Il 5 maggio 2026, in un’intervista a Hugh Hewitt sul canale conservatore Salem News, Donald Trump è tornato ad attaccare Papa Leone XIV con parole che pesano più di tutte le precedenti. Il Pontefice, ha detto il presidente americano, “sta mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone”, aggiungendo che “per lui andrebbe benissimo che l’Iran avesse un’arma nucleare”. Le frasi sono arrivate a quarantotto ore dalla visita in Vaticano del Segretario di Stato Marco Rubio, organizzata proprio per ricucire lo strappo dei giorni precedenti, quando Trump aveva definito il Papa “debole” e aveva insinuato — in un passaggio rimasto negli annali della diplomazia internazionale — che l’elezione di Prevost al soglio pontificio fosse stata possibile soltanto grazie a lui: “Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”.
È in questo passaggio che la traiettoria di Trump rivela la sua natura più profonda. E questo passaggio non è un incidente di percorso: è il punto di approdo di una deriva che attraversa Groenlandia, Venezuela, Iran, dazi all’Europa, allineamento totale con Benjamin Netanyahu. Il presidente americano che doveva guidare la ricostruzione di un Occidente svuotato dal progressismo no-border e dall’ideologia woke ha scelto un’altra strada. Quella che sacrifica le radici stesse della civiltà che diceva di voler salvare.
Per chi, in Italia e in Europa, aveva guardato alla rielezione di Trump come all’inizio di una stagione nuova — una grande alleanza tra l’amministrazione USA e i partiti patriottici europei per ridare senso alle Nazioni e ricostruire un Occidente indebolito — il tradimento è di proporzioni storiche.
Cosa ha detto Trump su Papa Leone XIV: l’attacco del 5 maggio
I fatti sono noti e gravi. Nei giorni precedenti il 5 maggio, Trump aveva già definito Papa Leone XIV “molto liberal” e “debole in politica estera”, criticandone le posizioni sull’immigrazione e sulla guerra in Iran. Aveva poi rincarato la dose con il post che insinuava che l’elezione di Prevost — primo Papa americano della storia — fosse stata orchestrata dalla Chiesa “solo perché era americano e pensavano fosse il modo migliore per gestire il presidente Trump”. Una rivendicazione di proprietà sul Soglio di Pietro che ha sconcertato persino i conservatori cattolici americani.
L’attacco del 5 maggio, però, ha superato ogni soglia. Sostenere che il Pontefice “metta in pericolo i cattolici” perché chiede la pace e si oppone alla proliferazione nucleare è, dal punto di vista di chi conosce la dottrina sociale della Chiesa, un capovolgimento totale. La Chiesa, come ha ricordato lo stesso Leone XIV uscendo da Castel Gandolfo, “da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari”. La risposta del Papa è stata ferma e misurata: “La missione della Chiesa è predicare il Vangelo e la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, lo faccia”. Il cardinale Pietro Parolin ha aggiunto che il Pontefice “va avanti per la sua strada”.
Ma il dato politico più significativo è la reazione del governo italiano. Antonio Tajani ha dichiarato su X che “gli attacchi nei confronti del Santo Padre non sono né condivisibili né utili alla causa della pace”, ribadendo “il sostegno ad ogni azione e parola di Papa Leone”. Giorgia Meloni ha definito “inaccettabili” le parole di Trump. È la seconda presa di distanza pubblica della Premier italiana dal presidente americano in poche settimane. E non è casuale.
La promessa sovranista: cosa speravano i patrioti europei dalla rielezione di Trump
Per capire la profondità del tradimento bisogna ricordare cosa significava la vittoria di Trump nel novembre 2024 per chi, in Europa, militava nella destra patriottica e sovranista. Significava la fine di un’era. Significava che l’asse atlantico, fino ad allora egemonizzato dal globalismo democratico di marca obamiana e bideniana, si stava ricalibrando verso una visione del mondo fondata sulle Nazioni, sui confini, sulla difesa dell’identità culturale.
Significava, soprattutto, una possibilità storica: che l’amministrazione USA potesse smettere di essere la cinghia di trasmissione del progressismo woke e diventasse alleata di chi, in Europa, combatteva contro la dittatura delle minoranze, contro l’ideologia gender, contro l’immigrazione di massa, contro la sostituzione culturale. Un asse Washington-Roma-Budapest-Varsavia che ricostruisse un Occidente capace di difendere se stesso. La Civiltà Europea — con la sua eredità greco-romana, cristiana, nazionale — avrebbe trovato un alleato dall’altra sponda dell’Atlantico, non più un padrone.
