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Medio Oriente

Lo Stretto chiuso per tutti, aperto per Pechino. La guerra all’Iran regala alla Cina il monopolio energetico che doveva distruggere

Redazione - Il Politico

Dall'inizio del conflitto, l'Iran ha spedito alla Cina quasi 12 milioni di barili di greggio attraverso uno Stretto di Hormuz ufficialmente impraticabile per il resto del mondo. L'infrastruttura logistica e finanziaria costruita in anni di aggiramento delle sanzioni si rivela oggi un asset strategico di primo ordine — mentre l'Europa, alleata di Washington, scopre di essere il vero danno collaterale della guerra.

Riassunto dell'articolo

La guerra USA-Israele contro l'Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha prodotto un paradosso strategico: lo Stretto di Hormuz è chiuso de facto al traffico commerciale globale, ma l'Iran continua a esportare petrolio alla Cina — almeno 11,7 milioni di barili dall'inizio del conflitto. L'infrastruttura della dark fleet, costruita in un decennio di aggiramento delle sanzioni, si rivela oggi un asset strategico: navi senza transponder, pagamenti in renminbi, raffinerie cinesi non esposte al sistema SWIFT. La Cina dispone di 1,2 miliardi di barili di scorte e di un cuscinetto terrestre russo, mentre l'Europa — e l'Italia in particolare, che importava dal Qatar il 30% del suo GNL — è il vero danno collaterale della guerra. La "maximum pressure" di Trump doveva portare le esportazioni iraniane verso la Cina a zero; due settimane dopo, sono ai massimi dal 2018. L'articolo analizza come la guerra abbia materializzato un sistema energetico a due binari — regolamentato e parallelo — e perché l'Europa ne esce come oggetto, non soggetto.

C’è un paradosso al centro della guerra in Iran che nessuno, nei palazzi di Washington, sembra disposto ad ammettere. L’operazione militare lanciata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele — quella che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e innescato la più grave crisi energetica dal 1973 — doveva anche essere il colpo finale alla catena di approvvigionamento petrolifero tra Teheran e Pechino. La dottrina della “maximum pressure”, rilanciata da Trump nel febbraio 2025, aveva un obiettivo dichiarato: portare le esportazioni iraniane di petrolio verso la Cina “a zero”.
Due settimane dopo l’inizio dei bombardamenti, il risultato è l’esatto contrario. Lo Stretto di Hormuz è chiuso al traffico commerciale globale: le compagnie di navigazione si sono ritirate, gli assicuratori hanno moltiplicato i premi, oltre 700 navi sono ferme su entrambi i lati del passaggio. Ma attraverso quello stesso Stretto, le petroliere iraniane continuano a caricare greggio destinato alla Cina — con i transponder spenti, su rotte consolidate da anni di pratica, protette di fatto dalla stessa marina iraniana che attacca le navi di tutti gli altri.
Non è un’anomalia. È il risultato prevedibile di una dinamica che si è costruita nel corso di un decennio e che la guerra ha accelerato anziché interrompere. E l’Europa — che di quella guerra non è protagonista ma ne paga le conseguenze — si ritrova dalla parte sbagliata dell’asimmetria.

CREAZIONE SITI WEB
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La doppia corsia di Hormuz: chiuso per il mondo, operativo per Pechino

I numeri raccontano una storia inequivocabile. Dall’inizio della guerra, l’Iran ha inviato alla Cina almeno 11,7 milioni di barili di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz, secondo i dati satellitari di TankerTrackers.com. Kpler, la piattaforma di intelligence energetica, stima circa 12 milioni di barili transitati dallo Stretto dall’inizio del conflitto — praticamente tutti diretti verso porti cinesi.
Il flusso non si è mai interrotto. A marzo, l’Iran sta ancora caricando circa 1,5 milioni di barili al giorno, e la Cina ne riceve circa 1,25 milioni. Le navi viaggiano con i sistemi di identificazione automatica (AIS) disattivati — “al buio”, nel gergo marittimo — rendendo quasi impossibile il tracciamento convenzionale. È la stessa tecnica affinata negli anni dalla cosiddetta “dark fleet”, la flotta ombra che ha permesso a Teheran di aggirare sistematicamente le sanzioni occidentali.
Ma c’è di più. L’Iran ha riattivato il terminale petrolifero di Jask, sul Golfo di Oman, a sud dello Stretto di Hormuz. È l’unico punto di esportazione iraniano che non richiede il transito attraverso il collo di bottiglia. Era stato usato raramente in passato — ora Teheran lo sta impiegando per diversificare le rotte verso la Cina, aggiungendo capacità a un sistema che era già sorprendentemente resiliente.
Il dato da trattenere è questo: nel mondo in cui Hormuz è chiuso, l’Iran continua a esportare e la Cina continua a importare. Per tutti gli altri — Europa, Giappone, Corea del Sud, India — lo Stretto è un muro.

