L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella. Crosetto ha bloccato l’atterraggio di bombardieri USA diretti in Medio Oriente, dopo che il piano di volo era stato comunicato senza alcuna autorizzazione preventiva e con gli aerei già in volo. La notizia, rivelata dal Corriere della Sera il 31 marzo 2026 e confermata da fonti istituzionali, segna un punto di svolta nei rapporti tra Roma e Washington dall’inizio dell’operazione Epic Fury contro l’Iran. Ed è una decisione che merita di essere letta per quello che è: un atto di coerenza istituzionale e di sovranità nazionale, preso nel momento più difficile.
I fatti: bombardieri americani verso Sigonella senza chiedere il permesso
L’episodio risale ad alcune sere fa, ma è stato tenuto riservato fino alla mattina del 31 marzo. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, è stato informato dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica che il piano di volo di alcuni velivoli statunitensi prevedeva l’atterraggio a Sigonella per poi proseguire verso il teatro operativo mediorientale. Nessuno, però, aveva chiesto alcuna autorizzazione. Nessuno aveva consultato i vertici militari italiani. Il piano era stato comunicato quando gli aerei erano già in volo.
Le verifiche hanno accertato immediatamente che non si trattava di voli logistici ordinari — quelli che rientrano automaticamente negli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti — ma di bombardieri. Velivoli con un “caveat” operativo specifico: non possono atterrare nelle basi italiane se non in condizioni di emergenza, a meno di un’autorizzazione esplicita che in questo caso non era mai stata richiesta.
Portolano ha chiamato il ministro della Difesa Guido Crosetto per informarlo. La risposta è stata netta.
La decisione di Crosetto: coerenza con le promesse fatte al Parlamento
Il ministro ha dato mandato diretto a Portolano di comunicare al Comando statunitense il diniego. Nessuna ambiguità, nessun margine di trattativa: i bombardieri non potevano atterrare a Sigonella perché non erano stati autorizzati e perché non c’era stata alcuna consultazione preventiva.
La decisione non è arrivata dal nulla. Crosetto aveva chiarito più volte, nelle sedi parlamentari e pubblicamente, che l’utilizzo delle basi militari italiane per operazioni non comprese nei trattati vigenti avrebbe richiesto un passaggio parlamentare. Lo aveva detto in risposta alle interpellanze del M5S, lo aveva ribadito durante le comunicazioni sulla crisi iraniana. Aveva tracciato una linea rossa. E quando quella linea è stata superata — non dall’Italia, ma dagli Stati Uniti — il Governo ha agito di conseguenza.
È un fatto che va sottolineato, perché nella politica italiana le promesse fatte in Parlamento spesso restano sulla carta. In questo caso, la catena di comando ha funzionato esattamente come era stata descritta: lo Stato Maggiore ha intercettato l’anomalia, ha informato il vertice politico, il vertice politico ha deciso, e la decisione è stata eseguita e comunicata all’alleato. Tutto nel giro di ore, con gli aerei ancora in volo. La macchina della Difesa italiana ha risposto come ci si aspetta da uno Stato sovrano.
Il Bilateral Infrastructure Agreement e i limiti che Washington ha ignorato
Per comprendere la portata della decisione, bisogna tornare al quadro giuridico. L’utilizzo delle basi americane in Italia è regolato da un sistema di accordi stratificati: il NATO SOFA del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) del 1954 — mai declassificato — e il Memorandum d’intesa Shell Agreement del 1995, aggiornato dopo la tragedia del Cermis nel 1998. Il principio fondamentale, riaffermato in ogni sede, è che la sovranità sulle installazioni è italiana. Gli Stati Uniti dispongono di un ampio controllo operativo per le attività ordinarie — logistica, sorveglianza, supporto alla Sesta Flotta — ma per qualsiasi operazione che ecceda quel perimetro è necessaria l’autorizzazione del Governo italiano.
I bombardieri diretti verso il Medio Oriente non rientravano in nessuna delle categorie previste dagli accordi. Non erano voli logistici. Non erano assetti di sorveglianza. Erano velivoli offensivi in transito verso un teatro di guerra, e la loro presenza a Sigonella avrebbe trasformato la base da hub logistico a trampolino di lancio per operazioni belliche. Senza che Roma fosse stata nemmeno avvisata in anticipo.
Il fatto che il piano di volo sia stato comunicato con gli aerei già in aria suggerisce un modus operandi che tratta la consultazione con l’alleato come una formalità successiva, non come un requisito preventivo. È esattamente il tipo di atteggiamento che Crosetto aveva segnalato come inaccettabile. E che il diniego ha corretto.
Il precedente Craxi e la differenza con il 2026
Tutti i commentatori hanno evocato la notte di Sigonella del 1985, quando Bettino Craxi si oppose al tentativo della Delta Force americana di prelevare i terroristi dell’Achille Lauro dalla pista della base siciliana. È un parallelo inevitabile, ma va maneggiato con precisione.