Era una speranza fondata. Lo era abbastanza da spingere intere aree della destra europea — dai Patrioti per l’Europa di Orbán e Salvini fino al Rassemblement National di Marine Le Pen — a leggere la vittoria di Trump come un’iniezione di legittimità. Per la prima volta dopo decenni, sembrava possibile pensare che la sovranità, la Patria, la Nazione non fossero più parole proibite.
Groenlandia e Venezuela: dove la geopolitica è ancora leggibile
Va detto con onestà: non tutto, nelle scelte di Trump, è incomprensibile. Le mosse strategiche più discusse della sua amministrazione hanno una logica che, anche da una prospettiva non americana, è leggibile.
La pressione sulla Groenlandia — territorio sotto sovranità danese, sterminata riserva di terre rare, grafite, litio, rame, uranio — risponde a una necessità precisa: ridurre la dipendenza occidentale dalla Cina nel mercato dei minerali critici, dove Pechino oggi esercita un quasi-monopolio. È una mossa rozza nei modi, certo, e gravemente lesiva della sovranità danese. Ma in una visione realista delle relazioni internazionali, il senso strategico esiste.
Lo stesso vale per il Venezuela. L’operazione che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro e alla riconfigurazione del controllo sulle riserve petrolifere venezuelane — le più grandi del mondo per riserve provate — toglie all’orbita cinese un asset energetico fondamentale e lo riporta sotto guida occidentale. Caracas era diventato un terminale della Belt and Road Initiative; oggi non lo è più. Anche qui, i metodi sono brutali, l’America First parla apertamente la lingua della Dottrina Monroe rivisitata, ma la ratio strategica non è folle: è la ratio di una grande potenza che combatte la sua guerra fredda con Pechino sulle materie prime e sui corridoi energetici.
Si può discutere delle conseguenze per l’Italia — l’aumento del prezzo del greggio, la dipendenza dal GNL americano venduto a tariffe non amichevoli — e si deve farlo. Ma queste mosse, prese in sé, non costituiscono un tradimento della speranza sovranista. Costituiscono il normale comportamento di una grande potenza che difende i propri interessi.
Il tradimento è altrove.
Perché l’asse con Netanyahu cambia tutto: il sionismo come fattore di rottura
Il punto di rottura ha un nome: Benjamin Netanyahu. E ha una traiettoria precisa.
Trump si è lasciato trascinare da Tel Aviv in una guerra contro l’Iran che ha avuto conseguenze devastanti per l’Italia e per l’Europa: instabilità nello Stretto di Hormuz, costi energetici impennati, blocco delle forniture di gas dal Qatar che non torneranno a regime per anni, minacce di ritiro dei tredicimila soldati USA dall’Italia perché Roma non ha voluto aderire alla missione navale a Hormuz. Una guerra che non rispondeva agli interessi americani in senso stretto, e tantomeno a quelli europei: rispondeva all’agenda di sicurezza che Netanyahu persegue ininterrottamente da oltre vent’anni.
Quel che è peggio, l’allineamento con Netanyahu ha trasformato Trump in qualcosa che la sua promessa elettorale aveva escluso: il continuatore di una dottrina dell’esportazione della forza che era stata, fino a ieri, prerogativa dei neocon e dei democratici interventisti. Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, lo ha sintetizzato in una formula efficace: “Trump sovranista sì, Trump gendarme no”. È la consapevolezza che il sovranismo, per essere coerente con se stesso, deve riconoscere la sovranità degli altri. Una potenza che bombarda Stati sovrani senza consultare gli alleati e senza autorizzazioni internazionali non è una potenza sovranista: è una potenza imperiale.
C’è di più, e tocca il cuore della questione. Il sionismo di Netanyahu non è un nazionalismo come gli altri. È un internazionalismo identitario che, per perseguire i propri obiettivi, è disposto a sacrificare gli equilibri di intere regioni del mondo, a divorare alleanze, a usare il diritto delle nazioni amiche come carta di scambio. Ed è esattamente questo che sta accadendo: Trump ha consegnato la propria politica estera a una logica che non è americana, non è occidentale nel senso pieno del termine, non è patriottica. È una logica settaria, etnocentrica nel senso più stretto, che divora le sovranità degli altri per garantire la propria.
