Woke, chi era costui? Il campo largo se lo domanda da venerdì con lo stesso smarrimento con cui don Abbondio ruminava il suo Carneade. Solo che qui nessuno può fingere di non conoscere la risposta: il woke, fino a giovedì, era di casa.
Poi Giuseppe Conte ha preso carta e penna e ha scritto a Repubblica. Ma la notizia non è l’abiura: è la provenienza dell’ordine. C’è stato un tempo in cui la sinistra italiana aspettava il telegramma da Mosca prima di pensare. La svolta di Salerno arrivò via radio con il timbro del Cremlino, le condanne del ’56 e del ’68 si dosavano col bilancino sugli umori sovietici, il sol dell’avvenire sorgeva rigorosamente a est e guai a chi guardava altrove. Quel sole è tramontato da un pezzo. Il riflesso condizionato, no. È bastato che una deputata di Brooklyn, Alexandria Ocasio-Cortez, prendesse le distanze dalle esasperazioni woke, e che il Financial Times domandasse perché mai un socialista debba essere anche woke, perché a Roma scattasse la corsa all’abiura. Prima il Comintern, ora il commentariat. Cambia l’indirizzo del mittente, non la postura del destinatario: schiena curva, penna pronta, linea recepita.
Il Tribuno pensa a Zeno Cosini e alle sue ultime sigarette. Sul calendario dell’avvocato immaginiamo l’annotazione solenne: U.S., ultimo schwa, 21 agosto 2026. E come per Zeno, il valore del gesto sta tutto nella cerimonia dell’addio, non nella certezza che sia l’ultimo. Perché Conte è il Monsieur Jourdain della politica italiana alla rovescia: il borghese gentiluomo scopriva con meraviglia di aver sempre parlato in prosa, l’avvocato di Volturara Appula scopre di non parlare più woke. In entrambi i casi il merito è del maestro arrivato da fuori. Da solo, il gentiluomo non si accorge di nulla.
Dante ammoniva: «uomini siate, e non pecore matte». Il Tribuno ne consiglia la rilettura al Nazareno e dintorni, pur sapendo che è fatica sprecata: le pecore non leggono i versi, aspettano il fischio del pastore. E il pastore, per certa sinistra, non ha mai parlato italiano. Un tempo parlava russo con accento georgiano; oggi parla inglese con accento di Brooklyn. Il gregge, docile, si volta dove indica il bastone: montava il woke quando l’America progressista lo montava, lo smonta ora che l’America progressista lo smonta, con lo zelo del servo che ubbidisce prima ancora che l’ordine sia finito di pronunciare.
E la segretaria? Elly Schlein ha scelto il silenzio prudente, interrotto da una litania che conosciamo a memoria: Pomigliano, Ilva, Stellantis, Electrolux, Natuzzi. La recita come padron ‘Ntoni i suoi proverbi: formule antiche per tenere insieme la casa mentre la Provvidenza imbarca acqua. Il Tribuno nota però che rispondere a una domanda sull’identità elencando vertenze è un modo elegante di non rispondere. A difendere il vessillo resta Alessandro Zan, per il quale la dignità delle persone non si divide in categorie. Posizione rispettabile, che certifica il punto: perfino sul vocabolario, la linea si aspetta da fuori.
Già, il duello. Al Tribuno tornano in mente i due ufficiali di Conrad, che si sfidano alla sciabola per vent’anni avendo dimenticato la prima offesa. Conte e Schlein si preparano alle primarie di coalizione incrociando le lame su tutto: prima le armi all’Ucraina, poi il programma, ora l’asterisco. Il vertice d’agosto sotto l’ombrellone almeno aveva la cornice balneare; questo duello si consuma per lettera, con i padrini che portano il cartello della sfida in redazione. E l’arbitro, come sempre, siede oltreoceano.
Il Tribuno, come suo costume, registra e non giudica. Tre domande restano sospese come nuvole d’agosto. Se la conversione dell’avvocato sia avvenuta sulla via di Damasco o sulla via delle primarie. Se una sinistra che ha sempre atteso l’imprimatur straniero — ieri il telegramma, oggi il tweet — sappia ancora formulare un pensiero in proprio. E se una coalizione che a pochi mesi dal voto non ha un nome da scrivere sulla scheda possa permettersi di litigare sul dizionario altrui.
I romani, che di servitù se ne intendevano, avevano una parola per chi cambiava padrone senza cambiare postura: la parola era comunque servo. I padroni passano. Certe schiene, evidentemente, no.
Ave atque vale.
Fonti
- ANSA – Il woke manda in tilt la sinistra, Conte sfida Schlein e la destra attacca
- Quotidiano Nazionale – Conte suona la sveglia al Pd: «La sinistra deve avere altre priorità»
- The Social Post – Conte sfida Schlein su woke: nel campo largo si riapre il confronto
- QuiBrescia – La trappola del woke, perché i diritti civili dividono il campo largo

