Lo Stretto di Hormuz può riaprire domani. Ma il gas del Qatar non tornerà per anni. È questa la distinzione che separa la crisi attuale da uno shock temporaneo — e che la rende, per l’Italia, potenzialmente più grave di quella del 2022.
Gli attacchi iraniani agli impianti di Ras Laffan, il più grande complesso di esportazione di gas naturale liquefatto al mondo, hanno prodotto un danno che non si misura in settimane di blocco navale ma in anni di ricostruzione. Due treni di liquefazione distrutti, circa 12,8 milioni di tonnellate annue di capacità cancellate — il 17% dell’intera capacità di esportazione del Qatar. QatarEnergy ha dichiarato la force majeure sui contratti di lungo termine, Italia inclusa. I tempi di ripristino stimati: da tre a cinque anni.
Per un Paese che ha costruito la propria sicurezza energetica post-2022 sulla sostituzione del gas russo con il GNL del Golfo, questo non è un dato tra gli altri. È il crollo di un pilastro.
L’Italia è il terzo Paese più vulnerabile. E il dato è strutturale
Secondo l’analisi dell’ISPI, l’Italia è il terzo Paese al mondo più vulnerabile a uno shock delle forniture di GNL dal Qatar, dopo Pakistan e Taiwan. Il dato non è congiunturale: è il prodotto di scelte strategiche compiute dopo il 2022 e mai corrette.
Edison, il secondo operatore energetico italiano, importa dal Qatar circa 6,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno attraverso il terminale Adriatic LNG di Rovigo — quasi il 10% del fabbisogno nazionale. QatarEnergy detiene il 22% delle quote dello stesso terminale. Quando il fornitore è anche l’azionista dell’infrastruttura, la dipendenza non è solo commerciale: è architettonica.
I rigassificatori di Piombino e Ravenna, costruiti proprio per garantire la sicurezza energetica dopo la crisi ucraina, dipendono dalla disponibilità globale di GNL. Senza i carichi qatarioti, rischiano di restare strutturalmente sottoutilizzati — infrastrutture da miliardi di euro progettate per un mercato che non esiste più nella forma prevista.
Il gas TTF europeo, il benchmark di Amsterdam, è salito del 60% dall’inizio del conflitto, toccando i 50 euro per megawattora. HSBC prevede che i prezzi europei del gas saranno del 40% superiori alle proiezioni pre-crisi per tutto il 2026 e resteranno elevati fino al 2027. Goldman Sachs, nello scenario peggiore, stima un TTF oltre i 100 euro per megawattora — lo stesso livello che nel 2022 innescò il razionamento industriale.
La corsa italiana alle forniture alternative: ENI tratta, l’Algeria chiede il prezzo spot
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato venerdì scorso che l’Italia sta trattando contemporaneamente con Stati Uniti, Azerbaijan e Algeria per sostituire le forniture qatariote. «Stiamo parlando con tutti, direttamente, tramite le nostre imprese e tramite ENI», ha dichiarato a margine di un evento a Milano, aggiungendo che l’impatto dell’attacco al sito di Ras Laffan è stato «devastante».
Ma la realtà delle trattative è meno rassicurante delle dichiarazioni. Secondo Bloomberg, ENI sta rinegoziando i contratti con la Sonatrach algerina per ottenere volumi aggiuntivi. La risposta di Algeri, però, è stata brutale nella sua semplicità: l’Algeria è disposta a vendere gas supplementare, ma solo a prezzi spot — cioè ai prezzi di mercato attuali, non a quelli dei contratti di lungo termine. In un mercato dove il TTF è a 50 euro per megawattora e in salita, questo significa pagare il gas algerino a un premio che annulla gran parte del vantaggio della prossimità geografica.
C’è un paradosso in questa trattativa che racconta molto sulla posizione strutturale dell’Italia. L’Algeria è il primo fornitore di gas del Paese — il 36% delle importazioni via gasdotto transita dal TransMed, il “gasdotto Mattei” che collega Hassi R’Mel in Algeria alla Sicilia attraverso la Tunisia. Eppure, nel 2024, i volumi effettivamente trasportati sono scesi a 21 miliardi di metri cubi — il livello più basso dal 2021 — su una capacità massima di 33,5 miliardi. Non per mancanza di offerta algerina, ma per mancanza di domanda italiana. L’Italia, in altre parole, aveva un gasdotto sottoutilizzato con un fornitore affidabile — e ha preferito costruire la propria sicurezza energetica sui terminali GNL alimentati dal Golfo.