I numeri sono già visibili. L’opinione pubblica europea ha colto il cambio di rotta. Un sondaggio del marzo 2026 mostra che il 56% di italiani e spagnoli si oppone all’azione militare congiunta USA-Israele in Iran. Il 21 aprile, in Lussemburgo, Spagna, Irlanda, Slovenia e Belgio hanno chiesto la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele. Persino Meloni — fino a ieri uno dei sostegni più solidi della linea filo-israeliana in Europa — ha annunciato la sospensione dell’accordo di difesa con Tel Aviv. Il blocco occidentale unito attorno a Israele, costruito faticosamente per decenni, si sta sgretolando proprio mentre Trump lo abbraccia incondizionatamente.
La Chiesa cattolica come fondamento della civiltà occidentale: perché gli attacchi al Papa sono inaccettabili
Qui si entra nel territorio che non ammette compromessi. La Chiesa cattolica non è un’organizzazione politica come le altre, e Papa Leone XIV non è un capo di Stato che si possa attaccare con la stessa logica con cui si attaccano Trudeau o Macron. La Chiesa è una delle fondamenta della civiltà europea — anzi, è la fondamenta. Senza Roma cristiana, senza il monachesimo benedettino che ha salvato la cultura classica, senza la sintesi tomista, senza le cattedrali gotiche, senza la civiltà cristiana che ha costruito le università e le scienze, l’Europa semplicemente non esisterebbe. Sarebbe un’altra cosa, e probabilmente non sarebbe nulla.
Un sovranismo coerente con se stesso, un patriottismo radicato nella propria storia, una destra che voglia difendere la Civiltà Europea non possono permettersi di attaccare la Chiesa. Possono dissentire, possono criticare singole posizioni — la storia del cattolicesimo politico è piena di dissensi anche aspri tra mondo cattolico e movimenti politici di destra — ma non possono colpire l’istituzione in quanto tale, non possono delegittimare il Pontefice, non possono trattarlo come un avversario partitico.
Trump ha fatto esattamente questo. Ha trattato Leone XIV come un nemico politico personale. Lo ha definito debole, liberal, pericoloso. Ha rivendicato il merito della sua elezione. Ha insinuato che il Papa preferisca un Iran nucleare alla pace. Lo ha fatto, va sottolineato, sotto la pressione e con la complicità implicita di un’agenda — quella di Netanyahu — che ha tutti i motivi per delegittimare una voce vaticana che chiede la pace e si oppone all’escalation. La Santa Sede da mesi è una delle pochissime istituzioni globali che documenta con sistematicità le vittime cristiane delle politiche israeliane in Terra Santa, gli attacchi alle chiese, le morti nei conventi della Striscia. Una voce scomoda. Una voce che andava silenziata, o almeno isolata.
Trump si è prestato a questo gioco. E nel farlo ha tradito la civiltà che diceva di voler salvare. Non si difende l’Occidente attaccandone le radici. Non si rifonda la Civiltà Europea sputando sul Papa. Non si combatte il woke colpendo l’unica istituzione che ha attraversato venti secoli di storia europea custodendo qualcosa di più profondo della politica del momento.
L’Europa che Trump avrebbe potuto ricostruire (e quella che sta invece colpendo)
Il paradosso più amaro è che Trump aveva l’occasione storica di colpire la vera Europa nemica della Civiltà Europea: la burocrazia di Bruxelles, l’Unione Europea delle minoranze, la macchina ideologica che da trent’anni svuota le Nazioni di sovranità in nome di un’astrazione tecnocratica. Quella era la battaglia giusta. Quella era la battaglia che la destra patriottica europea combatteva da decenni. E quella era la battaglia che un presidente americano amico avrebbe potuto sostenere senza ferire l’Europa nel suo cuore.
Sostenere il sovranismo dei popoli europei contro la centralizzazione brussellese. Difendere il diritto delle Nazioni a controllare i propri confini contro l’ideologia delle migrazioni illimitate. Riconoscere che l’Europa-Civiltà non coincide con l’Unione Europea-burocrazia, anzi spesso ne è il rovescio. Sostenere chi, in Italia, in Ungheria, in Francia, in Germania, lottava per riportare la Patria al centro del discorso politico.
Sarebbe stato un lavoro enorme. Un’eredità storica.
