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I Rostri / Il corsivo del Tribuno Rostri

Salvini ha fatto la copia, gli italiani comprano l’originale: e la Lega Nord esce dal congelatore

Il Tribuno del Popolo

Un comitato di ex parlamentari vuole il congresso della vecchia Lega Nord, in sonno dal 2017 con i suoi 49 milioni di debito. Il Tribuno sul sovranismo preso in prestito.

Riassunto dell'articolo

Il 28 agosto 2026 a Forlì un comitato di ex parlamentari e dirigenti leghisti, presieduto da Gianluca Pini, ha chiesto la convocazione del congresso della Lega Nord, partito in sonno dal 2017 e debitore di 49 milioni verso lo Stato, per riprendere il controllo del simbolo. La rubrica satirica I Rostri de Il Politico Web legge la vicenda come effetto della svolta nazionale di Salvini, ispirata dal pensatoio Il Talebano fondato da Fabrizio Fratus e Vincenzo Sofo: idea corretta, ma oggi Meloni e Vannacci presidiano lo spazio sovranista e l'elettore preferisce gli originali.

C’è un partito che da nove anni sta nel congelatore di via Bellerio, insieme al simbolo di Alberto da Giussano e a un debito di 49 milioni con lo Stato. Si chiama Lega Nord: messo in sonno nel 2017, quando nacque la Lega per Salvini Premier, paga a rate e non disturba. Ora qualcuno vuole tirarlo fuori.

CREAZIONE SITI WEB
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Il 28 agosto a Forlì un comitato di ex parlamentari guidato da Gianluca Pini ha chiesto il congresso della Lega Nord per «sbloccare il simbolo e scongelare il vecchio partito». Da via Bellerio rispondono che «chi ha rischiato di uccidere il partito ora cerca una poltrona». Fontana prende le distanze, Salvini parla di «polemiche e ricorsi».

Il Tribuno ricorda come si è arrivati al congelatore. Intorno al 2013 un pensatoio milanese, Il Talebano, fondato da Fabrizio Fratus, firma del nostro Laboratorio Culturale, e da Vincenzo Sofo, spiegò a Salvini che il futuro non stava nell’ampolla del Po ma nelle parole «sovranità» e «Nazione». Fu una lettura giusta: la Lega passò dal 4 al 34 per cento e il Nord dimenticò volentieri la secessione.

Il problema delle idee giuste è che funzionano anche per gli altri. Il sovranismo nazionale non era un’invenzione leghista: era una tradizione con decenni di magazzino, e il magazzino aveva già un proprietario. Quando Giorgia Meloni l’ha portata a Palazzo Chigi e Roberto Vannacci ha aperto la sua bancarella ancora più a destra, l’elettore ha comprato l’originale. Gli ultimi sondaggi danno Futuro Nazionale sopra Forza Italia e la Lega sotto Alleanza Verdi e Sinistra. Lo stesso Sofo, nel 2021, è passato a Fratelli d’Italia.

Fedro racconta di una cornacchia che si vestì di penne di pavone: i pavoni la spennarono, le cornacchie la cacciarono. La favola non condanna l’ambizione, condanna il vestito preso in prestito. I pavoni sono tornati a casa, e ora le cornacchie di Forlì chiedono indietro il piumaggio verde.

Non è nostalgia, giura Pini: è calcolo. Se il marchio nazionale è occupato dagli originali, resta il marchio regionale, che nessun altro può usare. Il celodurismo di Bossi, il Nord che paga e comanda, torna a essere un prodotto senza concorrenti. Chi vuole sapere cosa resta di quella stagione rilegga l’eredità politica di Bossi.

Salvini aveva ragione a diventare nazionale; solo che l’Italia nazionale ha già una presidente del Consiglio e un generale, e nessuno dei due ha bisogno di un terzo. Tornare al Nord vorrebbe dire ammettere che il decennio è stato una parentesi; restare a Roma vuol dire fare il terzo incomodo, come la crisi della Lega dimostra ogni settimana. Intanto il partito originale sta nel freezer, e i vecchi militanti hanno trovato l’apriscatole.

Ave atque vale.

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