L’Operazione Epic Fury contro l’Iran, lanciata il 28 febbraio 2026 dagli Stati Uniti e da Israele, non si combatte soltanto dal Golfo Persico. Si combatte dall’Europa. Da basi che si trovano in Germania, nel Regno Unito, in Italia, in Romania, in Bulgaria, in Grecia. Il Wall Street Journal ha documentato che dal primo giorno del conflitto bombardieri, navi militari e droni vengono riforniti, armati e lanciati da installazioni distribuite su almeno sei Nazioni europee. Nessuna di queste Nazioni è formalmente in guerra con l’Iran. Tutte, con un’unica eccezione, stanno fornendo il supporto logistico senza il quale l’offensiva americana non sarebbe possibile.
Ramstein: il centro nevralgico che la Germania non vuole vedere
La Ramstein Air Base, in Renania-Palatinato, è la più grande base aerea americana in Europa e il quartier generale delle forze aeree statunitensi nel continente. Ospita anche il comando NATO per le forze aeree alleate. Dall’inizio dell’Operazione Epic Fury, Ramstein ha registrato un’attività senza precedenti: aerei da trasporto in decollo e atterraggio continuo, trasferimento di personale e materiale bellico verso il Medio Oriente, gestione dei droni che operano sul territorio iraniano.
Il Berliner Zeitung ha documentato la presenza dell’EA-37B Compass Call, avvistato per la prima volta sul suolo europeo — un velivolo progettato per neutralizzare i sistemi di comunicazione e radar nemici, senza il quale penetrare la difesa aerea iraniana sarebbe impossibile. I servizi scientifici del Bundestag hanno prodotto una perizia ufficiale in cui qualificano l’attacco USA-Israele come contrario al diritto internazionale e avvertono che l’utilizzo di Ramstein potrebbe configurare una forma di favoreggiamento della guerra. Il cancelliere Friedrich Merz ha risposto con una formula: “Questa non è la nostra guerra.” L’uso della base non è stato limitato.
L’ambasciatore iraniano a Berlino ha chiesto formalmente al governo tedesco di chiarire se l’uso di Ramstein per attacchi contro l’Iran costituisca un “atto di aggressione” ai sensi della risoluzione ONU 3314 del 1974. La risposta non è arrivata. Dopo che la Spagna ha chiuso le proprie basi, parte degli aerei americani che si trovavano in Andalusia sono stati trasferiti proprio a Ramstein.
Fairford e Mildenhall: il Regno Unito come portaerei atlantica
La RAF Fairford, nel Gloucestershire, è la base da cui decollano i bombardieri B-1B Lancer diretti verso l’Iran. Qui vengono caricati di munizioni e riforniti prima delle missioni a lungo raggio. La RAF Mildenhall, nel Suffolk, ospita le petroliere KC-135 che garantiscono il rifornimento in volo — una capacità indispensabile per le operazioni transoceaniche.
Il primo ministro Keir Starmer aveva inizialmente posto limitazioni all’uso delle basi britanniche, per poi autorizzare missioni “difensive” — una distinzione che sul piano operativo è difficile da tracciare. Il governo britannico è stato il primo a ricevere un attacco diretto collegato al conflitto: un drone di fabbricazione iraniana ha colpito una base britannica a Cipro, evento che ha accelerato l’autorizzazione a utilizzare le installazioni sul suolo nazionale per contrattacchi.
Aviano e Sigonella: il doppio standard italiano
L’Italia ospita due delle basi più operative dell’intera rete americana in Europa. La base di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, sede del 31° Fighter Wing dell’USAF, è stata utilizzata per il transito di aerei cisterna, cacciabombardieri F-35 e velivoli da trasporto C-5M Super Galaxy fin dalle prime ore del conflitto. Il Fatto Quotidiano ha documentato almeno cinque voli di C-5M da Aviano a partire da una settimana prima dell’attacco all’Iran, insieme a C-130 e convertiplani Bell Boeing V-22 Osprey.
Sigonella, la “portaerei del Mediterraneo” nella piana di Catania, è l’hub dell’aviazione navale statunitense nel Mediterraneo. Da qui operano i droni MQ-4C Triton per sorveglianza e i Reaper per missioni ISR. Come abbiamo documentato, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha negato l’atterraggio a bombardieri americani armati diretti in Medio Oriente, dopo che il piano di volo era stato comunicato senza autorizzazione preventiva e con gli aerei già in volo.
Il diniego è stato un atto di sovranità — come avevamo analizzato nel contesto delle comunicazioni parlamentari di Crosetto — ma resta un gesto parziale: Aviano continua a operare, Camp Darby a Pisa — il più grande deposito di munizioni americano in Europa — carica e spedisce materiale bellico, e il centro MUOS di Niscemi garantisce il collegamento satellitare tra tutti gli assetti aerei, navali e sottomarini statunitensi impegnati nel conflitto. L’Italia ha detto un no chirurgico, non un no strutturale.
La Spagna: l’unico no completo in Europa
La posizione della Spagna rappresenta l’eccezione che misura tutte le altre. Il primo ministro Pedro Sánchez ha definito l’attacco USA-Israele “una violazione del diritto internazionale”, ha negato l’uso delle basi di Rota e Morón in Andalusia e ha chiuso lo spazio aereo spagnolo a tutti i voli coinvolti nell’operazione militare contro l’Iran — compresi i sorvoli. L’unica eccezione riguarda le situazioni di emergenza.