Oggi che il Golfo brucia, il TransMed torna improvvisamente strategico. Ma la Sonatrach, che per anni ha visto i propri volumi verso l’Italia calare mentre Roma corteggiava il Qatar, non ha ragioni per offrire sconti. La diversificazione funziona quando la costruisci prima della crisi. Quando la improvvisi durante, la chiami con il suo nome: emergenza.
Le bollette, il PUN e il meccanismo che l’Italia non ha mai riformato
Il legame tra il prezzo del gas e la bolletta elettrica italiana è diretto e devastante. In Italia, circa il 40% della produzione elettrica dipende ancora da centrali termoelettriche a gas. Il Prezzo Unico Nazionale (PUN) dell’elettricità è determinato dal meccanismo di prezzo marginale: è il costo dell’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda — quasi sempre una centrale a gas — a fissare il prezzo per tutti. Quando il gas sale, l’elettricità sale con esso, a prescindere da quanta energia rinnovabile o idroelettrica sia stata prodotta nelle stesse ore.
A marzo 2026, il PUN è tornato in area 140-157 euro per megawattora, con punte serali a 212 euro. Un aumento del 25% su base mensile. Secondo le stime della BCE, nello scenario peggiore il gas potrebbe raggiungere i 110 euro per megawattora nel secondo trimestre, spingendo il PUN verso livelli che l’Italia non vedeva dal 2022.
Il Centro Studi di Conflavoro stima un impatto complessivo fino a 33 miliardi di euro in sei mesi se il blocco dello Stretto persiste — circa l’1,5% del PIL — con bollette in aumento del 30-40% e rischio di razionamento energetico per le industrie non strategiche. Confindustria lancia l’allarme attraverso Gas Intensive, il consorzio che rappresenta i maggiori consumatori industriali: i settori chimico, siderurgico, ceramico e cartario hanno già imposto sovrapprezzi fino al 30% per compensare l’aumento dei costi dell’energia.
Il contrasto con la Spagna è impietoso. Secondo il centro di ricerca Ember, dall’inizio del 2026 il gas ha determinato il prezzo dell’elettricità nell’89% delle ore in Italia, contro appena il 15% in Spagna. La ragione è semplice: Madrid ha investito massicciamente nelle rinnovabili, riducendo la dipendenza del proprio mix elettrico dal gas. L’Italia no. E ogni crisi geopolitica ripropone lo stesso schema: chi ha diversificato le fonti interne paga meno, chi ha diversificato solo i fornitori esterni paga comunque il prezzo del mercato globale.
La BCE congela i tassi, la recessione si avvicina. E il decreto Bollette non basta
Il 19 marzo, la Banca Centrale Europea ha sospeso il taglio dei tassi previsto, rialzando le previsioni di inflazione e riducendo quelle di crescita per l’eurozona. La decisione, ufficialmente motivata dall’incertezza geopolitica, è la traduzione istituzionale di un dato brutale: l’Europa sta entrando in stagflazione — crescita ferma e prezzi in salita — e la politica monetaria non ha strumenti per risolvere uno shock da offerta.
Per l’Italia il quadro è particolarmente severo. La BCE ha avvertito esplicitamente che le economie ad alta intensità energetica — Germania e Italia in testa — rischiano la recessione tecnica entro fine 2026 se il blocco marittimo persiste attraverso la stagione estiva di riempimento delle scorte. Goldman Sachs, nel suo scenario più grave, prevede due rialzi dei tassi nella seconda metà dell’anno — rialzi in un’economia europea già stagnante, con il settore manifatturiero tedesco in crisi strutturale e l’industria italiana schiacciata dal caro-energia da tre anni.
Il governo Meloni ha risposto con un decreto che taglia le accise sui carburanti — una misura di emergenza che Il Politico Web analizzerà nel dettaglio. Ma sul fronte del gas, l’intervento strutturale resta assente. Il decreto Bollette di febbraio 2026 mirava a ridurre il differenziale tra il TTF europeo e il PSV italiano, migliorando la liquidità del mercato interno. Un intervento tecnico corretto ma calibrato su uno scenario pre-bellico. Con il TTF a 50 euro e in salita, nessun meccanismo nazionale può compensare uno shock che nasce dal mercato globale.
Tre crisi in quattro anni, lo stesso errore: diversificare i fornitori senza costruire sovranità
C’è un filo rosso che attraversa le tre crisi energetiche che l’Italia ha subito dal 2022 a oggi. Nel 2022, la dipendenza dal gas russo. Nel 2025, la vulnerabilità alle rotte del Mar Rosso durante la crisi Houthi. Nel 2026, il collasso delle forniture dal Golfo. Ogni volta, lo schema è identico: un evento geopolitico in un luogo lontano, su cui l’Italia non ha alcuna leva, si traduce in shock immediato sulle bollette, sulla produzione industriale, sulla crescita.
