Ci sono momenti in cui la geopolitica smette di essere una disciplina da addetti ai lavori e irrompe nella vita quotidiana di milioni di persone. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dei Pasdaran iraniani, nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo 2026, è uno di quei momenti.
In poche ore, un passaggio largo appena 33 chilometri tra Iran e Oman è diventato il punto di rottura dell’economia globale. Da lì transita ogni giorno circa un quinto del petrolio consumato nel mondo — tra i 20 e i 25 milioni di barili — e una quota analoga del gas naturale liquefatto prodotto sul pianeta. Centocinquanta petroliere immobili nel Golfo. I premi assicurativi per il rischio guerra schizzati a livelli record. Il prezzo del Brent che alla riapertura dei mercati europei ha superato gli 82 dollari al barile, con proiezioni che indicano quota 100 come traguardo probabile se il blocco dovesse persistere oltre una settimana.
Per un Paese come l’Italia — importatore netto di energia, privo di riserve strategiche proprie significative, dipendente dal gas qatariota per il 45% delle forniture via mare — tutto questo non è una notizia di politica estera. È una notizia che riguarda il pieno di benzina, la bolletta della luce, il costo di produzione di ogni azienda manifatturiera, la tenuta dei conti pubblici.
Ma il punto vero non è il prezzo del barile oggi. Il punto è la domanda che questo shock ci costringe finalmente a porci: come è possibile che la terza economia dell’Eurozona, un Paese del G7, nel 2026 sia ancora così esposto a un singolo punto di strozzamento situato a seimila chilometri dai suoi confini?
La risposta, come vedremo, non sta nella sfortuna geopolitica. Sta in decenni di scelte — e di non-scelte — sulla sovranità energetica.
Lo Stretto di Hormuz: l’imbuto dal quale passa la vita economica dell’Occidente
Per comprendere la portata di quello che sta accadendo è necessario partire da un dato fisico. Lo Stretto di Hormuz è un corridoio marittimo largo 33 chilometri che separa l’Iran dalla penisola arabica. Da qui passa il collegamento tra il Golfo Persico — dove si concentra circa un quarto delle riserve petrolifere mondiali — e il mare aperto.
In una giornata normale, questo stretto è attraversato da petroliere e metaniere che trasportano l’equivalente del 20-26% del consumo mondiale di petrolio. I dati forniti dalla società di consulenza energetica Kpler indicano che nel 2025 sono transitati oltre 14 milioni di barili al giorno, pari a circa un terzo delle esportazioni totali via mare di greggio a livello globale. A questi si aggiungono volumi enormi di gas naturale liquefatto: tutto il GNL prodotto dal Qatar — circa 100 miliardi di metri cubi l’anno — passa obbligatoriamente per questo stretto.
Si tratta, in termini economici, della più importante arteria energetica del pianeta. E l’Iran lo sa da sempre. Non è la prima volta che Teheran minaccia di chiuderlo. Dal 1979 a oggi, le minacce si sono ripetute in almeno venti occasioni, con una frequenza crescente a partire dal 2018. Ma stavolta non è una minaccia. I Pasdaran hanno dichiarato via radio che a nessuna nave è consentito il passaggio e che chiunque trasgredisca verrà colpito. Le immagini satellitari mostrano centinaia di navi ferme.
Questa non è una crisi astratta. È il rubinetto dell’energia mondiale chiuso da una potenza regionale sotto attacco, che usa la propria posizione geografica come arma di rappresaglia. (Per approfondire: la mozione del Majles per la chiusura dello Stretto di Hormuz)
L’impatto immediato: petrolio, gas, benzina e bollette
I mercati hanno reagito con la velocità che si poteva prevedere. Il Brent, che venerdì aveva chiuso a 72,81 dollari al barile, alla riapertura delle contrattazioni lunedì mattina ha segnato un balzo superiore al 6%, superando gli 82 dollari. Il greggio statunitense WTI è salito di circa l’8% intraday prima di assestarsi su un +5,9% a 71 dollari. Gli analisti convergono su uno scenario in cui, se il blocco persiste oltre una settimana, il Brent potrebbe stabilizzarsi tra 90 e 100 dollari, con previsioni estreme che ipotizzano anche quota 200 nel caso di una chiusura prolungata e totale.
Ma per l’Europa — e per l’Italia in particolare — il fronte più critico non è il petrolio. È il gas. Il prezzo del gas sul mercato TTF, il benchmark europeo, ha segnato un balzo intraday del 25%, raggiungendo i 32 euro per megawattora, circa 6 euro in più rispetto a dicembre 2025. Il motivo è strutturale: dopo il taglio delle forniture russe di circa 150 miliardi di metri cubi dal 2022, l’Europa ha diversificato verso il GNL, diventando uno dei maggiori importatori mondiali. E subito dopo gli Stati Uniti, il secondo fornitore chiave è il Qatar, il cui gas viaggia su navi che attraversano Hormuz.
