offrire ai commercianti del centro, mentre il lavoro vero, quello di prevenzione e di ordine pubblico, resta a polizia e carabinieri, come ha ripetuto lo stesso Piantedosi. Un reparto nato per essere lanciato dietro le linee nemiche viene usato come cartello stradale.

I maranza vanno fermati, ma non così

Nessuno qui difende chi ha devastato il centro il 17 e il 18 ottobre. Il bilancio del Viminale parla di 343 fermati, 48 arresti e 50 denunce, con il più giovane identificato di undici anni. Chi sfonda vetrine e saccheggia va fermato, processato e, se serve, chiuso in un istituto minorile; chi ha letto l’analisi di Sofo sui maranza di Milano sa che non parliamo di disagio generico. Ma fermare un undicenne con lo zaino pieno di merce rubata è un lavoro da agenti della Polizia di Stato e da carabinieri, addestrati per questo e dotati degli strumenti per farlo. Non da paracadutisti con vent’anni di Libano, Iraq e Afghanistan alle spalle, mandati a guardare senza poter toccare.

Un governo di destra dovrebbe esaltare i suoi reparti, non spenderli. Esaltarli vuol dire tenerli dove sono insostituibili e dare a chi fa ordine pubblico i mezzi e gli organici per farlo. Qui succede il contrario: il decreto cortei abbassa l’imputabilità ai quattordici anni, come abbiamo spiegato nel pezzo su cosa prevede il decreto sicurezza sui cortei, e intanto la Folgore viene messa in vetrina a fare da deterrente visivo. Due gesti che parlano al pubblico e non al problema.

Il problema ha un nome, e lo abbiamo già scritto quando il governo ha risposto con i soldati alle proteste dei giovani contro il carovita: una generazione senza prospettive che una destra sociale dovrebbe andare a riprendersi, non a presidiare. Salvini si augura che i parà restino a Milano «per anni». Se davvero fosse così, vorrebbe dire che per anni la risposta politica non è arrivata, e che per coprire quel vuoto si è usato il reparto che l’Italia dovrebbe tenere più alto. I ragazzi di El Alamein, per usare le parole del loro comandante Bechi Luserna, erano il «fior fiore di un popolo». Il fior fiore non si manda a contare le serrande.

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