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Trump al 33%, mai così in basso: a 16 giorni dalle midterm lo mollano anche i suoi

AP

Il sondaggio Washington Post-ABC-Ipsos segna il peggior dato di sempre: due americani su tre bocciano il presidente, uno su due con forza. Tra i repubblicani il sostegno convinto si è dimezzato. Il voto del 3 novembre si decide sul costo della vita.

Riassunto dell'articolo

Il sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos pubblicato il 18 ottobre 2026 colloca il gradimento di Donald Trump al 33%, con il 66% di giudizi negativi e il 52% di disapprovazione forte: è il dato peggiore mai registrato da questa rilevazione, inferiore al 38% del gennaio 2021 dopo l'assalto al Campidoglio. La rilevazione, condotta dal 9 al 13 ottobre su 2.545 adulti, segna una flessione di quattro punti da luglio e di otto in un anno. Cede la base: solo il 39% dei repubblicani approva con forza, contro il 63% del febbraio 2025; tra gli indipendenti l'approvazione è al 22%. A pesare sono il costo della vita (21% di approvazione), la benzina sopra i 4 dollari per 158 giorni e la guerra in Iran. A 16 giorni dalle midterm del 3 novembre i democratici guidano 52 a 44 tra i probabili elettori, mentre alla Casa Bianca il presidente scarica sui collaboratori le responsabilità di una campagna in affanno.

Punti chiave
  • ABC News – Democrats lead Republicans in House vote choice as Trump's…
  • The Washington Post – Trump approval hits record low, handing Democrats a…
  • Ipsos – ABC News/Washington Post/Ipsos Poll, October 2026: metodologia e dati completi
  • Political Wire – Trump Approval Slides to 33% (18 ottobre 2026)

Il gradimento di Trump scende al 33%. È il dato più basso mai registrato dal sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos, pubblicato domenica 18 ottobre, e arriva a sedici giorni dal voto di medio termine del 3 novembre.

CREAZIONE SITI WEB
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Il 66% degli americani disapprova l’operato del presidente. Il 52% lo fa «con forza». Nessuna rilevazione di questa serie, in due mandati, aveva mai fotografato una bocciatura così netta: nemmeno nel gennaio 2021, dopo l’assalto al Campidoglio, quando l’approvazione si era fermata al 38%.

La notizia non è solo il numero. È chi lo produce. A lasciare Trump non sono più soltanto democratici e indipendenti. Cede il sostegno convinto dentro il partito repubblicano, e il motivo ha un nome preciso: il costo della vita.

Il gradimento di Trump al 33%: i numeri del sondaggio Washington Post-ABC-Ipsos

La rilevazione è stata condotta dal 9 al 13 ottobre su 2.545 adulti, con il panel probabilistico KnowledgePanel di Ipsos. Il margine di errore è di due punti. Tra gli elettori registrati l’approvazione sale al 37%, tra i probabili elettori al 38%: numeri comunque lontani da qualunque soglia di sicurezza.

Il calo è costante. A luglio il presidente era al 37%, un anno fa al 41%. Quattro punti persi in tre mesi, otto in dodici.

Il dato peggiora anche il 36% del sondaggio Fox News del 14 ottobre, già presentato dall’emittente come il minimo dei due mandati. NBC News, nello stesso fine settimana, lo colloca al 34%. La media di Nate Silver, che pesa tutte le rilevazioni nazionali, segna il 37,5%.

Il quadro generale è quello che abbiamo descritto a tre settimane dal voto, con Trump al 36% e i repubblicani a rischio su Camera e Senato. In cinque giorni il quadro è peggiorato.

Non è solo l’opposizione: cede la base repubblicana

Il dato che pesa di più è dentro il partito. Il 79% dei repubblicani approva ancora il presidente, ma solo il 39% lo fa «con forza». Nel febbraio 2025 erano il 63%. In venti mesi il sostegno convinto si è quasi dimezzato.

Il 21% dei repubblicani oggi disapprova, contro il 12% di inizio mandato. Tra i repubblicani che non si riconoscono nel movimento MAGA la quota sale al 47%: quasi uno su due.

Perfino nel nucleo duro il consenso si raffredda. Tra chi si dichiara MAGA, il 55% approva con forza. A febbraio era il 65%.

Gli indipendenti, l’elettorato che decide le elezioni americane, sono al punto più basso di sempre: 22% di approvazione, 76% di disapprovazione, di cui il 58% forte. Anche Fox News registra lo stesso movimento: tra i repubblicani l’approvazione è scesa al 76%, dal 92% del marzo 2025.

Il costo della vita decide tutto

Alla domanda su come Trump gestisce il costo della vita, il 21% approva e il 77% boccia. È il suo risultato peggiore su qualsiasi tema. Sull’inflazione il rapporto è 23 a 75, sull’economia nel suo insieme 28 a 70: minimo storico di approvazione e massimo di disapprovazione in entrambi i mandati.

Il 71% degli americani definisce «inaccessibile» il prezzo della benzina. A febbraio, prima della guerra in Iran, lo diceva il 28%. Il prezzo medio nazionale ha superato i 4 dollari al gallone per 158 giorni nel 2026, un primato assoluto.

Metà o più degli intervistati giudica fuori portata ogni voce di spesa misurata: sanità (65%), bollette (57%), affitto o mutuo (50%), spesa alimentare (60%). Il 48% dice di stare peggio di quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Il 72% ritiene che la Nazione vada nella direzione sbagliata.