Per l’Italia il dato è ancora più drammatico. Il Qatar rappresenta il primo fornitore di GNL via mare, coprendo circa il 45% delle importazioni. Ogni metro cubo di gas che arriva dal Golfo deve passare per quello stretto. Se lo stretto è chiuso, non c’è piano B immediato.
Alla pompa gli effetti sono già visibili. I prezzi della benzina self-service hanno superato 1,80 euro al litro e le proiezioni indicano un ulteriore rialzo nelle prossime settimane, man mano che i costi internazionali si trasferiscono sulla filiera distributiva. Le bollette elettriche, legate al prezzo del gas nei mercati dove la generazione dipende ancora dalle centrali a ciclo combinato, seguiranno lo stesso percorso.
Secondo le stime di FIRSTonline, l’effetto sulla logistica globale potrebbe essere ancora più ampio: si calcola che il 12-15% del commercio mondiale debba essere ripianificato con rotte alternative, comportando tempi di transito più lunghi di 10-14 giorni e generando pressioni inflazionistiche aggiuntive stimate tra lo 0,3% e lo 0,7% sull’inflazione core europea nei prossimi mesi.
L’Italia fragile: un’economia manifatturiera senza copertura energetica
Per capire perché questa crisi colpisce l’Italia più di altri Paesi europei bisogna guardare alla struttura della nostra economia.
L’Italia è la seconda potenza manifatturiera d’Europa. Ogni prodotto che esce dalle nostre fabbriche — dall’acciaio alla ceramica, dal tessile alla meccanica di precisione — richiede energia. Il costo dell’energia è una variabile che incide direttamente sulla competitività del sistema produttivo. E l’Italia, a differenza della Francia (che copre il 70% del fabbisogno elettrico con il nucleare) o della Norvegia (esportatrice netta di idrocarburi), non ha una base energetica propria.
I dati ISTAT appena pubblicati fotografano un’economia che nel 2025 è cresciuta dello 0,5%, con un deficit al 3,1% del PIL — leggermente superiore alla soglia del 3% che avrebbe consentito l’uscita anticipata dalla procedura europea per deficit eccessivo — e un debito pubblico salito al 137,1%. La pressione fiscale è al 43,1%. Le previsioni per il 2026 parlano di una crescita tra lo 0,8% e l’1%, ma sono state formulate prima della crisi di Hormuz.
Uno shock energetico prolungato potrebbe cambiare radicalmente questi numeri. Come ha rilevato Christian Schulz, Chief Economist di Allianz Global Investors, i mercati si trovano ad affrontare “uno shock significativo, ma non ancora destabilizzante”, il cui esito dipenderà dalla durata e dall’estensione del conflitto. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, ha ricordato che lo scenario più estremo resta improbabile grazie alla sovrapproduzione globale, superiore a 5 milioni di barili al giorno, e agli oleodotti alternativi di Arabia Saudita e Emirati. Ma ha anche precisato che queste vie alternative non possono sostituire Hormuz: la capacità di transito alternativa è limitata a circa 2,6 milioni di barili al giorno, una frazione di ciò che passa normalmente dallo stretto.
Tradotto: se la chiusura dura giorni, è un problema. Se dura settimane, è una crisi. Se dura mesi, per un’economia come quella italiana è una recessione.
La dipendenza dal Qatar: una vulnerabilità costruita nel tempo
La domanda a questo punto è inevitabile: come siamo arrivati a dipendere così tanto da un singolo fornitore collegato a un singolo stretto?
La risposta va cercata nella storia recente della politica energetica italiana. Dopo lo shock del 2022, quando il taglio delle forniture russe ha costretto l’Europa a una diversificazione d’emergenza, l’Italia ha puntato massicciamente sul GNL. Ha costruito nuovi rigassificatori — Piombino, Ravenna — ha stretto accordi con l’Algeria, con l’Egitto, con l’Azerbaijan. Ma nella fretta di sostituire il gas russo, ha finito per concentrare una quota enorme delle importazioni sul Qatar.
Non è stato un errore in sé. Il gas qatariota è abbondante, relativamente economico e il Qatar è un partner stabile. L’errore è stato non aver previsto — o non aver voluto prevedere — che la rotta di transito fosse un singolo punto di vulnerabilità. Tutta la diversificazione post-2022 si è concentrata sulle fonti, non sulle rotte. Si è cambiato il mittente, ma la lettera passa ancora per lo stesso ufficio postale.
Questo è il cuore del problema. Non è una questione di mercati o di speculazione. È una questione di architettura strategica. Un Paese che importa il 45% del GNL via mare attraverso un corridoio largo 33 chilometri controllabile da una singola potenza ostile non ha diversificato le proprie fonti. Ha diversificato un’illusione.
Il confronto che imbarazza: cosa fanno gli altri
Per misurare la gravità del ritardo italiano è utile guardare a cosa hanno fatto gli altri Paesi europei di fronte alla stessa vulnerabilità.
La Francia, dopo la crisi energetica del 2022, ha accelerato il programma di rilancio del nucleare. Il piano annunciato da Macron prevede la costruzione di sei nuovi reattori EPR2, con l’obiettivo di portare la capacità installata nucleare a coprire l’80% della produzione elettrica entro il 2040. Oggi la Francia genera il 70% della sua elettricità dal nucleare. Questo non la rende immune dagli shock petroliferi, ma la protegge radicalmente dagli shock sul gas, che per l’Italia invece si traducono immediatamente in bollette più care.
La Germania, dopo aver commesso l’errore storico della dipendenza dal gas russo, ha investito massicciamente in terminali GNL sulle coste del Mare del Nord — Wilhelmshaven, Brunsbüttel, Lubmin — creando vie di importazione che non passano per nessuno stretto a rischio. Ha diversificato non solo i fornitori, ma anche le rotte.
La Norvegia è esportatrice netta. La Spagna ha una capacità di rigassificazione che è il triplo di quella italiana. Persino la Polonia, il Paese che fino a dieci anni fa dipendeva quasi totalmente dalla Russia, ha costruito il terminale GNL di Świnoujście e il gasdotto Baltic Pipe, creandosi alternative strutturali.
L’Italia, nel frattempo, ha fatto tre cose: ha stretto accordi bilaterali con fornitori del Golfo, ha costruito rigassificatori con tempi e polemiche italiane, e ha mantenuto il referendum del 1987 come alibi per non riaprire il dibattito sul nucleare. Il risultato è che nel 2026, mentre un conflitto regionale chiude uno stretto a seimila chilometri di distanza, un’impresa di Brescia o di Modena vede il costo dell’energia schizzare e la propria competitività evaporare.
Il nodo del nucleare: il tabù che l’Italia non può più permettersi
E qui arriviamo al punto che nessuno vuole toccare, ma che ogni crisi energetica rende più urgente.
L’Italia è l’unico grande Paese industriale europeo ad aver rinunciato completamente all’energia nucleare. Il referendum del 1987 e quello confermativo del 2011 hanno chiuso definitivamente la questione sul piano politico. Ma il piano politico e il piano della realtà non coincidono necessariamente.
La realtà dice che l’Italia importa energia nucleare dalla Francia — circa il 5-6% del fabbisogno elettrico nazionale transita attraverso gli elettrodotti alpini. Compriamo l’elettricità prodotta dalle centrali che abbiamo deciso di non costruire. Lo facciamo pagandola al prezzo di mercato francese, che è strutturalmente più basso di quello italiano proprio perché il nucleare ha costi marginali di produzione molto bassi.
La realtà dice anche che le tecnologie nucleari sono cambiate radicalmente dai tempi di Chernobyl. I reattori di quarta generazione e soprattutto gli Small Modular Reactors (SMR) offrono profili di sicurezza incomparabilmente superiori, costi di costruzione più contenuti, e la possibilità di essere integrati nelle reti esistenti senza le megastrutture degli impianti tradizionali.
Nessuno propone di risolvere la crisi di Hormuz con il nucleare. I tempi di costruzione di un reattore si misurano in anni, non in settimane. Ma la crisi di Hormuz pone una domanda che non si può più eludere: per quanto tempo ancora l’Italia può permettersi di essere l’unica grande potenza industriale europea priva di una componente nucleare nel proprio mix energetico? Per quanto tempo ancora possiamo accettare che il costo della nostra energia — e quindi la competitività delle nostre imprese, il potere d’acquisto delle nostre famiglie, la tenuta dei nostri conti pubblici — dipenda da ciò che decide un governo a Teheran, a Doha o a Mosca?
La sovranità energetica non è uno slogan. È una condizione materiale. E l’Italia, semplicemente, non ce l’ha.
Sovranità energetica come questione di civiltà
Il tema della sovranità energetica va collocato nel contesto più ampio che questa testata analizza da tempo: la transizione verso un mondo multipolare.
