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USA

Trump fa campagna solo negli Stati sicuri. I candidati repubblicani in bilico lo evitano

Redazione - Il Politico

A due settimane dal voto del 3 novembre il presidente concentra i comizi dove ha vinto largo nel 2024. Secondo NPR ha mantenuto meno di un terzo delle promesse fatte ai candidati nelle corse aperte. I sondaggi lo danno tra il 33 e il 36 per cento.

Riassunto dell'articolo

A due settimane dalle elezioni di medio termine del 3 novembre 2026, Donald Trump concentra il tour finale negli Stati a forte presenza repubblicana (Oklahoma, Alabama, Tennessee, Ohio, Texas, Kansas, Caroline, Iowa, Florida, Georgia, Michigan). Secondo NPR ha mantenuto meno di un terzo delle promesse ai candidati in corse competitive; una verifica Reuters conta 41 candidati su 62 che hanno rotto con Trump su almeno un tema. Gradimento tra 31 e 36%, WaPo-ABC-Ipsos al 33%. Harry Enten (CNN): errore medio sondaggi al Senato di 3,7 punti, Camera alta ancora aperta.

Punti chiave
  • NPR – Trump's campaign travel highlights his midterm strategy (17 ottobre 2026)
  • NPR – Trump hits the road to campaign for GOP candidates ahead…
  • The Hill – The Senate map driving Trump's late-stage travel blitz (19…
  • The Hill – Trump's red-state tour raises eyebrows and anxiety among Republicans…

A due settimane dal voto del 3 novembre, il tour di comizi di Trump per le midterm 2026 ha preso una direzione precisa: gli Stati dove il presidente ha vinto largo nel 2024. Secondo NPR, che ha ricostruito gli spostamenti della Casa Bianca, l’itinerario di ottobre ha toccato due volte l’Ohio, due volte il Texas, poi l’Oklahoma e il Tennessee. Altri resoconti aggiungono Mobile, in Alabama, e Durant, in Oklahoma: località a centinaia di chilometri dalla corsa in bilico più vicina.

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Il dato politico è doppio. Da una parte un presidente che preferisce il terreno amico. Dall’altra, candidati repubblicani impegnati nelle sfide più aperte che evitano di comparire al suo fianco, mentre i sondaggi nazionali lo collocano tra il 33 e il 36 per cento di gradimento.

La promessa delle 35 corse

All’inizio di settembre, racconta NPR, Trump aveva invitato alla Casa Bianca una trentina di candidati impegnati in corse competitive. Davanti a loro si era impegnato a visitare «ognuno» dei 35 collegi e Stati decisivi per mantenere le maggioranze al Congresso.

Da allora, sempre secondo il conteggio di NPR, il presidente ha fatto campagna con meno di un terzo di quei candidati. Anziché puntare sui collegi contesi, il calendario lo ha portato soprattutto in territorio repubblicano. Secondo The Hill, anche quando accenna alle corse per la Camera lo fa da distretti sicuri, evitando quelli in bilico.

Interrogato nello Studio Ovale sul significato di questa scelta, Trump non ha risposto nel merito, limitandosi a dire che in quegli Stati ci sono «grandi persone» in corsa. Fonti repubblicane citate da The Hill e ABC News spiegano la strategia con la necessità di replicare l’affluenza del 2024: «Nessuno sa mobilitare la base come Trump», ha detto il finanziatore Dan Eberhart.

La settimana decisiva: sette Stati in sette giorni

Lunedì 19 ottobre è iniziata la settimana di viaggi più intensa del ciclo elettorale. Secondo The Hill, le tappe previste sono Kansas, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Iowa, Florida, Georgia e Michigan. Tutti Stati vinti da Trump nel 2024.

Il Kansas ospita una corsa per il Senato oggi data in parità, con il senatore uscente Roger Marshall. Martedì 20 ottobre il presidente è a Greenville, Carolina del Nord, per Michael Whatley, il candidato al Senato che Trump stesso aveva scelto. Secondo NPR, i comitati elettorali repubblicani hanno già iniziato a cancellare le prenotazioni pubblicitarie destinate a quella corsa, un segnale che la sfida contro il democratico Roy Cooper viene considerata in salita.

