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Italia

Crosetto e il diritto internazionale: quando la verità affiora, e cosa fare con essa

Antonio Antipari

Dopo giorni di silenzio istituzionale, il ministro della Difesa ha detto in Parlamento ciò che molti sapevano ma nessuno voleva pronunciare: l'attacco di USA e Israele all'Iran è stato fuori dal diritto internazionale. È un passo. Non basta ancora — ma va riconosciuto per quello che è.

Riassunto dell'articolo

Il 5 marzo Crosetto ha ammesso in Parlamento che l'attacco USA-Israele all'Iran viola il diritto internazionale — una rottura rispetto alla settimana di silenzio istituzionale che aveva preceduto le comunicazioni. Il governo non cambia rotta strategica, ma il riconoscimento pubblico dell'illegalità dell'operazione apre uno spazio politico che l'Italia non può ignorare: se le basi venissero richieste per operazioni offensive, la coerenza con le parole del ministro imporrebbe condizioni esplicite. Il passo è stato fatto. Ora serve la direzione.

Avevamo scritto, nei giorni scorsi, che il silenzio del governo italiano di fronte all’attacco del 28 febbraio era il silenzio di un Paese che non riesce a essere soggetto della propria politica estera. Lo ripetiamo: quel silenzio è stato un errore politico e un danno strategico. Ma il 5 marzo qualcosa si è mosso. Incalzato dall’opposizione nell’aula della Camera, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha detto una frase che nessun governo atlantista si aspettava di dover pronunciare: l’offensiva di Stati Uniti e Israele contro Teheran è stata «al di fuori delle regole del diritto internazionale». Non è tutto. Non è abbastanza. Ma è una rottura rispetto alla settimana di omissioni che l’ha preceduta, e merita di essere letta con la stessa onestà con cui abbiamo letto i silenzi.

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La frase che non era nel copione

La frase di Crosetto non era prevista. La risoluzione di maggioranza approvata dalla Camera nella stessa giornata non cita mai gli Stati Uniti né Israele: un testo costruito sull’assenza, sul neutro diplomatico, su una perifrasi permanente dell’evidenza. È stato il pressing dell’opposizione — PD, M5S e AVS uniti in un fronte inusuale — a strappare dal ministro un giudizio che il governo avrebbe preferito tenere nel cassetto. E tuttavia, una volta pronunciata, quella frase ha un peso proprio. Non si può governi su una guerra ammettendone l’illegalità senza che questo abbia conseguenze politiche e morali. Crosetto lo sa. E il fatto che lo abbia detto — anche se spinto, anche se a denti stretti — segna un punto di non ritorno nel dibattito pubblico italiano.
Va detto con chiarezza: questa non è la posizione che ci si aspettava dal ministro della Difesa di un governo sovranista. Ci si aspettava che arrivasse prima, spontaneamente, come atto di dignità istituzionale. Invece è arrivata tardi, sotto pressione, strappata. Ma è arrivata.

Il contesto che non va dimenticato

Per capire il valore di quella frase occorre ricordare da dove veniva il governo in questa settimana. Il 28 febbraio, mentre i missili americani colpivano Teheran, il ministro della Difesa era a Dubai — per ragioni rimaste opache nelle versioni successive, tra «impegno istituzionale» e «vacanza coi figli». L’Italia non era stata consultata. Tajani ha ammesso che la comunicazione è arrivata «a operazione iniziata». Palazzo Chigi non ha espresso riserve pubbliche. La macchina del silenzio atlantista ha girato a pieno regime per giorni.
In quel vuoto si è inserita la critica più tagliente: se l’Italia si definisce un paese sovrano, con una Costituzione che all’articolo 11 «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», con una tradizione diplomatica che ha sempre rivendicato un ruolo di interlocutore nel Mediterraneo e in Medio Oriente — come poteva restare muta di fronte a un atto che gli stessi suoi ministri oggi definiscono illegale secondo il diritto internazionale? Quella domanda non è scomparsa con le comunicazioni di oggi. Rimane aperta.

Cosa cambia, e cosa no

L’ammissione di Crosetto non ha cambiato la postura del governo. La risoluzione di maggioranza approvata alla Camera autorizza l’esecutivo a sostenere i Paesi del Golfo con sistemi di difesa aerea, probabilmente i Samp-T, e a dispiegare assetti militari italiani in una crisi che — lo ripete Crosetto stesso — «è partita all’insaputa del mondo». L’Italia non ha detto no alle basi, non ha posto condizioni, non ha aperto una trattativa con Washington sui termini della propria partecipazione indiretta al conflitto. Ha detto che «se arriverà la richiesta, il governo la valuterà con il Parlamento» — una formula di rinvio che è già, in sé, una forma di acquiescenza preventiva.
E tuttavia: qualcosa si è mosso nella narrazione ufficiale. Il ministro ha usato la parola «abisso». Ha detto che stiamo attraversando «tra i mesi più difficili degli ultimi ottant’anni». Ha riconosciuto che il rischio di escalation verso l’Ucraina — con Putin tentato da scelte che in condizioni normali non farebbe — è reale e imminente. È un registro di allarme che non era presente nei comunicati della settimana precedente. E l’allarme, quando è onesto, è già un passo verso la consapevolezza che precede la scelta.

Il nodo che resta sul tavolo

La domanda che questa giornata parlamentare lascia aperta è la stessa che abbiamo posto fin dall’inizio: l’Italia è disposta a esercitare il margine di sovranità che formalmente possiede? Le basi americane sul territorio nazionale richiedono, per utilizzi «non ordinari», il via libera del governo italiano. Il diritto internazionale — che Crosetto oggi riconosce violato — è richiamato esplicitamente dall’articolo 11 della Costituzione come cornice entro cui l’Italia consente limitazioni alla propria sovranità. La combinazione di questi due elementi offre, almeno in teoria, uno spazio politico reale.
Riconoscere pubblicamente che l’attacco è illegale è un atto che dovrebbe avere conseguenze logiche. Se Washington chiedesse domani l’uso di Sigonella o Aviano per proseguire le operazioni in Iran, il governo italiano potrebbe — anzi, per coerenza con le parole del suo stesso ministro, dovrebbe — porre condizioni esplicite. Non perché l’Italia voglia rompere con l’alleanza atlantica: ma perché un’alleanza tra pari prevede che ciascuno porti la propria posizione al tavolo. Anche quando è scomoda. Anzi: soprattutto quando è scomoda.
Crosetto ha fatto un passo. Ora serve la direzione.

Fonti

Sky TG24 – Comunicazioni di Crosetto e Tajani al Parlamento, 5 marzo 2026
ANSA – Conflitto in Iran: le comunicazioni parlamentari
Il Fatto Quotidiano – Risoluzione di maggioranza e scontro in Aula
Policy Maker – Basi USA in Italia: quadro giuridico e costituzionale
Fanpage – Diretta guerra Iran, 5 marzo 2026

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Antonio Antipari
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