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Russia

Trump chiama Putin: la pace in Ucraina passa da Mosca

AP

Tre ore al Cremlino, la cena, la tregua su Kiev, poi il passaggio da Zelensky. Witkoff e Kushner riportano «progressi sostanziali» e il presidente americano alza il telefono. Ma il calendario lo detta Putin, e il negoziato vero comincia dopo il voto della Duma.

Riassunto dell'articolo

Il 5 settembre gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno incontrato Putin al Cremlino per tre ore; il 6 hanno visto Zelensky a Kiev; il 7 Trump ha programmato una telefonata con entrambi. Mosca ha concesso una tregua di tre giorni su Kiev, parla di «piccolo passo verso la pace» e rinvia il negoziato vero a dopo le elezioni della Duma (18-20 settembre). Il pezzo analizza la posizione di forza russa, il ruolo delle sanzioni nello scambio, i tre dossier sul tavolo (territorio, sanzioni, garanzie) e il diverso rapporto con il tempo di Trump e Putin.

La telefonata tra Trump e Putin arriva alla fine di un fine settimana in cui la diplomazia ha girato attorno a un solo tavolo, e quel tavolo stava al Cremlino. Sabato 5 settembre Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Vladimir Putin per tre ore nel Palazzo del Senato, seguite da una cena. Domenica sono volati a Kiev da Zelensky. Lunedì Witkoff ha parlato di «progressi sostanziali» e il presidente americano ha messo in agenda le chiamate con Mosca e con Kiev.

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Il dato politico non è la telefonata in sé. È l’ordine delle tappe: prima Mosca, poi Kiev, poi il telefono. Chi viene visitato per primo è chi ha in mano le condizioni.

Cosa si sono detti Putin, Witkoff e Kushner

All’apertura dell’incontro Putin ha chiesto ai due inviati di portare a Trump i suoi «saluti e la sua gratitudine», ha definito la situazione in Ucraina «non semplice» e ha dichiarato «piena fiducia» nella mediazione americana. Sono parole misurate: fiducia nel mediatore, nessuna concessione sul merito.

Yuri Ushakov, consigliere diplomatico del presidente russo, ha detto che gli americani «si sono preparati seriamente» e hanno portato «tutta una serie di idee» per una soluzione. Il giorno prima Peskov aveva ricordato che Trump stesso aveva escluso «nuove idee». La distanza tra le due versioni misura lo spazio negoziale: Washington porta proposte, Mosca decide se chiamarle nuove.

Nella delegazione c’era anche Gene Lange, responsabile facente funzioni delle sanzioni al Tesoro americano, che ha incontrato Kirill Dmitriev, l’uomo di Putin per i rapporti economici con Washington. Lange non ha partecipato al colloquio con Putin, ma la sua presenza dice che le sanzioni sono sul tavolo. Il segretario al Tesoro Bessent aveva appena ripetuto che non ci sarà alleggerimento prima della fine della guerra. Il fatto che se ne parli è già una notizia.

La tregua su Kiev: chi la concede e chi la chiede

Per consentire la visita degli inviati a Kiev, Putin ha ordinato lo stop agli attacchi sulla capitale ucraina per tre giorni, dalla mezzanotte di sabato fino all’8 settembre. Zelensky ha risposto sospendendo i colpi su Mosca fino a lunedì.

Anche qui conta la sequenza. La tregua l’ha concessa Mosca, e l’ha concessa per far arrivare gli americani a Kiev in sicurezza. Non è un gesto verso Zelensky, è un gesto verso Trump. Chi ha la mano libera sul calendario militare ha la mano libera sul calendario politico. Nelle stesse ore i raid russi nella regione di Dnipropetrovsk hanno fatto quattro morti: la tregua vale per Kiev, non per il fronte.

Perché la Russia tratta da posizione di forza

Il viceministro degli Esteri russo Ryabkov ha detto che l’amministrazione americana «deve tenere conto delle realtà sul terreno», dove la situazione «non cambia a favore di Kiev». È la posizione russa da mesi, e non è cambiata. Le trattative dirette erano sospese da sei mesi, il fronte si è mosso e l’inverno è alle porte. Zelensky stesso ha ammesso che «è probabile che il conflitto continui in inverno».

Poi c’è il calendario interno. Mosca sarà pronta a un negoziato vero dopo le elezioni della Duma del 18-20 settembre. Tradotto: Putin non firma nulla prima di aver incassato il voto. Il tempo lo detta lui. Trump può accelerare, ma la data la mette il Cremlino.

Il giudizio di Peskov sulla missione è misurato: «un piccolo passo verso la pace». Non entusiasmo, non chiusura. È il tono di chi sa di poter aspettare.

Il tempo di Trump e il tempo di Putin

I due presidenti non hanno la stessa fretta. Trump ha le elezioni di medio termine a novembre e una guerra aperta con l’Iran nel Golfo, con il petrolio tornato sopra i 95 dollari. Chiudere il fronte ucraino gli serve per presentarsi agli elettori come l’uomo che ha fermato le uccisioni, per usare le parole di Witkoff, e per concentrare la forza militare dove gli serve davvero.

Putin non ha scadenze equivalenti. Ha un’economia adattata a quattro anni di sanzioni, un fronte che avanza lentamente ma avanza, un voto interno che gli consegnerà una Duma allineata. Ogni settimana di attesa gli costa meno di quanto costi a Washington. È questa asimmetria, più di qualsiasi proposta scritta, a decidere chi detta le condizioni.

I tre dossier che decideranno la telefonata

Il primo è territoriale. Mosca chiede che le «realtà sul terreno» siano il punto di partenza. Kiev chiede il contrario. Trump ha già detto in passato che qualcosa dovrà essere ceduto. Su questo la Russia non si muove, e il fatto che gli americani abbiano accettato di partire da Mosca suggerisce che lo sanno. Il tema delle sfere di influenza lo avevamo affrontato in Zelensky e lo scacco matto: quando le grandi potenze trattano tra loro, i confini seguono la forza, non il diritto.

Il secondo è economico. La presenza di Lange e l’incontro con Dmitriev indicano che l’alleggerimento delle sanzioni fa parte dello scambio. Non è un dettaglio: gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, di cui abbiamo scritto nel pezzo sul gasolio a 2,10, hanno mostrato che il costo della guerra energetica lo pagano anche i consumatori occidentali. Mosca sa che chi negozia le sanzioni negozia anche il prezzo alla pompa.

Il terzo è quello delle garanzie. Londra ha proposto di estendere l’ombrello nucleare britannico all’Ucraina, ne abbiamo scritto qui. Mosca considera ogni garanzia militare occidentale a Kiev una linea rossa. Su questo Trump dovrà scegliere tra i suoi alleati e la firma di Putin, e la scelta del formato trilaterale dice già molto.

Cosa aspettarsi dopo la telefonata

Witkoff ha parlato di «passi avanti nella programmazione di ulteriori colloqui trilaterali»: Stati Uniti, Russia, Ucraina. È lo stesso formato che Putin ha sempre chiesto, una trattativa tra chi combatte e chi media, senza intermediari aggiuntivi. Il fatto che Washington lo abbia adottato è la prima concessione, e non è stata fatta a Kiev.

La telefonata di oggi serve a Trump per tenere aperto il canale prima delle midterm e a Putin per far sapere che il dialogo con l’America procede alle sue condizioni e con i suoi tempi. Il negoziato vero comincia dopo il 20 settembre. Fino ad allora, ogni dichiarazione da Mosca va letta come quella di Peskov: un piccolo passo, e nessuna fretta.

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