Cosa ha detto Meloni al Senato questa mattina si riassume in una frase che la premier ha scandito a metà intervento: non siamo qui per difendere le regole dalla realtà, siamo qui per difendere i cittadini dalle regole sbagliate. Un’ora di comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, chiuse da una standing ovation dei banchi della maggioranza e da qualche applauso anche dall’opposizione sui passaggi dedicati all’Ucraina.
Il discorso ha due facce. La prima è sovranista nel senso pieno del termine: energia, confini, rimpatri, fianco Sud. La seconda è atlantista senza sfumature: sostegno a Kiev, pressione su Mosca, e una critica aperta a Donald Trump per l’intesa sul gasolio russo. Le due facce stanno insieme nella testa della premier. Non è detto che stiano insieme nelle tasche degli italiani.
Il costo dell’energia come priorità assoluta
Meloni ha messo l’energia davanti a tutto. La questione che oggi pesa più di ogni altra sulla competitività, ha detto, è il costo dell’energia, e nessuno può rispondere da solo. Da qui la richiesta di una risposta europea coordinata e rapida.
Tre i punti concreti. Il primo è l’accordo raggiunto in sede G7 per il rilascio sui mercati di un quantitativo significativo di carburante, pensato anche per scongiurare un blocco delle esportazioni americane. Il secondo è il rinvio di dodici mesi del regolamento UE sul metano, ottenuto su pressione italiana. Il terzo, il più importante, è la richiesta di estendere all’emergenza energetica la clausola di flessibilità sui conti già concessa per la difesa.
La premier ha rivendicato di aver trasformato quella proposta in uno strumento accessibile a tutti i Governi dell’Unione. E ha chiuso il capitolo con una formula destinata a restare: la decarbonizzazione non può diventare deindustrializzazione. Non si può chiedere alle imprese europee di competere con i grandi attori globali mentre pagano l’energia molto più dei concorrenti.
Hormuz, Aspides e il fianco Sud
Il legame tra sicurezza ed energia è stato il filo rosso dell’intervento. Meloni ha ricordato che le restrizioni e gli attacchi a Hormuz e a Bab el-Mandeb hanno avuto un effetto diretto sul prezzo dell’energia, e che la libertà di navigazione in quei due passaggi è per l’Europa un interesse vitale. Chi segue la crisi del gas del Qatar e le forniture italiane sa quanto questo nodo pesi sulle bollette di casa nostra.
La richiesta ai partner è stata netta: l’operazione Aspides nel Mar Rosso, che l’Italia guida, si regge sul contributo di pochissime Nazioni. Servono più navi, e servono ora. Una soluzione duratura passa dal ripristino della piena libertà di navigazione, senza pedaggi e senza limitazioni discriminatorie.
Sulla guerra ibrida russa, che il Consiglio europeo discuterà in modo specifico, la premier ha elencato droni sugli aeroporti, cavi sottomarini danneggiati nel Baltico, attacchi informatici a ospedali e porti, campagne di disinformazione, migranti spinti alle frontiere come arma di pressione. L’Italia porterà a Bruxelles tre priorità: proteggere le infrastrutture critiche a partire dal dominio subacqueo, sostenere l’industria nazionale nei sistemi anti-drone e antimissile, e ribadire che la sicurezza dei confini è indivisibile. Tradotto: mentre si sostiene il fianco Est, non si perde di vista il fianco Sud.
Schengen con la Spagna: un diritto, non una colpa
Il passaggio più duro è stato quello sulla sospensione di Schengen con la Spagna, decisa dopo la crisi di Ceuta che Il Politico Web ha ricostruito fin dai primi giorni. Meloni ha definito surreali le polemiche di alcuni partiti di opposizione, a suo dire più attenti a difendere il Governo spagnolo che la sicurezza dei confini italiani.
I numeri portati in Aula sono questi: il codice Schengen prevede espressamente la reintroduzione temporanea dei controlli per ragioni di ordine pubblico e sicurezza; gli Stati membri vi hanno fatto ricorso quasi 500 volte; in 30 casi i controlli hanno riguardato direttamente l’Italia; la Francia mantiene controlli alla frontiera con noi da oltre dieci anni.
Da qui la conclusione: l’Italia ha gli stessi doveri e gli stessi diritti degli altri. Non si accetta che difendere i confini sia un diritto per gli altri e una colpa quando lo fa Roma.
Rimpatri: l’Europa finanzi i return hubs
Sulla migrazione Meloni ha rivendicato di aver aperto la strada con i centri in Albania, oggi che i return hubs nei Paesi terzi sono previsti dalle norme europee. La proposta è che l’Unione finanzi questi progetti pilota inserendoli nel prossimo bilancio pluriennale. Il tema sarà al centro della colazione di lavoro promossa a Bruxelles da Italia, Danimarca e Paesi Bassi.