Trump ha fatto il contrario. Ha aggredito l’Europa nel suo insieme — Bruxelles e Nazioni indistintamente — con dazi pesantissimi che hanno colpito l’industria italiana, francese, tedesca senza distinguere tra il gigantismo regolatorio della Commissione e le manifatture nazionali che quella stessa Commissione comprime. Ha minacciato il ritiro delle truppe USA dall’Italia come ritorsione per il rifiuto di Roma di partecipare a un’avventura militare iraniana voluta da Tel Aviv. Ha sostenuto, contro la Danimarca, una pretesa annessionista sulla Groenlandia che ha unito tutti i partiti danesi — di destra e di sinistra — in una difesa della sovranità nazionale che ha rinsaldato i legami con Copenaghen di cui ci sarebbe stato gran bisogno per altre battaglie.
In sintesi: Trump ha colpito le Nazioni europee più solidamente patriottiche, e ha lasciato intatta la macchina burocratica di Bruxelles. Ha fatto il contrario di quello che avrebbe dovuto fare. Ha indebolito i propri potenziali alleati e non ha scalfito i propri reali avversari ideologici.
Il tradimento e le sue conseguenze: chi pagherà
A conti fatti, la prima vittima del tradimento di Trump è Trump stesso. I sondaggi americani lo dicono già: il 42% dei cattolici americani sta con il Papa contro il Presidente, solo il 31% con Trump. Il voto cattolico — decisivo per il suo ritorno alla Casa Bianca — è in fuga. Le elezioni di metà mandato si avvicinano, e il Partito Repubblicano rischia di perdere il già fragile controllo del Congresso proprio sulla frattura aperta dagli attacchi a Leone XIV. È la nemesi che si ritorce sull’autore.
Ma il prezzo più alto rischia di pagarlo l’Europa. Perché la grande occasione di alleanza tra l’amministrazione USA e il sovranismo patriottico europeo era — è stata — un’occasione storica. Veniva una volta sola. Il fatto che Trump l’abbia sprecata, sacrificandola sull’altare di un sionismo che non gli appartiene per storia, per cultura, per logica, è il tradimento per cui sarà ricordato.
E condanna anche un’intera civiltà se l’Europa non saprà reagire. Reagire significa, oggi, fare tre cose insieme. Costruire una linea estera autonoma — come ha cominciato a fare Pedro Sánchez sul piano simbolico, come sta cercando di fare Meloni nelle ultime settimane sul piano sostanziale, come Vannacci ha articolato nei termini più chiari sul piano teorico. Difendere la Chiesa come fondamento non negoziabile della Civiltà Europea, da chiunque la attacchi, sionisti, woke o trumpiani non importa. Tornare a pensare un’Europa delle Patrie, dove il senso di Nazione e di Civiltà torna prepotentemente al centro, contro l’Unione delle minoranze e contro chi pretenderebbe di trasformare il Vecchio Continente in una colonia geopolitica di un sionismo globale che non risponde a nessun popolo, a nessuna terra, a nessuna tradizione.
La grande speranza è morta nel modo peggiore: per mano di chi l’aveva accesa. Tocca all’Europa, ora, decidere se morire con essa o ricominciare da sola. La vera Europa, quella delle Nazioni e della Civiltà, ne ha la forza. Ma deve volerlo.
Fonti
- ANSA – Trump torna all’attacco del Papa. Leone: “La mia missione è il Vangelo” (5 maggio 2026)
- Adnkronos – “Pericoloso per i cattolici”: Trump alza lo scontro con Papa Leone XIV (5 maggio 2026)
- Vatican News – Il cardinale Parolin: il Papa va avanti per la sua strada e predica la pace
- LaPresse – Trump attacca ancora Papa Leone: “Sta mettendo in pericolo molti cattolici”
- Open – Trump attacca ancora il Papa: le nuove accuse a due giorni dalla visita di Rubio
- Euronews – Nuovi attacchi di Trump contro Leone XIV. Guerra in Iran sempre più divisiva
- Il Fatto Quotidiano – Trump attacca Papa Leone XIV: “Mette in pericolo i cattolici”
- Linkiesta – Meloni scarica Netanyahu e litiga con Trump
- Avvenire – Trump e Israele, cosa dice la doppia svolta di Giorgia Meloni
- VDnews – Il petrolio del Venezuela non basta. Ora Trump vuole la Groenlandia
- Il Post – Un ripasso su perché Trump vuole la Groenlandia
- Il Politico Web – Vannacci si smarca da Trump: “Non mi sta bene il gendarme del mondo”
- Il Politico Web – Iran: la destra tradita. Meloni e il tradimento della sovranità