Un’infrastruttura costruita nell’ombra: la dark fleet e il sistema renminbi

Per capire come sia possibile che un canale energetico sopravviva alla chiusura dello Stretto attraverso cui transita, bisogna tornare indietro di almeno un decennio. Quello che oggi appare come un vantaggio strategico cinese è in realtà il prodotto di anni di investimento sistematico nell’aggiramento delle sanzioni — un investimento che né Washington né Bruxelles sono mai riusciti a neutralizzare.
Il sistema funziona così. Il petrolio iraniano viene caricato sulle petroliere della “dark fleet” — navi vecchie, spesso con più di vent’anni, battenti bandiera di paesi compiacenti come Mongolia, Eswatini o Panama, assicurate da entità opache o dalla russa Ingosstrakh. Queste navi disattivano i transponder, falsificano le coordinate GPS, e trasferiscono il carico ad altre navi in acque internazionali — tipicamente al largo della Malesia o nelle vicinanze di Singapore, in quello che Bloomberg ha definito il più grande punto di raccolta della dark fleet al mondo.
Una volta arrivato in Cina, il greggio viene rietichettato come proveniente dalla Malesia o dagli Emirati e acquistato dalle cosiddette “teapot refineries” — piccole raffinerie semi-indipendenti che assorbono circa il 90% delle esportazioni iraniane. Queste raffinerie non sono esposte al sistema finanziario americano, il che le rende praticamente impermeabili alle sanzioni secondarie.
I pagamenti avvengono in renminbi, attraverso piccole banche cinesi che non hanno legami con il circuito SWIFT. Teheran riceve valuta cinese che può spendere solo comprando merci cinesi o parcheggiando i fondi in banche cinesi — un circolo chiuso che lega l’Iran alla Cina in modo strutturale.
Questo sistema non è improvvisato. L’analisi di Vortexa, la piattaforma di intelligence energetica, mostra che i tempi di viaggio Iran-Cina si sono compressi da 85-90 giorni nel 2022 a 50-70 giorni oggi — segno di una catena logistica che si è progressivamente ottimizzata. Non più un espediente d’emergenza, ma un’infrastruttura parallela pienamente funzionale.

Il paradosso strategico: la guerra rafforza ciò che doveva distruggere

Torniamo al paradosso. Nel febbraio 2025, Trump firmò il National Security Presidential Memorandum-2, che ordinava una campagna per portare le esportazioni iraniane di petrolio verso la Cina “a zero”. Un anno dopo, quelle esportazioni sono ai massimi dal 2018. A febbraio 2026, l’Iran ha esportato 2,16 milioni di barili al giorno — tutti diretti in Cina. Nella settimana del 16 febbraio, i caricamenti iraniani hanno toccato il record di 3,78 milioni di barili.
La guerra, anziché interrompere questo flusso, lo ha consolidato. E ha fatto di più: ha eliminato la concorrenza. Prima del 28 febbraio, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano anche le esportazioni di Arabia Saudita, Emirati, Iraq, Kuwait e Qatar — circa 20 milioni di barili al giorno, il 20% del commercio petrolifero globale. Ora quel traffico è fermo. L’unico petrolio che passa è quello iraniano, diretto in Cina.
Nel frattempo, Pechino ha accelerato l’accumulo di scorte strategiche. Nei primi due mesi del 2026, le importazioni cinesi di greggio sono aumentate del 15,8% rispetto all’anno precedente. La Cina dispone oggi di circa 1,2 miliardi di barili di scorte — sufficienti per 3-4 mesi di consumo. Ha anche un cuscinetto che nessun altro importatore possiede: la frontiera terrestre con la Russia e le infrastrutture energetiche (oleodotti, gasdotti) che collegano i due paesi, completamente al riparo da qualsiasi disruption marittima.
Il risultato è un ribaltamento completo delle intenzioni americane. La guerra doveva isolare l’Iran e tagliare la Cina dalle forniture iraniane. Ha invece isolato tutti gli altri — Europa, Giappone, India, Corea — lasciando intatto il canale Pechino-Teheran e rafforzando la posizione negoziale cinese sul mercato energetico globale.