Due i dati citati: rimpatri in crescita record quest’anno e oltre 65mila uscite volontarie assistite gestite negli ultimi due anni con l’OIM dal Nord Africa. La richiesta alla UE è di usare ogni leva contrattuale e diplomatica con i Governi di origine. Chi vuole essere partner dell’Europa non può considerare i rimpatri un capitolo a parte.
Ucraina: la resa non è pace
Sulla guerra la posizione del Governo non cambia, e Meloni lo ha detto senza giri di parole. Se l’Ucraina smettesse domani di difendersi, ha sostenuto, non avremmo la pace ma l’occupazione di una Nazione europea e il ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico. Nessuno, ha aggiunto, la convincerà che la resa di chi difende la propria libertà possa chiamarsi pace.
I pilastri restano tre: sostegno a Kiev con attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca, unità euro-atlantica. La premier ha denunciato la campagna d’autunno russa contro centrali, condomini, ospedali e autobus, citando la strage di Kramatorsk, e ha chiesto all’Europa di sedersi al tavolo con una figura autorevole e un mandato condiviso. Un messaggio diretto al formato E3 di Francia, Germania e Regno Unito: se vogliono andare avanti da soli, lo facciano almeno con un mandato riconosciuto dagli altri.
Il no a Trump sul gasolio russo
Qui sta il passaggio politicamente più delicato della giornata. Venerdì 9 ottobre Trump ha annunciato l’intesa con Putin per immettere sui mercati fino a 4,8 milioni di tonnellate di gasolio russo, con il Tesoro americano che ha sospeso le relative sanzioni fino ad aprile 2027. Il Politico Web ha sostenuto che l’Italia dovrebbe chiedere a Bruxelles la stessa deroga che Washington si è concessa da sola.
Meloni ha scelto l’altra strada. L’intesa, ha detto in Aula, è una scelta che considera molto rischiosa. Il suo ragionamento è lineare: l’impennata dei prezzi del carburante dipende soprattutto dalla guerra in Iran, non dal conflitto ucraino; quindi il risultato della mossa è dubbio, mentre i rischi sono chiari. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe cadono sulle città ucraine, nuove entrate per finanziare la guerra, un indebolimento della leva sanzionatoria che contraddice quanto fatto finora dagli stessi Stati Uniti per portare Putin al tavolo.
È un’argomentazione coerente con il resto del discorso. Ma lascia aperta una domanda che l’Aula non ha posto. Se la causa del caro carburante è Hormuz e non Kiev, allora le sanzioni europee sul gasolio russo non servono a contenere i prezzi: servono a tenere la linea. E tenere la linea ha un costo, che oggi pagano le famiglie e i trasportatori italiani mentre gli americani, grazie alla deroga, pagheranno meno. Il nodo non è Palazzo Chigi, che ha scelto la coerenza con gli alleati. Il nodo è Bruxelles, che chiede all’Italia disciplina sulle sanzioni e poi discute per mesi sulla flessibilità per le bollette.
Difesa: “chi parla di guerrafondai mente”
Sulle spese militari la premier ha risposto a chi sostiene che più sicurezza significhi meno ospedali. Il Governo, ha spiegato, non ha usato tutto il margine di risorse aggiuntive consentito; quei margini sono legati a regole europee specifiche e non sarebbero comunque spendibili per sanità o scuola. Chi racconta il contrario, ha detto, mente sapendo di farlo. Con una frecciata a chi oggi accusa dall’opposizione e in piena pandemia approvò un aumento delle spese militari da circa 15 miliardi.
Cosa porta a Bruxelles
Il discorso ha incassato il consenso prevedibile della maggioranza e due riconoscimenti inattesi: Carlo Calenda ha definito perfetto il passaggio sull’Ucraina, Mario Monti ha apprezzato le critiche a Trump. La misura del successo, però, non si prenderà a Palazzo Madama ma a Bruxelles.
Meloni porta al Consiglio europeo tre richieste che si possono verificare: la flessibilità di bilancio estesa all’energia, più navi per Aspides, i return hubs nel bilancio pluriennale. Su queste tre voci si misurerà, nei prossimi giorni, se la frase sulle regole sbagliate era un programma o uno slogan. Il Politico Web seguirà il vertice del 15 e 16 ottobre su questi punti.
Fonti
- Fanpage – Meloni oggi in diretta alle Camere, la cronaca delle comunicazioni al Senato
- Quotidiano Nazionale – Meloni in Senato: sul costo dell’energia serve risposta rapida
- News Prima – Meloni al Senato: chi ci accusa di essere guerrafondai mente
- LaPresse – Meloni in Parlamento in vista del Consiglio europeo, la diretta
- Agenzia Nova – Al via le comunicazioni di Meloni in Aula Senato
- Domani – L’accordo Trump-Putin prevede fino a 4,8 milioni di tonnellate di gasolio russo
- Governo.it – Senato, le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre

