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Approfondimenti Politici

La sinistra abbandona il woke: da AOC a Conte, idee in vendita per un pugno di voti

Antonio Antipari

Dieci anni di dogmi liquidati in un weekend: Ocasio-Cortez ride del "Woke 1", Conte lo scarica su Repubblica, il campo largo va in frantumi. Ma una fede che si vende al primo sondaggio sfavorevole non è mai stata una fede.

Riassunto dell'articolo

Da Alexandria Ocasio-Cortez a Giuseppe Conte, la sinistra abbandona il woke dopo un decennio di dogmi identitari. AOC ha definito "una follia" la prima stagione woke in vista del 2028, mentre Conte ha scaricato quella cultura da Repubblica, aprendo la sfida a Schlein per la guida del campo largo. La coalizione progressista si spacca: Renzi applaude, AVS insorge, Schlein tace. L'analisi mostra come la retromarcia non nasca da un ripensamento culturale ma da puro calcolo elettorale, ultimo episodio di una sequenza che va dal ripudio del comunismo all'abbandono del woke: idee trattate come merce di scambio, barattabili per un pugno di voti.

La sinistra abbandona il woke con la stessa disinvoltura con cui per dieci anni lo aveva imposto. Nessuna autocritica, nessun processo, nessun conto presentato a chi ha costruito carriere sulla sorveglianza morale del prossimo. Solo una battuta in televisione, una lettera a Repubblica, e il dogma che ieri divideva i buoni dai cattivi diventa oggi un ingombro da smaltire prima delle elezioni. È lo spettacolo più istruttivo dell’estate politica: non la crisi di un’ideologia, ma la conferma che per certa sinistra le idee non sono mai state altro che merce di scambio.

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L’abiura di AOC: quando la sinistra abbandona il woke in diretta tv

Tutto parte da Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di New York che del progressismo identitario è stata icona planetaria. Davanti alle telecamere della ABC, la pasionaria del Bronx ha liquidato l’intera stagione con una risata: “Woke 1 was crazy”, il primo woke era una follia.
Una follia, dunque. Ma una follia di chi? Ocasio-Cortez ha sostenuto il taglio dei fondi alla polizia, ha giustificato le rivolte urbane, ha cavalcato ogni battaglia identitaria del periodo 2019-2020. Oggi scarica tutto sul Covid, come se il virus avesse dettato lui i comunicati stampa.
E quando i giornalisti americani le chiedono su quali posizioni abbia effettivamente cambiato idea, i suoi portavoce non rispondono. Nel frattempo la deputata ha negato il proprio appoggio alla candidata socialista Francesca Hong in Wisconsin, colpevole di avere addosso troppo “Woke 1”. La coerenza dura finché durano i sondaggi.
Il calcolo è trasparente: si avvicina il 2028, la Casa Bianca chiama, e l’elettorato americano ha già bocciato una volta il pacchetto identitario. Via il vestito, dunque. Sotto non c’è niente.

Conte scarica il woke: la fotocopia italiana

Bastano pochi giorni perché la retromarcia attraversi l’Atlantico. Giuseppe Conte, dalle colonne di Repubblica, vira con la prontezza di chi ha già cambiato casacca politica più volte in una sola vita pubblica: “Alla sinistra non serve il woke”, scrive l’ex premier, definendo quella cultura “una sorta di religione morale autoreferenziale”.
Parole sacrosante, se non fosse per un dettaglio: le pronuncia l’uomo che ha guidato la coalizione politica che di quella religione ha fatto liturgia quotidiana. Il Movimento che ha votato, sostenuto e amplificato ogni battaglia identitaria dell’ultimo decennio oggi scopre che il nemico “è questa società di diseguali”. Benvenuto: c’è chi lo dice da sempre, e per averlo detto è stato marchiato come nemico della democrazia.
La verità dell’operazione è politica, non culturale. Conte ha aperto la campagna elettorale e ha lanciato la sua sfida a Elly Schlein per la guida del campo largo. Il woke non viene ripudiato perché sbagliato: viene ripudiato perché non porta più voti. È la stessa merce di ieri, con il cartellino del prezzo aggiornato.

Il campo largo in frantumi: ognuno ha il suo woke

La reazione della coalizione progressista certifica il caos. Italia Viva applaude, con Matteo Renzi che rivendica di averlo sempre detto e denuncia “l’ubriacatura woke”. Alleanza Verdi e Sinistra insorge, Più Europa contesta perfino la premessa del dibattito. Ilaria Salis rilancia la “lotta di tutti”. E Schlein, la segretaria che dovrebbe guidare questo fronte, sceglie il silenzio: parla di salari e bollette, evitando accuratamente la parola che scotta.
Un cartello elettorale che non sa dire cosa pensa del proprio impianto culturale degli ultimi dieci anni non è una coalizione: è una fila alla cassa, dove ognuno cerca di piazzare la propria merce prima della chiusura.
Il copione, del resto, è già scritto altrove. Il modello progressista europeo che la stessa Schlein additava come esempio vincente si sta sgretolando sotto il peso delle proprie contraddizioni, come raccontiamo nella nostra analisi sulla crisi di Pedro Sánchez e del sanchismo assediato dalle inchieste. Quando il vento cambia, il progressismo continentale non difende le proprie bandiere: le ammaina e ne ordina di nuove.

Dal comunismo al woke: la sinistra e le idee in saldo

Chi ha memoria storica riconosce la sequenza. Questa sinistra ha già rinnegato il comunismo dopo averlo celebrato per mezzo secolo, mentre i regimi che ammirava rovinavano vite a milioni. Poi ha abbracciato l’europeismo senza riserve, salvo scoprire oggi i costi sociali dell’austerità che ha applaudito. Poi è arrivato il woke, dottrina totalizzante importata dai campus americani e finanziata da precise centrali internazionali, come abbiamo documentato nell’inchiesta sul sistema Soros e i finanziamenti alla sinistra italiana.
Ora anche il woke finisce nel cassetto delle ideologie dismesse. E il punto è esattamente questo: una classe dirigente che ogni quindici anni cambia religione senza mai fare i conti con la precedente non ha convinzioni. Ha un guardaroba.
Chi invece affonda le proprie radici nel popolo, nel lavoro, nella comunità nazionale non ha bisogno di rinnegare nulla, perché non ha mai indossato vestiti presi in prestito. Le idee che nascono dalla carne viva di una Nazione non si barattano al primo sondaggio sfavorevole: si difendono anche quando costano, soprattutto quando costano.

La lezione di questa retromarcia

Se la sinistra abbandona il woke con questa facilità, la lezione va oltre la cronaca politica. Per anni chiunque contestasse la cancel culture, gli asterischi, la riscrittura ideologica della storia è stato insultato, censurato, espulso dal perimetro del dibattito rispettabile. Quelle persone meritavano scuse. Ricevono invece lo spettacolo dei loro censori che si riciclano come moderati, senza pagare alcun prezzo.
Gli italiani osservano e capiscono. Capiscono che chi oggi si traveste da paladino dei ceti popolari è lo stesso che ieri li chiamava ignoranti e retrogradi. E capiscono che tra chi cambia idee come si cambia una campagna pubblicitaria e chi le proprie idee le ha custodite per decenni, pagandole care, la differenza non è di programma: è di natura. Il woke muore, i mercanti restano. Sta agli elettori decidere se premiare ancora una volta il banco.

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Antonio Antipari
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