Il risultato politico è una frattura storica. Gli americani si fidano più dei democratici che dei repubblicani sull’economia, con nove punti di distacco: il margine più ampio dal 2022. Tra gli elettori registrati, secondo il Washington Post, il vantaggio democratico sull’economia (40 a 33) è il primo in oltre dieci anni di rilevazioni. I democratici sono preferiti su dieci dei dodici temi misurati. Ai repubblicani resta la sicurezza, con cinque punti di vantaggio.

Guerra in Iran e arricchimento personale: le altre crepe

Sulla guerra contro Teheran, iniziata il 28 febbraio, il 27% approva la gestione del presidente e il 70% la boccia. Il 65% giudica un errore l’uso della forza militare. Il 58% vorrebbe ridurre o azzerare il sostegno militare a Israele.

È il nodo che tiene insieme le elezioni americane e quelle israeliane, con Trump e Netanyahu legati da una sola guerra. Trump era stato eletto promettendo di non aprire nuovi fronti. Ne ha aperto uno, e gli elettori lo ricordano.

Poi c’è il capitolo dell’immagine. Il 66% degli americani ritiene che Trump stia usando la presidenza per arricchirsi, un record: era il 56% nel settembre 2025. Lo pensa anche il 27% dei repubblicani. L’80% giudica inappropriato il tentativo di dare il suo nome al Kennedy Center, incluso il 57% dei repubblicani. Il 74% boccia gli spot televisivi pagati dal governo federale per promuovere il presidente, fermati da un giudice.

Il 59% pensa che Trump dedichi troppo tempo ai progetti edilizi a Washington. Il 66% lo definisce «troppo estremo». È il ritratto di un presidente percepito come lontano dalle preoccupazioni di chi lavora, nel momento in cui quelle preoccupazioni sono il tema della campagna.

Cosa significa per le midterm del 3 novembre

Nel voto per il Congresso i democratici guidano 52 a 44 tra i probabili elettori e 50 a 42 tra i registrati. A luglio il vantaggio era di tre punti. Tra gli indipendenti il distacco è di 21 punti: 56 a 35.

Conta anche la motivazione. Il 72% degli elettori democratici è «assolutamente certo» di votare, contro il 65% dei repubblicani. Il 44% dei democratici segue la campagna con grande attenzione, il 31% dei repubblicani.

Alla domanda secca, il 59% preferisce un Congresso democratico che faccia da contrappeso a Trump; il 35% uno repubblicano che ne sostenga l’agenda. Chi non sopporta nessuno dei due partiti, circa un elettore su cinque, sceglie il candidato democratico 58 a 32.

I precedenti aiutano a leggere i numeri. Nell’autunno 2018 lo stesso sondaggio dava ai democratici undici punti di vantaggio tra i registrati, e i democratici conquistarono la Camera. Nel 2022 i due partiti erano quasi appaiati, e vinsero i repubblicani. Oggi il margine è di otto punti.

Il presidente ha risposto con la promessa di un assegno da 5.000 dollari a ogni americano in caso di vittoria. Il sondaggio dice che la promessa non ha spostato nulla.

Alla Casa Bianca si cercano colpevoli

Mentre i numeri scendono, il presidente ha cominciato a scaricare le responsabilità. Secondo Reuters, Trump contesta ai suoi la spesa elettorale, la scelta dei candidati e il ridisegno dei collegi che lui stesso aveva voluto. Una fonte interna parla di «plotone d’esecuzione circolare».

Al centro delle tensioni ci sono James Blair, che guida il super PAC MAGA Inc., e la capo di gabinetto Susie Wiles. Trump chiede perché 200 milioni di dollari di spot non abbiano mosso i sondaggi nei collegi decisivi. Sulla ridistribuzione dei seggi, una fonte è brutale: i collegi nuovi hanno «sminuzzato troppo» gli elettori di Trump.

Il presidente ha difeso Wiles in pubblico: «Susie è qui e resterà a lungo». Ma nella stessa settimana ha lasciato l’incarico la portavoce Katie Zacharia. E Trump, davanti ai suoi, ricorda sempre più spesso che il partito del presidente perde quasi sempre le elezioni di metà mandato. È il modo in cui un capo prepara il terreno a una sconfitta.

La lezione per la destra: chi dimentica il lavoro perde la Nazione

Il sondaggio non dice che l’America abbia cambiato idea sui confini, sull’identità o sulla sicurezza. Su questi temi i repubblicani tengono. Dice che Trump ha messo in secondo piano la promessa fatta a chi lavora, prezzi bassi e niente guerre lontane, e che il conto viene presentato da chi gli aveva creduto.

Chi fa il pieno a 4 dollari al gallone non vota per un arco di trionfo a Washington né per una sala da ballo alla Casa Bianca. Vota, o resta a casa, sulla base del portafoglio. Il 48% che dice di stare peggio di prima è il vero numero della campagna.

È la stessa parabola che avevamo descritto nel passaggio dalla speranza sovranista all’asse con Netanyahu: una destra che abbandona la questione sociale per una guerra non chiesta dai suoi elettori perde prima il consenso e poi il potere.

La lezione vale anche sulla nostra sponda dell’Atlantico. L’Europa che protesta per il caro vita, da Milano a Parigi, chiede a una destra che sappia guidarla e sappia sciogliersi da Washington. Il gradimento di Trump al 33% è l’avvertimento più chiaro: la protezione promessa a chi lavora va mantenuta, altrimenti la mantiene qualcun altro.

Fonti

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