La diversificazione post-2022 è stata presentata come un successo strategico. E lo è stata — nei numeri. L’Italia ha effettivamente ridotto la dipendenza dal gas russo dal 40% al 3% in tre anni. Ha costruito rigassificatori. Ha firmato contratti con il Qatar, con l’Algeria, con l’Azerbaijan, con gli Stati Uniti. Ma ha commesso un errore concettuale che nessun contratto può compensare: ha diversificato i corridoi senza diversificare il modello.
Sostituire un gasdotto che attraversa l’Ucraina con una nave metaniera che attraversa lo Stretto di Hormuz non è sovranità energetica. È spostamento del rischio. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia più vulnerabile del sistema energetico globale — il punto in cui transita il 20% del petrolio e il 20% del GNL mondiali. Costruire su quella rotta la propria sicurezza energetica significava scommettere che nessun conflitto avrebbe mai chiuso quel passaggio. Una scommessa persa il 28 febbraio 2026.
La vera sovranità energetica — quella che la Spagna sta costruendo con le rinnovabili, che la Francia mantiene con il nucleare, che la Norvegia possiede per ragioni geografiche — richiede produzione interna. Non spostamento della dipendenza da un fornitore estero a un altro. L’Italia produce internamente solo il 5% del gas che consuma. Il resto arriva dall’estero, attraverso rotte marittime o gasdotti che altri controllano. Finché questo dato non cambia, ogni crisi nel Mediterraneo allargato troverà l’Italia dalla stessa parte: quella di chi subisce le conseguenze di decisioni prese da altri.
Il gas del Qatar non tornerà per tre-cinque anni. Lo Stretto di Hormuz potrebbe riaprire tra settimane, ma gli impianti di Ras Laffan no. Il danno non è temporaneo: è strutturale. E la domanda che nessuno a Roma sembra voler porre è la più semplice di tutte: per quante volte ancora l’Italia può permettersi di scoprire, nel mezzo di una crisi, che la propria sicurezza energetica dipende da uno stretto, un gasdotto o un impianto che qualcun altro può chiudere, bombardare o distruggere?
Fonti
Bloomberg – Italy Joins Race for Algerian Gas With Iran War Cutting Supplies, 20 marzo 2026
Global Banking & Finance – Italy Seeks US, Azerbaijan, Algeria Gas After Qatar Supply Halt, 20 marzo 2026
Tag24 – Italia a rischio blackout? “Fuoco” sugli impianti di gas nel Golfo Persico, 20 marzo 2026
Energia Oltre – Perché l’Italia è il terzo Paese più vulnerabile a uno shock di GNL dal Qatar, marzo 2026
Euronews – Iran War: How Exposed Are European Economies?, 5 marzo 2026
Bloomberg – Europe Faces High War-Related Gas Prices Through 2027, HSBC Says, 16 marzo 2026
Goldman Sachs – How Will the Iran Conflict Impact Oil Prices?, marzo 2026
CNBC – There’s Another Energy Market That May Get Hit Harder Than Oil by Strait of Hormuz Closure, 9 marzo 2026
The Hill – Infrastructure Strikes in Iran War Escalate Global Energy Crisis, 21 marzo 2026
TIME – Europe and Japan Ready to Join Efforts to Secure Strait of Hormuz, 19 marzo 2026
eToro – Crisi del Gas LNG: L’Effetto Qatar sui Prezzi in Europa, 20 marzo 2026
Il Post – L’Italia ha imparato poco dall’ultima crisi energetica, 13 marzo 2026
Euronews – War in Iran: Where in Europe Have Petrol Prices Spiked?, 19 marzo 2026
La Verità – Gas Qatar sotto attacco: rischio shock per l’Italia, 20 marzo 2026
IRU – War in Iran: Fuel Prices Remain High and Volatile, 20 marzo 2026
Wikipedia – Economic Impact of the 2026 Iran War
Wikipedia – 2026 Strait of Hormuz Crisis
Bruegel – How Will the Iran Conflict Hit European Energy Markets?, 2 marzo 2026
Middle East Council on Global Affairs – Algeria-Italy Partnership: A New Axis Reshaping the Mediterranean?, agosto 2025
Real Instituto Elcano – Another Round of Algerian Gas for Europe, dicembre 2025
Il Politico Web – Hormuz e il ricatto energetico: quanto costa all’Italia non avere sovranità sulle risorse, marzo 2026
Il Politico Web – Lo Stretto chiuso per tutti, aperto per Pechino, marzo 2026
Il Politico Web – Hormuz brucia, l’Europa paga. E l’Italia continua a chiamarsi fuori dalla storia, marzo 2026

