Le primarie del campo largo dovevano essere lo strumento per costruire un’alternativa. Stanno diventando il terreno su cui la coalizione misura le proprie fratture. Giuseppe Conte ha annunciato che il Movimento 5 Stelle non voterà il prossimo pacchetto di sostegno militare all’Ucraina e ha aggiunto che la linea della futura coalizione sulla materia andrà decisa con la consultazione degli elettori. Elly Schlein ha lasciato passare quasi ventiquattro ore, poi ha risposto seccamente al Tg3: «Non funziona così».
Non è una schermaglia estiva. È il primo scontro vero su chi comanderà, e su cosa, in una coalizione che a meno di un anno dal voto non ha ancora un programma, un perimetro né un nome da scrivere sulla scheda.
Cosa ha detto Conte sulle armi all’Ucraina
La posizione del leader pentastellato è netta e non nuova. Il Movimento continuerà a sostenere gli aiuti umanitari, economici e finanziari e manterrà le sanzioni contro Mosca, ma non voterà nuove forniture militari a Kiev, che il Parlamento discuterà con ogni probabilità subito dopo l’estate.
La novità sta nel metodo. Conte non si è limitato a rivendicare una posizione di partito: ha proposto che sia la consultazione popolare a stabilire la linea di politica estera dell’intera alleanza. Un’inversione precisa dei ruoli, perché sposta una scelta di indirizzo internazionale dal tavolo dei partiti ai gazebo.
Sul negoziato con la Russia il leader del Movimento ha invitato l’Europa a verificare sul campo la disponibilità di Vladimir Putin, sedendosi al tavolo per constatarne le intenzioni.
La replica di Schlein: prima il programma, poi i gazebo
La risposta della segretaria del Partito Democratico ha ribaltato l’ordine dei fattori. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza, poi la scelta del candidato, perché chi vince la competizione interna deve guidare l’intera coalizione e non soltanto la propria forza politica.
La formula è difensiva e lo si capisce dal seguito, con l’invito a non perdersi in discussioni interne e a concentrarsi sulle proposte da contrapporre al Governo. Ma il punto politico resta scoperto: se il programma viene prima, allora la posizione sugli aiuti militari va concordata adesso, e su quella posizione il Movimento 5 Stelle ha appena messo un veto pubblico.
Dalla segreteria del Partito Democratico, Alessandro Alfieri ha definito un errore grave affidare a una competizione interna la battaglia su temi delicati come la politica estera. Più ruvido il senatore Filippo Sensi, che ha accusato il leader pentastellato di giocare allo sfascio con un’agenda filorussa, ricorrendo a un paragone che nel campo progressista suona come un’accusa: quella di essere «il Vannacci del campo largo».
Come si sceglie il candidato premier del centrosinistra
Qui entra in scena l’elemento che nessuno, nella coalizione, può aggirare. La nuova legge elettorale approvata dalla maggioranza — lo Stabilicum, che assegna il premio alla coalizione che supera il 42 per cento — impone che ogni lista o coalizione indichi, al momento del deposito del contrassegno, il nome che intende proporre al Presidente della Repubblica per la guida del Governo. Senza quel nome, la lista è inammissibile.
È la norma che pesa di più sulle opposizioni. Il centrodestra ha una guida riconosciuta da tre anni e mezzo. Il campo largo deve costruirne una da zero, e deve farlo prima del voto, non dopo, sulla base dei rapporti di forza.
Le primarie non sono quindi una scelta ideale della coalizione progressista: sono l’unica via d’uscita rimasta a chi non riesce a trovare un accordo politico. Ed è per questo che chi le propone sceglie anche il terreno su cui combatterle. Conte ha scelto quello della politica estera, dove i sondaggi sull’opinione pubblica gli sono più favorevoli.
Renzi rilancia, Calenda pone condizioni
La reazione degli alleati ha completato il quadro della frammentazione. Matteo Renzi non ha polemizzato: ha raccolto la sfida, ricordando che nel campo progressista convivono da sempre due sensibilità distinte, e ha proposto un patto di ferro da sottoscrivere prima della competizione, con l’impegno di tutti a sostenere il vincitore il giorno successivo.
Carlo Antonio Calenda ha alzato l’asticella in direzione opposta, indicando il sostegno a Kiev come precondizione da fissare prima ancora di aprire i gazebo, e ha rinnovato l’invito ai riformisti democratici a costruire con lui uno spazio autonomo di centro. Riccardo Magi ha usato le parole più dure, sostenendo che una campagna elettorale costruita sul disarmo ucraino equivarrebbe a rafforzare Mosca.
Tre alleati, tre condizioni incompatibili. E nessuna figura terza in grado di ricomporle: il nome della sindaca di Genova torna a circolare da mesi come possibile soluzione esterna, ma proprio la sua forza relativa la rende poco interessata a una competizione aperta.
Perché le primarie non risolvono il problema
C’è un equivoco di fondo nel modo in cui la coalizione progressista si racconta. Sommare le percentuali di cinque forze politiche non produce un’alleanza: produce un aggregato statistico tenuto insieme dal rilevatore, non da un programma.
La verifica l’abbiamo già vista sul terreno. La prima manifestazione unitaria di luglio a Napoli si è svolta davanti a una piazza semivuota e contestata da sinistra, mentre il perimetro dell’alleanza continua a spostarsi a ogni convocazione, con Matteo Renzi escluso e poi riammesso a seconda della convenienza del momento.
Una competizione interna, in queste condizioni, non produce sintesi: produce un vincitore e quattro sconfitti che devono sostenerlo su posizioni che non condividono. Su fisco, giustizia, energia e collocazione internazionale le distanze restano quelle di sempre. E la politica estera è il terreno meno negoziabile di tutti, perché non ammette formule di compromesso: le armi si mandano o non si mandano.
Un’opposizione che deve ancora decidere cosa è
Il centrodestra osserva e incassa. Ma il dato che conta non è tattico. Una Nazione che voterà entro un anno ha diritto di sapere, prima di entrare in cabina, quale politica estera sosterrebbe un eventuale governo alternativo. Su questo il campo largo non ha ancora una risposta, e le primarie che dovrebbero costruirla rischiano di essere il luogo in cui la domanda viene definitivamente rinviata.
Le rilevazioni della settimana registrano un arretramento delle due forze principali dell’opposizione: il Partito Democratico scende al 20,6 per cento, il Movimento 5 Stelle si attesta al 13. Non è un crollo. È l’erosione lenta di chi appare occupato a discutere di sé.
Fonti
ANSA — Tensione nel campo largo, Schlein stoppa Conte sulle primarie
Avvenire — Il terremoto nel campo largo sulle armi a Kiev
QN — Schlein-Conte ai ferri corti: il nodo Ucraina e le primarie
Corriere Nazionale — Scontro tra Conte e Schlein su Ucraina e riarmo
Il Sussidiario — Conte sfida il Partito Democratico su Ucraina e primarie
Il Foglio — Sondaggio Swg del 4 agosto 2026

