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Russia

Zelensky a Fox News: «Congeliamo tutto adesso». Kiev accetta la linea del fronte, la pace ora dipende dalle garanzie di Trump e dell’Europa

Antonio Antipari

Il presidente ucraino dice sì a un accordo che lascia a Mosca i territori occupati e chiede in cambio garanzie americane ed europee. La dichiarazione arriva nelle ore in cui Witkoff consegna a Putin i documenti di Oslo e Ushakov risponde: «poco di utile»

Riassunto dell'articolo

Il 21 ottobre 2026 Volodymyr Zelensky ha detto a Fox & Friends che accetterebbe un accordo che congela la guerra sull'attuale linea del fronte: «Adesso dobbiamo congelare, è la vera strada per finire questa guerra». Ha definito il cessate il fuoco «il minimo» da chiedere alla Russia e ha indicato il passo successivo: garanzie di sicurezza da Trump e dagli europei, quelle scritte a Oslo (articolo 5 e «articolo 5 lite»). Kiev accetta di fatto il controllo russo sui territori occupati senza riconoscerlo, ma rifiuta il ritiro dal Donbass non occupato. La dichiarazione arriva nel giorno in cui Witkoff consegna a Putin i documenti di Oslo, Mosca libera Stephen Hubbard e Ushakov annuncia la disponibilità russa a riprendere i colloqui trilaterali dopo il 10 novembre, definendo però «di poca utilità» le nuove proposte. La partita si sposta dal fronte alle garanzie: chi le firma e quanto vincolano deciderà se il congelamento è l'inizio della pace o una tregua armata.

Volodymyr Zelensky ha detto sì. Alla domanda se accetterebbe un accordo di pace che congela tutto com’è adesso, con l’Ucraina che tiene «il 75 per cento o più» del proprio territorio, il presidente ucraino ha risposto a Fox News: «Sì, adesso dobbiamo congelare». È la formula che Donald Trump ripete da un anno e che Mosca ha sempre trattato come punto di partenza. Il congelamento del fronte, però, nella versione di Zelensky ha un prezzo: le garanzie di sicurezza americane ed europee. Ed è lì, non sulla linea di contatto, che si deciderà se la guerra finisce o si ferma soltanto. La dichiarazione è andata in onda nelle stesse ore in cui Steve Witkoff consegnava a Vladimir Putin le proposte scritte a Oslo.

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Che cosa ha detto Zelensky a Fox News

L’intervista è andata in onda mercoledì 21 ottobre a «Fox & Friends», rilanciata in Italia dall’ANSA. Il conduttore Brian Kilmeade ha chiesto a Zelensky se accetterebbe «un accordo di pace che congeli tutto com’è adesso, dove tenete ancora il 75 per cento o più del vostro territorio, a prescindere da come è iniziata».

La risposta, nella trascrizione di Fox News: «Sì, adesso dobbiamo congelare. E penso che questa sia la vera strada per finire questa guerra. Noi lo chiamiamo cessate il fuoco, o “stop alle uccisioni”, come lo ha chiamato il presidente Trump. Congelare e fermarsi. E questo è il minimo di cui abbiamo bisogno dalla Russia oggi».

Poi il passo successivo: «Dopo, certo, andremo dal presidente e dagli europei e chiederemo garanzie di sicurezza. La cosa più importante è la pace, e anche la sicurezza della pace». Zelensky ha aggiunto che servono «nove milioni e mezzo di persone» che hanno perso la casa e vivono all’estero, e che devono tornare «per vivere e costruire la loro Nazione».

Alla domanda se cederebbe il Donbass per chiudere la guerra, ha risposto di no, negando che Mosca stia vincendo sul campo: «Nel 2026 non hanno avuto successo. Non stanno vincendo sul campo di battaglia». Ha ammesso che gli ucraini sono stanchi, ma ha detto che la Nazione non può abbandonare la propria terra.

Che cosa concede e che cosa chiede

Congelare sulla linea attuale significa accettare, almeno per ora, che la Russia controlli i territori che occupa. Non è un riconoscimento giuridico: Zelensky distingue la fine dei combattimenti dalla soluzione politica della questione territoriale, che resta aperta ai negoziati. Mediaite lo riassume così: un quadro di cessate il fuoco che lascia a Mosca il controllo del territorio occupato mentre i negoziati continuano.

La linea di contatto come base dei colloqui non è un’idea nuova per Kiev. Già a febbraio, sempre a Fox News, Zelensky aveva detto che l’Ucraina era pronta a congelare il conflitto sulle linee attuali, cessate il fuoco prima e negoziati dopo. La differenza di oggi sta nel contesto e nel tono: un «sì» secco a una domanda che include la perdita di fatto di un quarto del territorio, detto nel giorno in cui l’inviato americano è da Putin.

Ciò che Kiev non concede è il ritiro dal Donbass che ancora difende. Mosca continua a chiedere l’intero Donetsk, comprese le aree che le sue forze non hanno conquistato, come ricorda Mediaite. Su questo punto la risposta di Zelensky resta negativa: congelare dove si è, non arretrare.