Nel 1985 lo scontro fu fisico: carabinieri e militari dell’Aeronautica circondarono i soldati americani, e per ore le armi di due alleati restarono puntate le une contro le altre. Fu una crisi improvvisa, gestita nella notte, con Reagan al telefono che chiedeva il rilascio dei terroristi e Craxi che non arretrava di un millimetro. Fu un atto di coraggio individuale, pagato a caro prezzo — come abbiamo ricostruito in un’analisi precedente, Craxi fu l’unico presidente del Consiglio della Repubblica a morire in esilio.
La decisione di Crosetto nel 2026 ha una natura diversa, e per certi versi più solida. Non è un gesto d’impeto né una sfida personale. È l’applicazione metodica di un principio enunciato in Parlamento e rispettato nella pratica. Portolano informa Crosetto; Crosetto verifica che l’operazione non rientra nei trattati; Crosetto ordina il diniego; Portolano lo comunica al Comando americano. Nessuna pista circondata, nessun dramma notturno — ma un meccanismo istituzionale che funziona, e che dimostra che l’Italia è in grado di esercitare la propria sovranità anche senza trasformarla in uno psicodramma diplomatico.
Quarant’anni dopo Craxi, il “no” di Crosetto dice la stessa cosa con strumenti diversi: l’alleanza atlantica non è un assegno in bianco. Ma lo dice attraverso le procedure, non contro di esse. E questo lo rende, sul piano istituzionale, più forte.
Il contesto: una guerra che mette l’Europa davanti alle proprie responsabilità
La vicenda di Sigonella non avviene nel vuoto. Dall’inizio dell’operazione Epic Fury, il traffico militare nelle basi italiane si è intensificato in modo significativo. Droni MQ-4C Triton della Marina statunitense continuano a operare da Sigonella per missioni di sorveglianza e ricognizione. Il Fatto Quotidiano ha documentato almeno cinque voli del Lockheed C-5M Super Galaxy transitati da Aviano nelle settimane precedenti e successive all’inizio del conflitto. I parlamentari del M5S hanno segnalato la presenza di cacciabombardieri F-15 in configurazione tattica sulla base siciliana, con tanto di indicativi di volo e orari — smentiti dall’Aeronautica come “ricostruzioni fantasiose”.
In questo quadro, il diniego sui bombardieri assume un significato che va oltre il singolo episodio. Traccia un confine tra le attività ordinarie — che proseguono nel rispetto dei trattati — e le operazioni offensive, per le quali serve un’autorizzazione che non è stata chiesta e che, per essere concessa, dovrebbe passare dal Parlamento.
È lo stesso confine che la Spagna ha tracciato — con modalità più drastiche, chiudendo l’intero spazio aereo ai velivoli militari statunitensi diretti in Iran. L’Italia ha scelto una strada diversa: non la rottura, ma la distinzione. Una linea che preserva l’alleanza senza rinunciare alla sovranità operativa. Una posizione più difficile da tenere, ma più utile nel lungo periodo per un paese che ha nel Mediterraneo il proprio spazio strategico vitale.
Cosa significa per l’Italia
La decisione di Crosetto è importante non solo per ciò che impedisce, ma per ciò che afferma. Afferma che la catena di comando italiana è operativa e reattiva. Afferma che le promesse fatte in Parlamento non sono retorica ma impegni vincolanti. Afferma che l’Italia distingue tra cooperazione militare e subalternità strategica.
C’è chi, dalle opposizioni, ha definito il diniego “un atto dovuto” — sottintendendo che Crosetto non avrebbe potuto fare altrimenti. È una lettura riduttiva. L’atto dovuto, nella prassi italiana delle basi militari, è spesso l’atto non compiuto: la non-domanda, la non-verifica, il non-diniego. La storia delle installazioni americane in Italia è costellata di episodi in cui la sovranità formale non si è tradotta in sovranità operativa. Che in questo caso lo abbia fatto non è scontato. È una scelta politica.
Il Governo Meloni, attraverso il suo ministro della Difesa, ha dimostrato che quando la questione è posta in termini chiari — bombardieri offensivi, nessuna autorizzazione, aerei già in volo — l’Italia sa dire no. E sa dirlo senza rompere l’alleanza, senza alzare i toni, senza cercare lo scontro. Lo dice applicando le regole che essa stessa ha enunciato. È il modo più efficace per affermare la propria credibilità: non con le dichiarazioni, ma con i fatti.
Fonti
ANSA – Medio Oriente: Crosetto ha negato l’uso della base di Sigonella agli USA, 31 marzo 2026
Sky TG24 – Basi militari in Italia, Crosetto nega uso Sigonella a USA per operazioni in Iran, 31 marzo 2026
LaPresse – Iran, Crosetto nega la base di Sigonella ai bombardieri USA, 31 marzo 2026
Il Sole 24 Ore – Crosetto nega uso base Sigonella agli USA. Parlamento Iran introduce pedaggio per navi a Hormuz, 31 marzo 2026
Open – Il ministro Crosetto ha negato agli USA la base di Sigonella per la guerra con l’Iran, 31 marzo 2026
Il Fatto Quotidiano – Italia nega agli USA l’uso della base di Sigonella per operazioni in Medio Oriente, 31 marzo 2026
Il Politico Web – L’Italia non può dire no. Meloni alle Camere e la sovranità che non abbiamo più, 12 marzo 2026

