Trump e Netanyahu si avviano verso due appuntamenti elettorali separati da una settimana appena: la Knesset il 27 ottobre, le midterm americane il 3 novembre. In mezzo, la stessa guerra. Quella all’Iran, iniziata il 28 febbraio, che ha ridisegnato i prezzi dell’energia, chiuso e riaperto Hormuz, logorato l’alleanza tra Washington e Gerusalemme. Ma l’analisi delle due campagne elettorali rivela un dato che quasi nessuno ha messo a fuoco: la stessa guerra spinge i due alleati in direzioni opposte. La base MAGA chiede a Trump di chiuderla. La destra religiosa israeliana impone a Netanyahu di continuarla. È questa asimmetria, non il carattere dei due uomini, la chiave per leggere tutto ciò che è accaduto negli ultimi sei mesi.
Quando a luglio i due si sono stretti la mano alla Casa Bianca, avevamo definito quell’incontro un patto di sopravvivenza tra due uomini in difficoltà. Tre settimane dopo, i numeri dicono che la difficoltà si è aggravata. E che il patto poggia su fondamenta che gli incentivi elettorali dei due contraenti stanno erodendo dall’interno.
Quando si vota negli Stati Uniti e in Israele nel 2026
Il calendario è il punto di partenza di ogni ragionamento sulle elezioni midterm 2026 e sul voto israeliano. In Israele la scadenza naturale della legislatura è il 27 ottobre 2026. A maggio la Knesset ha votato in prima lettura, con una maggioranza schiacciante, lo scioglimento anticipato, dopo la rottura tra Netanyahu e i partiti ultraortodossi sull’esenzione dei giovani delle scuole rabbiniche dal servizio militare. I partiti religiosi avrebbero voluto anticipare il voto addirittura a settembre, prima dello Yom Kippur, per smarcarsi dal premier.
Negli Stati Uniti si vota il 3 novembre: 435 seggi della Camera, 35 seggi del Senato su 100. I repubblicani controllano entrambe le camere con margini risicati. Perdere la Camera significherebbe per Trump due anni di commissioni d’inchiesta, veti incrociati e paralisi legislativa.
Due date, una settimana di distanza. Ma due partite che non potrebbero essere più diverse.
Perché la base MAGA si è stancata della guerra in Iran
Il dato più rilevante delle ultime settimane riguarda il rapporto tra guerra Iran ed elezioni americane. Il movimento che ha portato Trump alla Casa Bianca con la promessa di non aprire nuovi fronti sta presentando il conto.
I sondaggi Politico fotografano il crollo: a maggio metà degli elettori trumpiani sosteneva la guerra anche a costo di un aumento dei prezzi interni; a luglio la quota è scesa al 37 per cento. Quasi un elettore MAGA su cinque chiede oggi la fine del conflitto a prescindere da qualunque costo. E la maggioranza assoluta della base attribuisce alla guerra l’aumento del prezzo della benzina.
La rilevazione CNN di fine luglio aggiunge il quadro d’insieme: una quota consistente di repubblicani e indipendenti di area conservatrice ritiene che le decisioni militari sull’Iran abbiano danneggiato gli Stati Uniti. E soprattutto: mentre otto democratici su dieci descrivono il proprio voto di novembre come un voto contro Trump, meno della metà dei repubblicani lo descrive come un voto per lui. È il differenziale di motivazione che decide le elezioni di metà mandato, dove vota chi ha una ragione per farlo.
Questo malessere non è un incidente di percorso. È la conferma di una frattura che avevamo documentato già in primavera, quando lo strappo di Vance su Israele e il Libano aveva reso pubblico ciò che nel movimento si diceva da mesi: l’America First non coincide con le guerre di Gerusalemme.
Cosa dicono i sondaggi sulle elezioni di midterm
I numeri complessivi confermano la tendenza. Le medie ponderate di metà agosto assegnano ai democratici un vantaggio di circa sei punti sul ballot generico, con punte di otto punti nelle rilevazioni corrette per gli elettori probabili e di undici punti nel sondaggio Emerson. Un contesto paragonabile, per gli analisti americani, a quello che nel 2018 precedette l’ondata democratica da quarantuno seggi.
La traduzione in seggi non è mai automatica: geografia dei distretti, qualità dei candidati e affluenza pesano. Ma la direzione è univoca. E per un presidente che ha costruito la propria forza sulla mobilitazione di una base entusiasta, una base demotivata dalla guerra è il peggiore degli scenari possibili. Da qui la corsa di Trump verso un accordo con Teheran: ogni settimana di conflitto in più è un punto percentuale che se ne va.