L’Europa paga il conto: gas, petrolio e il fantasma del 2022

Chi subisce le conseguenze di questa asimmetria è soprattutto l’Europa — e, dentro l’Europa, soprattutto l’Italia.
Partiamo dal gas. Il Qatar rappresenta il 20% dell’offerta mondiale di GNL. La sua produzione è stata fermata dopo che droni iraniani hanno colpito il complesso di Ras Laffan il 2 marzo — il più grande impianto di liquefazione al mondo. Goldman Sachs stima che lo stop abbia rimosso dal mercato circa il 19% dell’offerta globale di GNL nel breve termine. I prezzi del gas europeo (TTF) sono saliti del 63% in una settimana — l’aumento più violento dal marzo 2022, quando la Russia invase l’Ucraina.
Per l’Italia, il colpo è particolarmente duro. Il Qatar rappresentava nel 2025 circa il 30% delle importazioni italiane di GNL. Tra i paesi europei, come abbiamo analizzato nelle prime ore della crisi, l’Italia è il più esposto ai flussi che transitano per Hormuz — il 50% delle importazioni europee di GNL dal Qatar e dagli Emirati nel 2024 era destinato all’Italia.
Le riserve di gas europee sono appena scese sotto il 30% della capacità — ben al di sotto della media quinquennale. Goldman Sachs avverte che un blocco di un mese porterebbe i prezzi TTF verso i 74 euro/MWh, lo stesso livello che nel 2022 innescò una crisi della domanda in tutto il continente. E a differenza del petrolio, il GNL non può essere reindirizzato via oleodotto: serve una nave, e le navi non passano.
C’è un’ironia amara in tutto questo. L’Europa, dopo il 2022, ha fatto esattamente ciò che le veniva chiesto: ha ridotto la dipendenza dal gas russo, ha diversificato le forniture, ha costruito nuovi terminali di rigassificazione. Ma nel farlo ha sostituito una dipendenza con un’altra — dallo stretto che la Russia poteva minacciare (i gasdotti del Baltico) allo stretto che l’Iran può chiudere (Hormuz). Il risultato netto in termini di sicurezza energetica è discutibile.

Il vero vincitore: perché Pechino attraversa la crisi come soggetto

La Cina non è immune alla crisi di Hormuz. Circa metà delle sue importazioni petrolifere transita attraverso lo Stretto, e il 25% del suo GNL proviene dal Qatar. Ma la sua vulnerabilità è di ordine diverso da quella europea — e la differenza è strutturale, non congiunturale.
Secondo Nomura, i flussi petroliferi attraverso Hormuz rappresentano solo il 6,6% del consumo energetico complessivo cinese, e il gas un altro 0,6%. Pechino ha 1,2 miliardi di barili di scorte, riserve strategiche stimate per 120 giorni, un fornitore terrestre (la Russia) che non dipende da alcun collo di bottiglia marittimo, e un programma di transizione energetica che sta riducendo strutturalmente la dipendenza dal petrolio importato.
Ma soprattutto, la Cina ha fatto qualcosa che nessun paese europeo ha fatto: ha costruito, nel corso di un decennio, un sistema parallelo di approvvigionamento che funziona fuori dalle regole del commercio energetico occidentale. La dark fleet, le teapot, i pagamenti in renminbi, i trasferimenti nave-nave al largo della Malesia — tutto questo non era un ripiego da paesi sanzionati. Era un investimento strategico. Oggi, nel mezzo della più grave crisi energetica da mezzo secolo, quell’investimento produce dividendi.
L’Europa, per converso, non ha nulla di paragonabile. Non ha una flotta ombra (né la vorrebbe). Non ha un fornitore terrestre immune alle disruption marittime. Non ha scorte strategiche di gas paragonabili a quelle petrolifere cinesi. E soprattutto, non ha una strategia energetica che tenga conto del rischio geopolitico come variabile permanente, anziché come eccezione da gestire in emergenza.
Come ha evidenziato la frattura aperta da Sánchez sulla questione delle basi militari, l’Europa non è nemmeno unita sulla postura politica da tenere verso la guerra che produce questa crisi. È il ritratto di un continente che subisce — oggetto, non soggetto, delle dinamiche che ridisegnano l’ordine energetico globale.

Il nuovo ordine energetico e chi non ne fa parte

Ciò che Hormuz sta rivelando non è solo una crisi contingente. È la materializzazione di un sistema a due binari nell’energia globale — uno visibile e uno invisibile, uno regolato e uno parallelo — che esisteva già prima della guerra ma che la guerra ha reso innegabile.
Da un lato c’è il mercato regolamentato: quello delle compagnie quotate, degli assicuratori di Londra, delle navi con transponder acceso, delle rotte garantite dalla marina americana. Quel mercato è oggi paralizzato. Dall’altro c’è il circuito ombra: dark fleet, pagamenti in renminbi, raffinerie non esposte a SWIFT, rotte opache tracciate solo via satellite. Quel circuito funziona — e serve un solo cliente.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la lezione è brutale. La dipendenza energetica non è un problema tecnico risolvibile con la diversificazione dei fornitori. È un problema di posizionamento geopolitico. Finché l’Europa resterà un importatore netto privo di alternative strutturali — senza un cuscinetto terrestre come quello russo-cinese, senza scorte strategiche adeguate di gas, senza una politica energetica che incorpori il rischio di conflitto come dato permanente — ogni crisi nello Stretto di Hormuz, nel Mar Rosso o nel Baltico la troverà dalla stessa parte: quella di chi aspetta che altri risolvano il problema.
La guerra all’Iran doveva indebolire il legame energetico tra Cina e Iran. Lo ha rafforzato. Doveva riaffermare il primato americano sulle rotte globali dell’energia. Ha dimostrato che esiste un sistema alternativo, e che funziona. Il conto, come sempre, non lo paga chi ha deciso — lo paga chi non ha deciso nulla.

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