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Laboratorio / Politica Politica

Vannacci non è il problema del centrodestra: è lo specchio delle sue debolezze

Fabrizio Fratus

Futuro Nazionale all'8%, il 53% degli elettori di Fratelli d'Italia favorevole al suo ingresso in coalizione. La domanda giusta non è «come fermarlo», ma «perché è stato possibile».

Riassunto dell'articolo

L'analisi sostiene che la crescita di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale, arrivato all'8% nei sondaggi e sopra Forza Italia, non è la causa delle difficoltà del centrodestra ma il sintomo di una debolezza strutturale: una leadership forte al vertice, con Giorgia Meloni, non compensata da una classe dirigente territoriale formata e selezionata su base politica anziché sul solo consenso. Il 53% degli elettori di Fratelli d'Italia, secondo YouTrend, è favorevole all'ingresso di Futuro Nazionale nella coalizione. La proposta: scuole di formazione, territori organizzati, eletti capaci di spiegare le scelte di governo.

C’è un dato che più di ogni altro dovrebbe far riflettere il centrodestra: Roberto Vannacci, in meno di due anni, è passato da uomo della Lega a concorrente della Lega, fino a portare Futuro Nazionale all’8% nei sondaggi e a superare Forza Italia. La prima tentazione è dare tutta la colpa a Matteo Salvini. E una responsabilità politica c’è: è stato lui a trasformare Vannacci in una risorsa elettorale della Lega, salvo poi ritrovarselo come avversario. Ma fermarsi qui sarebbe troppo semplice.

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Perché Vannacci non ha creato il problema. Lo ha fatto emergere. Se una forza politica nata da una frattura interna alla coalizione riesce in così poco tempo a conquistare una percentuale di consenso capace di ridisegnare gli equilibri del centrodestra, significa che quegli equilibri erano molto meno solidi di quanto apparissero. E il dato forse più significativo è un altro: il 53% degli elettori di Fratelli d’Italia, secondo YouTrend, sarebbe favorevole a un ingresso di Futuro Nazionale nel centrodestra. Questo significa che Vannacci, per una parte consistente dell’elettorato, non è percepito come un corpo estraneo. È percepito come qualcuno che potrebbe stare dentro quella stessa casa. È qui che dovrebbe aprirsi una riflessione seria.

Una leadership forte non sostituisce una classe dirigente

Giorgia Meloni ha dimostrato una capacità politica che sarebbe miope non riconoscere. Ha portato Fratelli d’Italia dalla marginalità al governo, ha costruito una leadership riconoscibile e ha dato al centrodestra una credibilità internazionale che non può essere liquidata con gli slogan. Ma una leadership forte non può essere per sempre il surrogato di una classe dirigente forte. Ed è qui che si vede la contraddizione. Sopra c’è una leadership. Sotto, troppo spesso, c’è ancora una palude. Il problema non è il singolo amministratore che dice una cosa diversa dal partito, né il singolo eletto che mostra una cultura politica lontana da quella tradizionale della destra. Il problema è che una forza politica arrivata rapidamente al governo non ha avuto il tempo, o non ha avuto la capacità, di costruire con la stessa velocità una classe dirigente territoriale adeguatamente formata. La politica non si improvvisa. Un partito di governo non può vivere soltanto della forza del proprio leader nazionale. Deve avere amministratori preparati, consiglieri che conoscano le istituzioni, dirigenti capaci di leggere la realtà e soprattutto una scuola politica che trasmetta una cultura comune. Altrimenti può accadere l’impensabile: un partito fortissimo al vertice e sorprendentemente fragile alla base.

La crepa in cui Vannacci si è inserito

E quando la selezione della classe dirigente avviene più sulla capacità di prendere voti che sulla formazione politica, prima o poi emergono le contraddizioni. Non dovrebbe esserci bisogno di controllare ogni parola di un eletto per paura di ciò che potrebbe dire. Un partito serio dovrebbe sapere che cosa pensano i propri rappresentanti prima ancora che parlino, perché li ha formati, selezionati e messi nelle condizioni di rappresentare una cultura politica. È qui che Vannacci trova spazio. Vannacci si è inserito precisamente in questa crepa.

Non perché abbia inventato una nuova destra, ma perché ha intercettato una domanda che una parte del centrodestra non riesce più a rappresentare con la stessa nettezza.

Più identità. Più sicurezza. Più attenzione alla sovranità. Meno timore di affrontare alcuni temi culturali. E, soprattutto, la sensazione che tra ciò che è stato promesso all’elettore e ciò che viene concretamente rappresentato esista ormai una distanza. Non è detto che questa domanda debba necessariamente essere rappresentata da Vannacci. Ma qualcuno la rappresenterà. La politica funziona così: lo spazio che un partito lascia vuoto non rimane vuoto a lungo. E infatti Vannacci cresce. La Lega arretra. Forza Italia viene superata. E Fratelli d’Italia, pur restando nettamente il primo partito, registra nei sondaggi recenti qualche arretramento.

Perché Vannacci è arrivato fin qui

Non è ancora una rivoluzione elettorale. Ma sarebbe un errore trattarla come una semplice bolla estiva. Il centrodestra dovrebbe quindi porsi una domanda diversa da «come fermare Vannacci?».

Dovrebbe chiedersi: perché è stato possibile per Vannacci arrivare fin qui?

Perché se un nuovo soggetto politico può nascere, rompere con uno dei partiti della coalizione, organizzarsi e arrivare in pochi mesi a percentuali che mettono in discussione gli equilibri del governo, allora il centrodestra è molto più fluido di quanto la sua forza parlamentare lasci immaginare.

Il vero campanello d’allarme per il centrodestra

Ed è questo il vero campanello d’allarme. Il centrodestra è stato mandato al governo non soltanto per amministrare l’esistente, ma perché una parte significativa dell’elettorato chiedeva discontinuità. Chiedeva sicurezza, identità, controllo dell’immigrazione, sostegno alla famiglia, difesa del ceto medio e una politica nazionale più coraggiosa.

Governare significa certamente fare i conti con la realtà, con i vincoli economici e internazionali, con l’Europa e con la complessità delle istituzioni.

Ma governare significa anche spiegare agli elettori perché alcune promesse possono essere mantenute, altre devono essere modificate e altre ancora richiedono tempo. Se questa spiegazione manca, nasce la frustrazione. E dalla frustrazione nasce lo spazio per chi promette di essere più coerente, più radicale, più identitario.

Ricostruire il centrodestra prima che lo impongano i sondaggi

Oggi quel qualcuno si chiama Vannacci.

Domani potrebbe chiamarsi diversamente. Per questo il problema non è inglobare Vannacci, né demonizzarlo.

Il problema è ricostruire il centrodestra prima che siano i sondaggi a costringerlo a farlo. Servono scuole di formazione politica. Servono territori organizzati. Serve una classe dirigente scelta non soltanto per il consenso che porta, per l’amicizia con chi fa le liste, ma per la capacità di rappresentare una cultura politica. Servono eletti che sappiano spiegare perché si fanno scelte politiche che a volte non sono coerenti con quanto presentato in precedenza.

Perché una coalizione può vincere grazie a un leader. Ma non può costruire un progetto storico affidandosi soltanto a un leader. Giorgia Meloni ha dimostrato di saper conquistare il governo. Adesso il centrodestra deve dimostrare di saper costruire una comunità politica capace di sostenerlo.

Altrimenti Vannacci continuerà a sembrare il problema, quando, invece, è soltanto lo specchio nel quale il centrodestra sta vedendo le proprie debolezze.

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Fabrizio Fratus
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