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Medio Oriente

Trump decide sull’Iran dopo le midterm. Hegseth vola da Netanyahu, l’Europa paga il gas a 90 euro

Marcello De Angelis

Il segretario alla Difesa in visita segreta alla base di Ovda a otto giorni dal voto israeliano. La Casa Bianca congela la guerra fino al 3 novembre: la sorte di un continente e di un popolo appesa al calendario elettorale americano

Riassunto dell'articolo

Il 19 ottobre 2026 il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha incontrato Netanyahu alla base aerea di Ovda, in una visita non annunciata, mentre Washington e Gerusalemme valutano la ripresa delle operazioni contro l'Iran. Trump ha dichiarato che non attaccherà prima delle midterm del 3 novembre e che deciderà dopo il voto se trattare o «annientare» Teheran. Nel frattempo il gas europeo TTF ha superato i 90 euro al MWh, il massimo dal 2022, e Confindustria stima che l'incidenza dell'energia sui costi industriali sia salita dal 4,6% al 6,2%. Il fondo sostiene che Europa e popolo iraniano dipendono da un voto interno americano e che gli Stati Uniti decidono della nostra energia e della nostra sicurezza in base al loro calendario elettorale.

Trump deciderà sull’Iran dopo le midterm. Lo ha detto lui stesso, e l’ha ripetuto: niente attacchi prima del 3 novembre, poi una «grande decisione» fra l’accordo e l’annientamento di Teheran. Nel frattempo il segretario alla Difesa Pete Hegseth vola in segreto da Netanyahu, a otto giorni dalle elezioni israeliane, e il gas europeo torna ai livelli del 2022. Mettiamo in fila i tre fatti, perché insieme raccontano una cosa sola: la sorte di un continente e di un popolo è appesa a un voto interno americano.

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Hegseth a Ovda, Trump che congela la guerra

Lunedì 19 ottobre Hegseth ha incontrato Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz alla base aerea di Ovda, nel sud di Israele, dove sono schierati caccia e aerei cisterna americani. La visita non era annunciata e il Pentagono non l’ha commentata. Secondo Reuters, che cita funzionari israeliani, i due hanno parlato dell’Iran. Il viaggio arriva il giorno dopo l’endorsement di Trump a Netanyahu per il voto del 27 ottobre e mentre Washington e Gerusalemme valutano la ripresa delle operazioni militari contro la Repubblica Islamica.

Il copione lo aveva già scritto Trump. All’Assemblea generale dell’ONU, il 23 settembre, ha spiegato che Teheran «aspetta di vedere come andrò alle midterm» e che l’accordo arriverà «subito dopo le elezioni». L’8 ottobre, su Truth Social, ha messo nero su bianco che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran «in nessun momento prima delle elezioni di medio termine del 3 novembre». Il 13 ottobre ha aggiunto che la decisione arriverà «molto presto».

Un continente e un popolo in attesa del voto americano

Ecco il punto. La guerra iniziata il 28 febbraio non è sospesa per ragioni militari o diplomatiche: è sospesa perché c’è un’elezione. Secondo The National, i sondaggi mostrano che il conflitto è impopolare fra gli elettori americani e che Trump affronta il voto con indici di gradimento ai minimi. La tregua di fatto durerà fino all’apertura dei seggi; poi si vedrà.

Chi aspetta non sono solo i generali. Aspetta il popolo iraniano, che Trump ha promesso di «annientare» o di far «ricostruire» a seconda dell’umore del Congresso che uscirà dalle urne. Aspetta l’Europa, che da otto mesi vive con lo Stretto di Hormuz quasi chiuso e senza il gas del Qatar. Aspetta l’Italia, che come abbiamo già scritto sta affrontando una crisi del gas che non si risolverà per anni. Nessuno di loro vota il 3 novembre.

Il presidente che governa col calendario elettorale

Trump si comporta come un presidente di una repubblica sudamericana di altri tempi: la politica estera piegata all’interesse personale ed elettorale, gli equilibri geopolitici subordinati alla conta dei seggi. Non è un’accusa dell’opposizione, è la cronaca. Trump accusa gli Houthi di alzare il prezzo del petrolio «prima delle elezioni» e promette che se ne occuperà «dopo le elezioni». Sostiene che la guerra «finirà immediatamente dopo le elezioni». Sostiene che il prezzo del petrolio scenderà dopo le elezioni. Il calendario della Casa Bianca ha una sola data.

Intanto, come abbiamo raccontato, Trump fa campagna solo negli Stati sicuri e la CNN avverte che basta un errore normale dei sondaggi perché il Senato resti ai repubblicani. Il Medio Oriente è diventato una variabile di quella campagna. E la visita di Hegseth, a una settimana dal voto israeliano, dice che Netanyahu è parte del medesimo gioco: un alleato da sostenere con un’endorsement e una base aerea, non un partner con cui decidere.

L’Europa paga il conto in energia

Mentre Washington aspetta, l’Europa paga. Il 20 ottobre il gas TTF ha superato i 90 euro al megawattora, il massimo dal dicembre 2022; a gennaio valeva meno di un terzo. Gli stoccaggi europei sono pieni al 74%, contro una media di metà ottobre dell’86%. Rabobank spiega che le esportazioni di GNL dal Medio Oriente saranno più basse a ottobre che a settembre, mentre Bruxelles prepara lo stop totale al gas russo dal 2027: più dipendenza dal GNL, più concorrenza con l’Asia, prezzi più alti.

Per l’industria italiana i numeri li ha messi in fila il Centro Studi Confindustria: in sei anni l’incidenza dei costi energetici sui costi di produzione è salita dal 4,6% al 6,2%; l’energia elettrica costa il 35% in più che in Germania; il gas in Europa ad agosto valeva quasi otto volte quello americano. Confindustria avverte che, con la guerra fino a fine anno, le imprese manifatturiere pagherebbero 21 miliardi in più. Sono i numeri dietro il prezzo di benzina e gasolio e dietro le piazze di Milano e di Parigi.

Il gas americano, nel frattempo, non è aumentato. La guerra decisa a Washington ha un costo che Washington non paga.

Belli alleati, gli USA

Trump deciderà sull’Iran dopo le midterm, e noi aspetteremo. Aspetteremo di sapere se l’inverno sarà di tregua o di bombe, se Hormuz riaprirà, se il gas scenderà sotto i 90 euro o salirà verso i 150 che Goldman Sachs non esclude. Lo sapremo quando lo avranno deciso gli elettori dell’Ohio e della Pennsylvania, non i governi europei, che infatti non sono stati invitati a Ovda.

Belli alleati, gli USA. Alleati che decidono della nostra energia e della nostra sicurezza in base al loro calendario elettorale, e che ci lasciano il conto da pagare mentre loro contano i voti. Un’Europa delle Nazioni avrebbe qualcosa da dire. Bruxelles, per ora, prepara il riarmo.

Marcello De Angelis

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