Mercoledì tocca a Clemson, in Carolina del Sud, roccaforte repubblicana. Sabato la Georgia, in un distretto a maggioranza repubblicana, per il candidato al Senato. Poi il Michigan, dove il presidente farà campagna per Mike Rogers in un collegio presieduto dalla vertice della conferenza repubblicana alla Camera, non in un’area contesa.

I candidati che tengono le distanze

Il rovescio della medaglia è il comportamento dei candidati. Secondo la CNN, quelli in condizioni migliori, negli Stati in bilico o tendenti ai democratici, non hanno accolto il presidente o si sono fatti vedere il meno possibile ai suoi comizi. Chi invece sale sul palco con lui, osserva la stessa analisi, sembra avere bisogno di una spinta: candidati in Stati vinti da Trump con almeno 16 punti di margine, oppure in Stati rossi dove però sono in svantaggio nei sondaggi.

I casi sono noti. In Michigan Mike Rogers ha preso le distanze dal presidente sulla guerra commerciale con il Canada e, secondo Associated Press, non lo ha mai nominato nel discorso alla convention statale. In Iowa Ashley Hinson si è smarcata sulla guerra in Iran, sull’importazione di carne straniera e di gasolio russo. In Texas il governatore Greg Abbott ha saltato il comizio del presidente citando impegni di agenda. Nel Maine Susan Collins ha ripetuto, anche in un dibattito televisivo, di non aspettarsi una visita di Trump.

Una verifica di Reuters, ripresa da Axios, dà la dimensione del fenomeno: in 41 corse competitive su 62, i candidati repubblicani hanno rotto con Trump su almeno un tema o hanno ridotto il suo peso nella propria comunicazione. Almeno una dozzina ha tolto nome, immagine o endorsement del presidente dai siti di campagna: tra questi, secondo Axios, Andy Barr in Kentucky, Byron Donalds in Florida e Rick Jackson in Georgia.

Trump respinge la lettura. «Vogliono tutti che vada a fare campagna», ha detto ai giornalisti alla Casa Bianca. Un funzionario dell’amministrazione ha ripetuto ad Axios che non esiste alcuna distanza tra il presidente e i candidati.

Il peso di un presidente al 33 per cento

Il contesto spiega le cautele. Come abbiamo raccontato, il sondaggio Washington Post-ABC-Ipsos colloca Trump al 33 per cento, il dato più basso mai registrato da quella rilevazione. NBC News lo dà al 34, Fox News al 36. Lunedì 19 ottobre Reuters/Ipsos ha misurato un 31 per cento.

Secondo Fox e NBC, l’approvazione tra gli stessi elettori repubblicani è scesa al 76 per cento. Nel voto per il Congresso i democratici sono avanti di otto-dodici punti a seconda delle rilevazioni. Un sondaggio Politico, citato da Axios, indica che il 26 per cento di chi ha votato Trump nel 2024 ritiene che i candidati repubblicani farebbero meglio a smarcarsi da lui.

È la contraddizione della campagna: il presidente chiede agli elettori di comportarsi come se fosse lui sulla scheda, mentre i suoi candidati nelle corse decisive lavorano perché non lo sia.

Perché la strategia può funzionare lo stesso

La scelta degli Stati sicuri non è un’anomalia storica. Secondo lo storico Matthew Dallek, sentito da ABC News, anche George W. Bush nel 2006 fece campagna in territori come Indiana e Georgia. L’obiettivo è lo stesso: portare al voto una base che, nelle elezioni senza il presidente in corsa, tende a restare a casa.

E i numeri nazionali non decidono le singole corse. Come ha ricordato l’analista della CNN Harry Enten, l’errore medio dei sondaggi al Senato è di 3,7 punti: con uno scarto nella norma, i repubblicani terrebbero la Camera alta 52 a 48. Le corse in Ohio, Michigan, Texas, Maine, Iowa e Kansas restano tutte dentro quel margine.

Per questo il tour di Trump negli Stati rossi va letto per quello che è: una scommessa sull’affluenza, non una resa. Se la base repubblicana si mobilita come nel 2024, il presidente al 33 per cento può ancora tenere il Senato. Se non lo fa, i candidati che oggi lo evitano avranno avuto ragione a farlo.

Fonti

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