Il ritiro degli americani dall’Iraq è compiuto. Mercoledì 30 settembre il Pentagono ha annunciato che le ultime truppe USA hanno lasciato la base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Si chiude così una presenza militare cominciata con l’invasione del 2003 e ripresa nel 2014 contro lo Stato Islamico.
Donald Trump ha salutato la partenza come la fine di «una costosissima escursione all’Inferno». Poche ore dopo, da Teheran, i Pasdaran hanno parlato di «vittoria storica». Due festeggiamenti opposti per lo stesso fatto: è da qui che bisogna partire per capire che cosa cambia.
Ritiro degli americani dall’Iraq: che cosa è successo
Il comando centrale americano ha confermato che uomini e mezzi hanno completato la partenza da Erbil entro la scadenza del 30 settembre. La data non è una decisione dell’ultima ora: Washington e Baghdad l’avevano concordata nel 2024.
Le truppe USA in Iraq erano già state ridotte l’anno scorso a un contingente limitato, concentrato nella regione curda. La campagna contro l’ISIS non si ferma: prosegue dalla Giordania, dove è stato trasferito il comando della coalizione.
Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha parlato di partenza «ordinata» e di passaggio a un rapporto bilaterale normale. Gli Stati Uniti continueranno a fornire addestramento mirato e informazioni alle forze irachene.
Perché gli USA lasciano l’Iraq proprio adesso
Trump ha rivendicato la scelta con parole nette. Ha definito l’avventura irachena un pantano, figlio di anni di pessime decisioni. Ha aggiunto di aver avuto la possibilità di restare e di aver ritenuto che fosse ora di tornare a casa.
Il giudizio è difficile da contestare. La guerra voluta da George W. Bush è costata la vita a circa 4.500 militari americani e ha consegnato la regione a vent’anni di instabilità. L’Iraq del 2003 doveva diventare la vetrina della democrazia esportata: è diventato il terreno su cui è cresciuto lo Stato Islamico.
C’è però una contraddizione che la Casa Bianca non può nascondere. Il presidente che chiude la guerra di Bush ne sta combattendo una propria. Il conflitto con l’Iran, aperto il 28 febbraio, si avvia al settimo mese. E l’offerta di Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz in sette giorni è ancora senza risposta definitiva.
Iraq, Iran e milizie: chi festeggia davvero
A Baghdad il primo ministro Ali al-Zaidi ha presieduto la cerimonia di passaggio delle consegne. Ha parlato di una fase nuova, fondata sulla sovranità della Nazione e sulla forza delle sue istituzioni. Ha promesso che nessun gruppo esterno allo Stato terrà più le armi.
La promessa, per ora, resta sulla carta. Il governo aveva legato la scadenza del 30 settembre al disarmo delle milizie. Quel termine è slittato a giugno 2027, come lo stesso al-Zaidi ha ammesso nelle scorse settimane.
Le formazioni vicine a Teheran hanno risposto a modo loro. Un responsabile di Kataib Hezbollah ha definito la partenza americana l’inizio della piena sovranità e ha minacciato di rovesciare qualunque governo che esegua i piani di Washington. La Resistenza Islamica in Iraq ha fatto sapere di non sentirsi vincolata da alcuna scadenza.
Sono le stesse sigle che in questi mesi hanno colpito i militari americani nella regione, fino agli attacchi alle basi USA nel Golfo di luglio. Oggi rivendicano di aver vinto senza dover combattere l’ultima battaglia.
Il Kurdistan resta scoperto
Il conto più immediato lo paga Erbil. Il ministero dei Peshmerga ha espresso preoccupazione per una partenza avvenuta senza lasciare un sistema di difesa aerea. Secondo le autorità curde, dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran la regione ha subito oltre mille attacchi con droni e missili.
C’è poi l’incognita dello Stato Islamico. Il Pentagono lo considera sconfitto come minaccia militare organizzata. I comandanti curdi segnalano invece cellule dormienti tornate attive proprio nelle settimane precedenti al ritiro.
Che cosa cambia per l’Italia
Roma a Erbil c’era, e se n’era già andata. A marzo un missile aveva colpito Camp Singara, la base italiana, e il governo aveva avviato il rientro del contingente. Lo avevamo ricostruito raccontando la doppia partita dell’Italia tra Washington e Teheran.
Quella prudenza, allora criticata, oggi appare lungimirante. L’Italia ha messo al sicuro i propri soldati sei mesi prima che gli alleati facessero la stessa scelta. E ha tenuto aperto un canale con Teheran che ora può tornare utile.
Resta però un fatto che riguarda tutto il continente. La guerra all’Iran continua, e continua a passare dalle basi americane in Europa. Washington alleggerisce il proprio peso in Medio Oriente, ma non quello che scarica sugli alleati.
Una sovranità ancora da conquistare
Il ritiro degli americani dall’Iraq chiude una pagina che andava chiusa da tempo. Nessuna Nazione è davvero sovrana finché truppe straniere ne presidiano il territorio. Su questo Trump e al-Zaidi dicono la stessa cosa, e hanno ragione entrambi.
Ma la sovranità non coincide con l’assenza degli americani. Coincide con il monopolio della forza, e a Baghdad quel monopolio non esiste ancora. Finché le milizie rispondono a Teheran più che al governo, l’Iraq avrà soltanto cambiato tutore. La prova vera comincia adesso, e ha una scadenza: giugno 2027.
Fonti
- Associated Press / PBS News – U.S. military says its withdrawal of troops from Iraq is complete (30 settembre 2026)
- Al Jazeera – Pentagon says US troop withdrawal from Iraq is complete (30 settembre 2026)
- NPR – U.S. withdraws last troops from Iraq after yearslong presence (30 settembre 2026)
- National Security Journal – Iran is calling it a historic victory as the last US troops leave Iraq (1 ottobre 2026)

