65 Visualizzazioni
Italia

Hormuz minato, gasolio a 2,09: la riforma carburanti arriva in Cdm

Redazione - Il Politico

I Pasdaran dichiarano lo Stretto totalmente chiuso e fanno esplodere una petroliera. A Roma il Consiglio dei ministri esamina il riordino della rete di distribuzione: autorizzazioni più severe, verifiche antimafia, 112 milioni per la riconversione.

Riassunto dell'articolo

Il 23 luglio 2026 la riforma della rete di distribuzione dei carburanti, confluita nel disegno di legge annuale sulla concorrenza, arriva sul tavolo del Consiglio dei ministri. Il testo subordina il rilascio delle autorizzazioni a requisiti tecnico-organizzativi ed economici, alla regolarità contributiva, all'applicazione del contratto collettivo di settore e alle verifiche antimafia; dal 1° gennaio 2028 impone la distribuzione di almeno un carburante non fossile, con 112 milioni di incentivi tra il 2028 e il 2030 (fino al 50% delle spese, massimo 60mila euro per impianto). Nelle stesse ore i Guardiani della rivoluzione iraniani dichiarano lo Stretto di Hormuz totalmente chiuso, riferiscono di tre petroliere fermate nel passaggio minato a sud e dell'esplosione di una di esse. Il Brent è a 90,37 dollari al barile. Alla pompa la benzina self sulla rete ordinaria è a 1,935 euro al litro e il gasolio a 2,091, con rincari rispettivamente di 13,2 e 20,9 centesimi dal 3 luglio, data di scadenza dello sconto sulle accise. Tesi dell'articolo: la riforma interviene sulla struttura della rete a valle, mentre la pressione sui prezzi nasce a monte, nella sicurezza degli approvvigionamenti. Le due cose non si sostituiscono. La leva mancante è la sovranità energetica nazionale: contratti pluriennali, rotte alternative, capacità di generazione propria.

Punti chiave
  • Adnkronos — Carburanti, riforma attesa oggi in Cdm: da stretta autorizzazioni a…
  • Il Sole 24 Ore — Ddl concorrenza: carburanti, Rc auto e telemarketing,…
  • Adnkronos — Iran, nuovi attacchi Usa: Teheran blocca petroliere a Hormuz
  • ANSAmed — Usa, nuovi attacchi contro obiettivi militari in Iran

La riforma carburanti arriva oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri, dentro il disegno di legge annuale sulla concorrenza. Autorizzazioni più severe, verifiche antimafia, incentivi per riconvertire gli impianti. Un riordino atteso da tre anni, chiesto a gran voce dai gestori.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Nelle stesse ore, a settemila chilometri di distanza, i Guardiani della rivoluzione iraniani dichiarano lo Stretto di Hormuz totalmente chiuso e riferiscono di aver fermato tre petroliere nel passaggio minato a sud. Una è esplosa. Le altre due hanno invertito la rotta.

Due notizie dello stesso giorno. Due orologi che non coincidono.

Cosa prevede la riforma carburanti

Il testo interviene sulla struttura della rete. Il titolo autorizzativo verrà rilasciato soltanto a chi dimostri capacità tecnico-organizzativa ed economica sufficiente a garantire la continuità del servizio.

Si aggiungono la regolarità contributiva, l’applicazione del contratto collettivo nazionale di settore, l’esibizione del documento unico di regolarità contributiva. Il rilascio è subordinato alle verifiche in materia di documentazione antimafia.

Dal 1° gennaio 2028 scatta l’obbligo: per ottenere l’autorizzazione ogni impianto dovrà distribuire almeno un carburante non fossile. Per accompagnare il passaggio sono stanziati 112 milioni di euro tra il 2028 e il 2030, con un contributo fino al cinquanta per cento delle spese e un tetto di sessantamila euro per impianto.

Il comparto vale 45 miliardi di euro di fatturato annuo e occupa circa ottantamila persone tra titolari, collaboratori e dipendenti, distribuite su oltre ventiduemila impianti.

Una rete che va riordinata davvero

Sul merito industriale la riforma ha ragione, e va detto. La rete italiana è la più numerosa e la meno produttiva dell’Europa occidentale.

Nel 2022 l’Italia contava 22.187 punti vendita con un erogato medio di 1.370 metri cubi. La Germania ne aveva 14.069 con 3.641 metri cubi di media, la Francia 10.609 con 3.990. Circa un quinto dei distributori italiani eroga meno di quattrocentomila litri all’anno.