In un sistema internazionale in cui le regole del gioco vengono riscritte ogni giorno — in cui gli Stati Uniti agiscono unilateralmente, la Cina costruisce le proprie filiere, la Russia usa l’energia come arma, e le potenze regionali come Iran e Turchia giocano le proprie carte con crescente aggressività — un Paese che non controlla le proprie fonti di energia non controlla il proprio destino.
Questo è vero per l’Italia. Ma è vero anche per l’Europa nel suo insieme. La crisi di Hormuz mette a nudo una verità che il dibattito europeo sulla transizione energetica ha sistematicamente ignorato: la decarbonizzazione, per come è stata concepita finora, non ha risolto il problema della dipendenza. Lo ha spostato. Si è passati dalla dipendenza dal gas russo alla dipendenza dal GNL del Golfo. Si è passati dalla dipendenza dal petrolio mediorientale alla dipendenza dalle terre rare cinesi per le batterie e i pannelli solari.
Il Green Deal europeo, nelle sue ambizioni, non si è mai posto la domanda fondamentale: da dove viene l’energia che consumiamo, chi la controlla, e cosa succede se chi la controlla decide di usarla come arma?
Quella domanda, oggi, ha una risposta concreta. Si chiama Stretto di Hormuz. Si chiama 150 petroliere ferme. Si chiama benzina a 1,80 euro. Si chiama bollette in aumento.
Un Paese che vuole essere soggetto della storia — e non semplice spettatore delle decisioni altrui — deve costruire la propria autonomia energetica. Non domani. Adesso.
Cosa dovrebbe fare l’Italia: le tre direttrici
La crisi in corso, se letta con la lucidità che merita, indica tre direttrici strategiche che l’Italia dovrebbe perseguire con la stessa urgenza con cui nel 2022 cercò di sostituire il gas russo.
La prima è la diversificazione delle rotte, non solo delle fonti. Continuare a importare GNL è inevitabile nel breve periodo. Ma le rotte di importazione devono essere multiple e non convergere su un singolo punto di strozzatura. Questo significa potenziare i corridoi dal Mediterraneo orientale (Egitto, Cipro, Israele — quando la situazione lo consentirà), dall’Africa occidentale, e soprattutto dagli Stati Uniti, il cui GNL non passa per nessuno stretto a rischio.
La seconda è il ritorno al dibattito sul nucleare. Non come tabù da agitare o da difendere, ma come questione industriale e strategica. Gli SMR rappresentano un’opportunità concreta per un Paese con la base industriale dell’Italia. Eni, Enel, Leonardo e l’intero sistema della ricerca pubblica hanno le competenze per essere protagonisti di questa transizione. Serve una decisione politica che finora nessun governo ha avuto il coraggio di prendere.
La terza, la più profonda, è la costruzione di una politica energetica nazionale che sia parte integrante della strategia di sicurezza. L’energia non è un capitolo del bilancio dello Stato. È un pilastro della sovranità. E come tale deve essere trattata: con pianificazione strategica, con investimenti a lungo termine, con una visione che vada oltre la legislatura in corso.
Nessuna di queste tre direttrici risolverà la crisi di questa settimana. Ma tutte e tre insieme potrebbero fare in modo che la prossima volta che un governo a Teheran decide di chiudere uno stretto, l’Italia non si ritrovi — ancora una volta — a subire le conseguenze di decisioni prese da altri, in luoghi lontani, su cui non ha alcuna voce in capitolo.
Fonti
- Sky TG24 – Iran, quale sarà l’impatto sui mercati? Dal petrolio allo Stretto di Hormuz
- Quotidiano Nazionale – Guerra in Iran: in Italia è subito stangata sulla benzina
- Il Fatto Quotidiano – Lo Stretto di Hormuz chiuso dall’Iran: cosa significa per i prezzi di petrolio e gas
- FIRSTonline – Blocco dello Stretto di Hormuz: impatti su petrolio, gas e bollette
- TrasportoEuropa – Iran annuncia la chiusura di Hormuz, aumenta il prezzo del petrolio
- L’Automobile ACI – Guerra USA-Iran: la crisi di Hormuz e il prezzo del petrolio
- Euronews – Prezzo del petrolio in ascesa per la guerra in Iran
- ANSA – ISTAT: PIL Italia +0,5% nel 2025, deficit al 3,1%
- SoldiOnline – Borsa Italiana, commento della seduta del 2 marzo 2026
- ISTAT – Le prospettive per l’economia italiana nel 2025-2026
- Confindustria – Energia, Green Deal e dazi: gli ostacoli all’economia italiana ed europea
- Morningstar – 3 shock economici a cui gli investitori dovrebbero prestare attenzione nel 2026