La posizione di Madrid non è frutto di una leadership più coraggiosa, ma di un’architettura giuridica diversa. Come avevamo ricostruito nell’analisi sulle comunicazioni di Meloni al Parlamento, l’accordo bilaterale spagnolo del 1988 è pubblico, prevede l’autorizzazione preventiva esplicita ed è stato rinegoziato su base paritaria. Quello italiano del 1954 è segreto, mai declassificato, e concede margini di manovra molto più ampi al comando americano. La sovranità non si esercita solo con la volontà politica: si esercita con gli strumenti giuridici che si è costruiti nel tempo.
Il Pentagono ha risposto ritirando i KC-135 dalle basi spagnole e trasferendoli a Ramstein. Trump ha pubblicamente attaccato Sánchez. Ma Madrid non ha arretrato.
Il fronte orientale: Romania, Bulgaria e Grecia
Se l’Europa occidentale si è divisa tra dinieghi, ambiguità e autorizzazioni condizionate, il fronte orientale ha spalancato le porte con poche esitazioni. La Romania ha approvato a larghissima maggioranza parlamentare — 272 voti su 295 — la concessione al Pentagono della base aerea di Costanza, della Base 71 in Transilvania e del collegamento al sistema di difesa antimissile di Olt. Il contingente NATO presente sul suolo romeno supera le 10.000 unità.
La Bulgaria ha agito in modo più opaco. Solo dopo la pubblicazione di immagini e video dell’aeroporto di Sofia, la ministra degli Esteri Nadejda Neinski ha ammesso l’esistenza di un accordo riservato con Washington per l’utilizzo di infrastrutture civili a fini militari. La Grecia ha inviato due fregate e due caccia F-16 nell’area del conflitto e ha schierato una batteria di missili Patriot sull’isola di Karpathos, nel sud-est del Mar Egeo, per proteggere la rotta aerea tra Mediterraneo e Golfo.
La mappa che l’Europa non vuole guardare
Riassumendo le posizioni europee emerse nelle prime cinque settimane di conflitto, il quadro è il seguente.
Basi aperte e operative per il conflitto: Ramstein e Spangdahlem (Germania), Fairford e Mildenhall (Regno Unito), Aviano e Camp Darby (Italia), Costanza e Base 71 (Romania), Sofia (Bulgaria), Karpathos e Creta (Grecia).
Basi chiuse o limitate: Rota e Morón (Spagna), Sigonella (Italia, limitatamente ai bombardieri armati).
Posizioni ambigue o non dichiarate: Lajes (Portogallo), installazioni in Francia (caccia Rafale operativi da Abu Dhabi, supporto logistico non quantificato dal suolo francese).
Il risultato è che l’Europa è co-belligerante di fatto nella guerra all’Iran, ma non lo è di diritto. Il segretario di Stato Marco Rubio, in un’intervista a Fox News, ha dichiarato che gli Stati Uniti dovranno “rivalutare” la NATO dopo il conflitto, perché l’alleanza è diventata “una strada a senso unico”. La formula è ipocrita — Washington usa le basi europee ogni giorno per bombardare l’Iran — ma pone una domanda reale: se l’Europa fornisce il suolo da cui partono i bombardieri, a quale titolo può definirsi non coinvolta?
I servizi scientifici del Bundestag hanno risposto citando il precedente della Bielorussia nel 2022: la semplice messa a disposizione del territorio fu ritenuta sufficiente a configurare il favoreggiamento dell’aggressione russa all’Ucraina. Se lo stesso criterio venisse applicato alla Germania, alla Romania, al Regno Unito e all’Italia per le operazioni in Iran, la conclusione giuridica sarebbe identica.
L’Iran lo sa. E lo ha detto: le basi europee usate per bombardare il proprio territorio sono obiettivi legittimi. Il lancio di due missili balistici verso Diego Garcia, a 2.500 chilometri di distanza, ha dimostrato che la gittata iraniana copre ormai il sud dell’Europa. Sigonella, Aviano, Ramstein: sono tutte nel raggio d’azione. L’Europa combatte una guerra dall’interno dei propri confini, ma non ha ancora deciso se ammetterlo — né se prepararsi alle conseguenze.
Fonti
Il ruolo cruciale delle basi europee nella guerra all’Iran – Il Giornale / Wall Street Journal
Basi militari USA: l’Europa divisa su Trump e guerra in Iran – Il Fatto Quotidiano
La guerra in Iran è contraria al diritto internazionale – perizia Bundestag – Il Mitte
Basi negate e sorvoli impediti: terremoto nella NATO – Il Tempo
Basi militari USA in Italia e in Europa – Sky TG24
Rubio: rivaluteremo il rapporto USA-NATO dopo la guerra – L’Espresso
Spagna chiude spazio aereo ai voli coinvolti nel conflitto – Sky TG24
Iran: missili, droni e la minaccia che può arrivare fino all’Europa – Euronews
Dove possono arrivare i missili iraniani: mappa e distanze – Quotidiano Nazionale
Iran, il governo italiano concede le basi militari – PeaceLink
L’Italia ha detto no. Crosetto nega Sigonella ai bombardieri americani – Il Politico Web
Crosetto e il diritto internazionale – Il Politico Web
L’Italia non può dire no. Meloni alle Camere e la sovranità che non abbiamo più – Il Politico Web