In cambio chiede le garanzie. E non garanzie generiche: quelle scritte il giorno prima a Oslo.

Le garanzie scritte a Oslo

Il 20 ottobre, nella capitale norvegese, Zelensky ha incontrato Witkoff con il premier Jonas Gahr Støre, il presidente finlandese Alexander Stubb e i rappresentanti di Regno Unito, Francia, Germania, Polonia, UE e NATO. Al termine, secondo Ukrinform, ha spiegato che nel documento ci sono «diversi tipi di garanzie di sicurezza»: «Abbiamo discusso della NATO, dell’articolo 5 in particolare, e anche dell’opzione di un “articolo 5 lite”». Reuters riporta il ringraziamento agli americani «per aver ribadito che saranno forti».

L’articolo 5 del Trattato atlantico stabilisce che un attacco a un alleato è un attacco a tutti. L’«articolo 5 lite» è una protezione analoga fornita da Stati Uniti ed europei senza l’ingresso nella NATO, che Mosca esclude e che, secondo Witkoff già l’anno scorso, Kiev ha di fatto accantonato. Il documento con queste opzioni, ha detto Zelensky, è quello che Witkoff avrebbe portato ai russi.

Il congelamento di Fox News e le garanzie di Oslo sono quindi due metà dello stesso accordo. Zelensky mette sul tavolo la prima e aspetta che Mosca risponda sulla seconda. Il contenuto del documento e il viaggio dell’inviato li avevamo raccontati nel pezzo su Witkoff a San Pietroburgo con le proposte di Oslo.

Il giorno di San Pietroburgo

Mentre l’intervista andava in onda, al Palazzo di Costantino Witkoff sedeva davanti a Putin per oltre tre ore, con Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev al tavolo e Jared Kushner collegato da remoto. L’inviato ha consegnato «alcuni documenti» con gli approcci americani alla pace e ha chiesto a Putin di esaminarli con calma, come riportano le agenzie russe. Ha definito Oslo «produttiva» e ha parlato di una «base» per arrivare al cessate il fuoco. Putin ha risposto chiedendo i risultati dei colloqui norvegesi e ha aperto l’incontro con una notizia pronta: Stephen Hubbard, l’insegnante americano detenuto dal 2022, era già all’aeroporto di Pulkovo.

Dopo l’incontro Ushakov ha detto che Putin ha accettato «in linea di principio» di riprendere i colloqui trilaterali con Washington e Kiev dopo il 10 novembre, con un oggetto preciso: «la costruzione di un sistema di sicurezza per la Russia e l’Ucraina dopo la fine del conflitto». Putin ha anche detto di voler discutere con Trump «la possibilità di un incontro in Cina»; il vertice APEC di Shenzhen è fissato per il 18 e 19 novembre. La giornata intera, con il premier cinese Li Qiang ricevuto nel pomeriggio, è nel pezzo su Putin che negozia da due tavoli.

La sequenza dice dove sta il peso. Zelensky parla a una televisione americana, Witkoff porta i documenti, Putin libera un prigioniero e fissa un calendario. La dichiarazione ucraina arriva mentre Mosca esamina le carte, non prima.

I nodi che restano

Il primo è la risposta russa, e il primo segnale non è incoraggiante per Kiev. Ushakov ha detto alla TASS che nei nuovi approcci di Europa e Ucraina usciti da Oslo «non c’era molto di utile» per la soluzione della crisi. Dmitri Peskov ha aggiunto che Putin studierà e valuterà tutte le proposte. Il trilaterale dopo il 10 novembre è un sì al formato, non ai contenuti: Mosca ha accettato di sedersi, ma su un «sistema di sicurezza per la Russia e l’Ucraina», che è un’altra cosa rispetto a garanzie occidentali a Kiev. Lavrov la settimana scorsa era stato più diretto: nessun cessate il fuoco che serva a «riportarlo in sé e riempirlo di armi».

Il secondo nodo è la forma delle garanzie. L’articolo 5 vero richiede l’ingresso nella NATO, che Mosca esclude e Washington non sostiene più. L’«articolo 5 lite» richiede firme: di quali governi, con quali obblighi, votate da quali parlamenti. Finché queste domande non hanno risposta, il congelamento resta un cessate il fuoco senza rete, cioè la tregua armata che Kiev dice di voler evitare.

Il terzo è politico. A Oslo c’erano cinque capitali europee più UE e NATO, ma il documento viaggia nella valigetta americana e la risposta arriva da Putin. L’Europa ha scritto proposte che un giudizio russo ha già definito di scarsa utilità, e non ha un canale proprio con Mosca per difenderle. In Ucraina, il «sì» a Kilmeade sarà letto da chi combatte nel Donetsk come l’accettazione di una perdita che il presidente, nella stessa intervista, ha negato di dover subire. Tenere insieme le due cose, congelare dove si è e dire che la Russia non sta vincendo, è il compito che Zelensky si è dato oggi. Se regge dipende da quello che Mosca risponderà sulle garanzie, e Mosca ha appena fatto sapere che non ha fretta.

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