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Laboratorio / Politica Politica

La crisi della Lega non è Vannacci: Salvini ha perso il partito

Fabrizio Fratus

Zaia, Fedriga, Giorgetti e Durigon discutono del futuro del movimento senza il segretario. Tra ottobre e novembre l'istinto di sopravvivenza dei parlamentari prevarrà sulla lealtà.

Riassunto dell'articolo

L'analisi sostiene che la crisi della Lega non dipende da Roberto Vannacci, indicato come sintomo e non come causa, ma dalla paralisi della leadership di Matteo Salvini, incapace da anni di dettare l'agenda politica. Il pezzo descrive la formazione di un asse interno composto da Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Giancarlo Giorgetti e Claudio Durigon, la cancellazione della riforma statutaria e la reazione difensiva della segreteria verso il dissenso del Nord. Secondo l'autore, tra ottobre e novembre 2026 l'istinto di autoconservazione dei parlamentari leghisti prevarrà sulla lealtà al segretario, dando vita a un cartello di governatori e amministratori destinato a limitarne il controllo sul partito.

Per settimane, il dibattito pubblico e mediatico si è concentrato quasi ossessivamente su Roberto Vannacci e il cdx. La sua figura, le sue uscite e il suo peso elettorale sono diventati il prisma attraverso cui osservare la crisi della Lega. Ma continuare a cercare nel generale la causa del malessere del Carroccio significa commettere un errore di prospettiva: Vannacci non è la malattia, è solo il sintomo. La vera patologia, profonda e strutturale, è la paralisi di una leadership che da anni, e tutto è iniziato con la rottura con il laboratorio culturale del Talebano nel 2019, ha smesso di dettare l’agenda e che ora è costretta a inseguire gli eventi, in un disperato tentativo di conservare il controllo su un partito che, giorno dopo giorno, sembra già guardare oltre il suo segretario.

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L’asse Zaia, Fedriga, Giorgetti e Durigon

La cronaca politica recente descrive una scena che, fino a pochi anni fa, sarebbe apparsa surreale. Esiste oggi, all’interno della Lega, un fronte composto da figure di peso come Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Giancarlo Giorgetti e Claudio Durigon. Non si tratta di una corrente di opposizione tradizionale, ma di un asse che prova a discutere del futuro del movimento in autonomia.

La reazione di Matteo Salvini a questo fermento rivela tutta la fragilità del momento. Quando un segretario è costretto a inventare continuamente nuovi organismi di coordinamento, a promettere tavoli territoriali e a rimangiarsi accordi interni, come quello ricostruito dal Foglio a giugno, non sta esercitando il comando: sta cercando di prendere tempo. La cancellazione della riforma statutaria, che avrebbe dato a Zaia un ruolo di peso, è la prova regina del timore di Salvini: il segretario non teme più solo i sondaggi negativi o il drenaggio di voti verso Vannacci. Teme, più concretamente, la costruzione di una classe dirigente capace di sopravvivergli.

Una leadership diventata puramente difensiva

Il dato politico più significativo non è il calo elettorale, certificato dai sondaggi YouTrend che vedono la Lega superata da “Futuro Nazionale” e con prospettive concrete di andare sotto il 4%, ma la natura della reazione del segretario. La leadership di Salvini è diventata puramente difensiva. Davanti alla crescita di un dissenso che attraversa anche la componente lombarda e il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, la segreteria ha risposto attaccando, liquidando le istanze identitarie del Nord come posizioni “nostalgiche”.

È la reazione tipica di chi ha perso l’autorevolezza: quando la guida è solida, il dissenso si assorbe e si media; quando è sotto pressione, il dissenso viene percepito come un nemico interno da isolare. Ma questo atteggiamento rischia di accelerare la dissoluzione. Più Salvini si trincera, più spinge gli amministratori del Nord a cercare soluzioni autonome.

Autunno caldo: la domanda dei parlamentari

La questione, però, smetterà presto di essere una disputa tra correnti per trasformarsi in una faccenda di pura sopravvivenza politica. Tra ottobre e novembre, il clima si farà incandescente. I parlamentari leghisti, schiacciati tra la tenaglia elettorale di Vannacci e il calo del consenso del partito, inizieranno a farsi una domanda pragmatica: la linea attuale garantisce la rielezione?

Se la risposta sarà negativa, l’istinto di autoconservazione prevarrà sulla lealtà al segretario. Non è detto che nascerà una “fronda” per abbattere Salvini il giorno dopo, ma è molto probabile che emerga una struttura di potere (un cartello di governatori e amministratori) decisa a impedirgli di arrivare alle prossime elezioni con il controllo assoluto del partito.

L’architetto del proprio isolamento

Il paradosso finale della parabola salviniana è tutto qui: più il segretario si sforza di blindare la Lega per restare l’unico timoniere, più diventa l’architetto del proprio isolamento. Salvini continua a comportarsi come se il problema fosse convincere gli elettori a seguirlo, ma la vera sfida si gioca altrove: nel convincere il suo stesso partito che esiste ancora un futuro sotto la sua guida. Ma oggi, una parte sempre più significativa della Lega, ha smesso di porsi questa domanda. Ha smesso di chiedersi “come seguirlo” e ha iniziato a chiedersi “chi seguire dopo di lui”. E per un leader, questo è l’inizio della fine.

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