Una rete polverizzata significa margini compressi, gestori strangolati, manutenzione rinviata. Chiedere requisiti economici seri e chiudere la porta alle infiltrazioni criminali in un settore che movimenta miliardi non è liberismo travestito: è lo Stato che riprende a fare lo Stato in un servizio pubblico essenziale.

Il fatto che cambia lo scenario: Hormuz è minato

Poi c’è l’altra metà della giornata. Per l’undicesima notte consecutiva l’aviazione americana ha colpito depositi di droni e infrastrutture logistiche militari iraniane, con la dichiarata finalità di ridurre la capacità di Teheran di minacciare il traffico commerciale.

La risposta iraniana non è retorica. È una mina. I pasdaran annunciano che lo Stretto resterà chiuso finché Washington proseguirà le proprie operazioni nella regione, e che nessuna petroliera vi entrerà o ne uscirà senza coordinamento con Teheran.

Da quel corridoio passa circa un quinto del petrolio mondiale. Chi lo mina non negozia più: pone un fatto compiuto sul fondale.

Vale la pena ricordare cosa scrivevamo quando Trump trasformava lo Stretto in un casello a pedaggio, esigendo il venti per cento sul transito. L’esattore, oggi, non riesce più a garantire il passaggio.

Quanto costa alla pompa italiana

Il conto arriva in pochi giorni e arriva a tutti. Il Brent viaggia a 90,37 dollari al barile, il greggio americano a 84,40.

Sulla rete ordinaria in modalità self service la benzina è passata da 1,803 euro al litro del 3 luglio a 1,935: tredici centesimi e due decimi in più. Il gasolio è salito da 1,882 a 2,091 euro, quasi ventuno centesimi. In autostrada la benzina sfiora 2,03 euro e il diesel supera 2,16.

Il 3 luglio non è una data qualsiasi: è il giorno in cui è scaduto lo sconto sulle accise senza proroga. Al rincaro fiscale si è sovrapposto quello geopolitico. Due spinte diverse, sommate sulla stessa ricevuta.

E siamo alla vigilia dell’esodo estivo, con tre famiglie su quattro che partiranno in automobile. Non è un dettaglio contabile: è il bilancio di milioni di famiglie che hanno una sola settimana di ferie all’anno e la pagano cara.

L’aumento dei carburanti nasce a monte

Qui sta il punto politico, e non è un’accusa al Governo: è una constatazione sugli strumenti disponibili.

La riforma agisce su chi vende. La crisi nasce da chi trasporta. Nessuna norma sui titoli autorizzativi, per quanto ben scritta, sposta di un centesimo il premio al rischio che i mercati incorporano quando un corpo militare straniero mina un braccio di mare.

Un Governo nazionale dispone di leve fiscali e di leve regolatorie. Non dispone di leve navali su un corridoio che sta fuori dal Mediterraneo. Questo è il vincolo reale, e viene prima di ogni polemica interna.

Il problema è che da anni l’Italia opera dentro un quadro di regole europee che consente flessibilità di bilancio per gli investimenti nella transizione ma vieta il sostegno generalizzato ai carburanti. Si può finanziare la colonnina, non il pieno. Si può obbligare all’idrogeno nel 2028, non garantire il barile nel 2026.

L’obbligo del 2028 e il vincolo che viene da fuori

L’obbligo del carburante non fossile è la parte del provvedimento che meno appartiene a Roma. Discende da una traiettoria decisa altrove, con scadenze fissate altrove.

Nessuno contesta la diversificazione in sé. Un impianto che offre più vettori energetici è un impianto più solido. Ma il calendario è stato scritto quando si dava per scontato un mondo di rotte sicure e di petrolio a settanta dollari.

Quel mondo, sul fondale di Hormuz, è saltato in aria insieme a una petroliera. E la stessa fragilità che abbiamo raccontato sul fronte del gas si ripresenta identica su quello del greggio.

Quello che manca alla riforma carburanti

Ordinare la rete è necessario. Non è sufficiente.

Ciò che manca è la parte che nessun disegno di legge sulla concorrenza può contenere: contratti pluriennali di fornitura negoziati come Nazione e non come singole imprese, diversificazione reale delle rotte, riserve strategiche adeguate a una crisi lunga, capacità di generazione propria compresa quella nucleare.

Si chiama sovranità energetica e non è uno slogan. È la differenza tra decidere il proprio prezzo e subirlo.

Finché quella parte resta scoperta, ogni riforma carburanti resterà una manutenzione dell’ultimo metro di tubo. Utile. Doverosa, persino. Ma l’ultimo metro non serve a nulla se qualcun altro decide se dentro il tubo passa qualcosa.

Fonti

Tag: , , , , ,
Scritto da
Redazione - Il Politico
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale