Le primarie del centrosinistra sono finite ieri sera a Rivalta sul Mincio, provincia di Mantova, tra le salamelle della Festa dell’Unità. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, le ha liquidate con tre aggettivi: dibattito «inutile, dannoso e subalterno». Il Tribuno annota la data, perché è la sera in cui la sinistra ha mollato l’ultimo dei suoi capisaldi.
Ricapitoliamo per chi era al mare. Il 2 agosto Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, propone di decidere alle primarie la linea sulle armi a Kiev. Schlein risponde: prima il programma. Poi Conte annuncia da Repubblica di non essere più woke, e il Tribuno registrava il duello. Ora l’ultimo atto: la segretaria che dai gazebo doveva uscire incoronata dichiara che i gazebo non servono.
La motivazione è un piccolo capolavoro. Il governo, dice, «è spaccato a metà, con Salvini che mi dà ragione sugli extraprofitti e Tajani che dice che sono una parolaccia». E allora «noi ci dovremmo perdere in sfumature di differenza di millimetri sulle questioni delle primarie?». Tradotto: per non parlare di sé, il Pd deve parlare degli altri. Non ha un candidato, non ha un programma, non ha un perimetro, ma ha trovato un alibi nella lite fra Lega e Forza Italia sulle accise. È il compito non fatto perché il vicino di banco faceva rumore.
Poi c’è quella parola, «subalterni», usata come insulto. Il Tribuno ricorda che le classi subalterne erano quelle di Antonio Gramsci: operai, contadini, gente senza voce. Che la segretaria del partito erede di quella storia usi «subalterno» per dire «perdita di tempo» vale più di un sondaggio. Per Tajani la parolaccia è «extraprofitto», per Schlein è il vocabolario di Gramsci. A ciascuno la sua.
E qui la sequenza si fa impressionante. La sinistra ha abbandonato il comunismo, e va bene, era il 1991. Poi gli operai, per la società civile. Poi la società civile, per i diritti. Poi, come abbiamo documentato, ha scaricato il woke appena Alexandria Ocasio-Cortez l’ha chiamato «una follia» e Conte si è accodato. Ora abbandona le primarie, l’unico rito che le restava: il gazebo con la matita, il popolo che sceglie il capo. Una fuga dopo l’altra, da tutti i capisaldi.
Il problema è che il nuovo sistema elettorale impone il nome del candidato premier sulla scheda. Qualcuno dovrà scriverlo. Non ora, non a Rivalta, non davanti alle salamelle.
Il Tribuno, come suo costume, registra e non giudica. Tre domande restano sospese sul Mincio. Se una segretaria che chiama «dannoso» il confronto con gli alleati abbia ancora alleati. Se Conte, che le primarie le voleva per contarsi, accetterà di non contarsi. E se, dopo il comunismo, gli operai, il woke e i gazebo, alla sinistra resti ancora qualcosa da cui scappare.
Ave atque vale.
Fonti
- ANSA – Schlein: con il governo spaccato dibattito su primarie inutile e dannoso (28 agosto 2026)
- Il Messaggero – Schlein: «Primarie? Con governo spaccato dibattito inutile e dannoso» (28 agosto 2026)
- LaPresse – Carburanti, scontro Lega-FI. Tajani: «Contrarissimo a extraprofitti» (26 agosto 2026)
- L’Espresso – Schlein risponde a Conte: prima il programma, poi le primarie (3 agosto 2026)

