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Finanza

Zelensky brucia le raffinerie russe, ma il gasolio a 2,10 lo paghi tu

Antonio Antipari

La campagna dei droni di Kiev funziona: le pompe russe sono vuote e Putin ammette la crisi. Ma il mercato del diesel è uno solo, e il conto della guerra arriva alla pompa italiana. Il 25 agosto scade lo sconto sulle accise: senza proroga, il pieno costerà ancora di più.

Riassunto dell'articolo

Il 18 agosto 2026 il gasolio ha raggiunto 2,099 euro al litro in Italia, con un rincaro del 27,6% rispetto al Ferragosto 2025. La causa principale è la campagna ucraina di attacchi con droni alle raffinerie russe: almeno 194 colpi e circa 26 impianti danneggiati dall'inizio del 2026, con il conseguente blocco dell'export russo di diesel. La contrazione dell'offerta globale, aggravata dalla crisi di Hormuz e dal rallentamento di Suez, ha spinto i margini di raffinazione europei ai massimi storici. Il taglio italiano delle accise sul gasolio (17 centesimi) scade il 25 agosto: senza proroga il diesel supererebbe i 2,27 euro. L'articolo sostiene che la strategia di Zelensky, pur efficace contro Mosca, scarica i costi sugli europei e che l'Italia paga l'assenza di sovranità energetica: nucleare, raffinazione nazionale e scorte strategiche sono indicate come risposte strutturali.

Perché il gasolio costa così tanto? La risposta che nessuno vuole dare agli italiani sta a duemila chilometri da qui, tra le colonne di fumo che si alzano dalle raffinerie russe. Il 18 agosto il diesel ha toccato 2,099 euro al litro in modalità self service sulla rete nazionale. In autostrada, senza lo sconto sulle accise, sfiorerebbe i 2,34 euro. Rispetto al Ferragosto di un anno fa, il rincaro supera il 27 per cento.

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Non è un capriccio del mercato. È una strategia militare. E funziona, ma il conto non lo paga solo Mosca.

Perché il gasolio costa così tanto ad agosto 2026

I numeri della pompa raccontano una guerra. Dall’inizio del 2026 i droni ucraini hanno colpito le raffinerie russe almeno 194 volte, raggiungendo circa 26 impianti censiti dai dati satellitari. Non è più una tattica di disturbo: è la strategia centrale di Kiev, condotta con l’appoggio dell’intelligence americana.

L’obiettivo è chiaro e, va detto, viene centrato. Le pompe russe si svuotano, venti regioni razionano il carburante, la Crimea sospende le vendite. Lo avevamo documentato quando Putin ha ammesso la crisi del carburante davanti al congresso di Russia Unita: un’ammissione senza precedenti per il Cremlino.

Ma qui finisce la parte della storia che piace raccontare. E comincia quella che riguarda noi.

Cosa prevede la strategia ucraina contro le raffinerie russe

La logica di Zelensky è lineare. Colpire la raffinazione significa colpire insieme le entrate dello Stato russo e il carburante che muove i suoi carri armati. Ogni impianto fermo è un colpo doppio: economico e militare.

Il problema è che il mercato mondiale del gasolio è un vaso comunicante. Quando la Russia perde capacità di raffinazione, l’offerta globale si contrae. Quando Mosca blocca l’export di diesel per proteggere il proprio mercato interno, come ha fatto, la contrazione raddoppia. E quando tutto questo si somma allo Stretto di Hormuz minato e al Canale di Suez rallentato, il risultato è uno solo: il diesel diventa merce rara.

Merce rara significa merce cara. Per tutti. Anche per chi la guerra non l’ha voluta e non la combatte.

Come il blocco dell’export russo colpisce l’Europa

I margini di raffinazione in Europa sono saliti di un ulteriore dieci per cento, partendo da livelli già ai massimi storici. Le scorte americane di diesel sono ai minimi da trent’anni. Ogni nuovo attacco a una raffineria russa, ogni incursione degli Houthi su un impianto saudita, fa scattare i prezzi verso l’alto nel giro di ore.

L’Europa ha ridotto quasi a zero la dipendenza diretta dal carburante russo. Ma questo non la protegge: la protegge ancora meno. Perché ora Bruxelles compra sul mercato globale, in concorrenza con tutti, in una filiera stressata dove ogni scossone si trasferisce immediatamente alla pompa. Lo avevamo scritto analizzando la crisi di Hormuz e il gasolio oltre i 2 euro: la sicurezza energetica non si dichiara, si costruisce. E l’Unione non l’ha costruita.

Quanto pagano gli italiani alla pompa

Il conto per la nostra Nazione è già in bolletta. Un pieno di gasolio da 50 litri costa oggi circa 105 euro, contro gli 83 di un anno fa. Per un artigiano che macina cinquantamila chilometri l’anno, per un autotrasportatore, per un agricoltore, la differenza vale migliaia di euro. È una tassa di guerra non dichiarata, prelevata senza voto e senza dibattito parlamentare.

E c’è un aggravante tutta italiana. Dal primo gennaio 2026 le accise su benzina e gasolio sono state equiparate: l’accisa sul diesel è aumentata proprio mentre il mercato globale lo rendeva più caro. Una scelta fiscale che ha trasformato il carburante del lavoro nel carburante più tassato.

Cosa succede dopo il 25 agosto con le accise

Il governo ha tamponato con un taglio di 17 centesimi al litro sulle accise del gasolio, prorogato fino al 25 agosto per non lasciare gli italiani a piedi durante l’esodo. Ma la scadenza è tra pochi giorni. Senza una nuova proroga, il diesel salterebbe di colpo verso quota 2,27 euro sulla rete ordinaria, oltre i 2,30 in autostrada.

L’esecutivo si trova a gestire un’emergenza che non ha creato: eredita un mercato devastato da scelte altrui e da vincoli di sistema che nessun governo nazionale può sciogliere da solo. La proroga dello sconto è probabile, ma resta un cerotto. Il problema non è fiscale: è strutturale.

Senza sovranità energetica si pagano le guerre altrui

Ecco perché il gasolio costa così tanto: perché l’Italia ha rinunciato da decenni a ogni forma di sovranità energetica. Niente nucleare, raffinazione ridimensionata, dipendenza totale da rotte marittime che altri minano e da mercati che altri bombardano. Quando il gas del Qatar è sparito dai radar lo abbiamo scoperto sul gas. Ora lo scopriamo sul diesel.

Zelensky fa il suo mestiere: difende la sua Nazione con le armi che ha. La domanda è chi difende la nostra. Una politica seria ripartirebbe da qui: ritorno al nucleare, capacità di raffinazione nazionale, scorte strategiche vere. Tutto il resto è contabilità dell’emergenza, un pieno alla volta.

Resta la cifra finale: 2,099 euro al litro. Il prezzo della guerra degli altri, pagato alla cassa del distributore sotto casa.

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