La pressione della destra religiosa su Netanyahu
A Gerusalemme la dinamica è rovesciata. Netanyahu affronta le elezioni israeliane di ottobre da posizione di debolezza: i sondaggi non gli assegnano i 61 seggi necessari nemmeno con tutti gli alleati attuali, i processi per corruzione incombono e la resa dei conti sul fallimento del 7 ottobre 2023 è stata soltanto rinviata.
In questo quadro, i partiti della destra religiosa sono al tempo stesso la sua ancora di salvezza e la sua condanna. Il Sionismo Religioso di Smotrich rischia di non superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento, disperdendo voti preziosi per il blocco. Otzma Yehudit di Ben Gvir, al contrario, cresce nei sondaggi e si avvicina alla doppia cifra di seggi, drenando consensi al Likud da destra. Il premier non può permettersi di perderli, e loro lo sanno: ogni concessione sulla Cisgiordania, ogni copertura alle violenze dei coloni, ogni rilancio militare è il prezzo della loro fedeltà.
Il costo di questa dipendenza è duplice. Sul fronte interno, il centrodestra moderato, laico e religioso, si allontana, disgustato dalle violenze dei coloni e dalle esenzioni concesse agli ultraortodossi. Sul fronte esterno, persino l’ambasciatore americano Huckabee, storicamente vicino al movimento degli insediamenti, ha definito terrorismo l’assalto dei coloni a Qusra. Quando Washington usa quella parola, il margine di manovra di Gerusalemme si restringe.
Il risultato è un premier che non può fare la pace senza perdere la coalizione e non può fare la guerra senza perdere Washington. La sequenza di fratture con Trump che abbiamo ricostruito dal Libano in poi nasce esattamente qui: non da un’antipatia personale, ma da due sistemi di incentivi incompatibili.
Le differenze tra le due partite elettorali
Le differenze strutturali tra le due sfide meritano di essere messe in fila, perché spiegano i comportamenti dei due leader meglio di qualunque retroscena.
La prima: la posta in gioco. Trump non è sulla scheda e non rischia la poltrona; rischia il Congresso, cioè la capacità di governare e la protezione dalle inchieste. Netanyahu rischia tutto: il governo, la leadership del Likud, e senza l’immunità della carica i processi per corruzione tornano a correre. Per Trump la sconfitta è un danno; per Netanyahu è la fine.
La seconda: il meccanismo. Le midterm sono un referendum nazionale sul presidente, dove conta la motivazione differenziale delle due basi. Il voto israeliano è aritmetica pura: 61 seggi su 120, coalizioni da assemblare frammento per frammento, soglie di sbarramento che possono bruciare interi pacchetti di voti.
La terza, decisiva: la direzione della pressione. La base di Trump lo spinge fuori dalla guerra; la coalizione di Netanyahu lo spinge dentro. Il presidente americano ha bisogno di un accordo con l’Iran prima di novembre; il premier israeliano ha bisogno che l’emergenza continui, perché una Nazione in guerra non processa il proprio comandante. Due orologi che girano in senso contrario, collegati allo stesso ordigno.
Il conto pagato dall’Europa
E poi c’è chi a queste elezioni non vota: l’Europa. Cinque mesi e mezzo di guerra all’Iran hanno significato Hormuz chiuso e riaperto a singhiozzo, forniture di gas dal Qatar compromesse per anni, costi energetici che hanno eroso la competitività industriale del continente e il potere d’acquisto delle famiglie italiane.
Le elezioni midterm 2026 e il voto israeliano di ottobre decideranno molto anche per noi: se Trump chiuderà la guerra per salvare il Congresso, se Netanyahu la prolungherà per salvare se stesso. Ma la decisione verrà presa a Washington e a Gerusalemme, sulla base di calcoli interni americani e israeliani. L’Europa, che di quella guerra ha pagato il conto più salato, resta spettatrice: subisce le conseguenze di scelte altrui senza avere voce su nessuna delle due schede. Finché le Nazioni europee non torneranno a pesare con una politica estera degna di questo nome, il loro destino energetico e strategico continuerà a essere deciso dagli orologi elettorali degli altri.
Fonti
- The Hill — Support for Iran war among Trump voters plummets: Poll
- CNN — MAGA’s increasing frustration with Trump
- The Hill — Iran war threatens to blunt GOP turnout in midterm battlegrounds
- The Hill — Democrats hold 11-point lead over GOP on generic ballot
- Time — Democrats Lead Republicans in Polls Three Months Ahead of Midterms
- ISPI — Israele, gli haredim e la prospettiva del voto anticipato
- FokusIsrael — Israele 2026: un’altra elezione in stallo?
- Quotidiano.net — Il politologo israeliano: “Il premier Netanyahu ostaggio dell’ultradestra”
- AsiaNews — Israele: le grandi manovre verso le elezioni del “dopo 7 ottobre”

