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Laboratorio / Politica Politica

Il centrodestra rischia di perdere la partita contro se stesso

Fabrizio Fratus

Veti personali e calcoli di consenso stanno consumando la coalizione: la questione Vannacci non è un problema di nomi, ma la prova di maturità di chi vuole costruire un'egemonia che arrivi fino al Quirinale.

Riassunto dell'articolo

Intervento di opinione del Laboratorio Culturale de Il Politico Web sul rapporto tra centrodestra e Roberto Vannacci in vista delle elezioni politiche del 2027. Secondo l'autore la coalizione confonde la tattica con la strategia: i veti personali e la competizione per decimali di consenso rischiano di disperdere un patrimonio elettorale decisivo. La vera posta in gioco non è quanto vale Vannacci, ma quanto vale il centrodestra se riesce a integrare quel consenso in un progetto comune, trasformando la vittoria elettorale in egemonia culturale e istituzionale di lungo periodo, fino alla partita del Quirinale. La tesi conclusiva è che il rischio maggiore per il centrodestra non sia perdere contro il centrosinistra, ma perdere contro se stesso.

Punti chiave
  • Centrodestra e Vannacci: alleanza o veti verso il 2027?
  • Il vero campo di battaglia del centrodestra non è Vannacci, ma la…
  • Il vero problema del centrodestra non è Vannacci, è la Lega

La politica italiana sembra nuovamente prigioniera del proprio vizio più antico: confondere la tattica con la strategia, il posizionamento con la costruzione politica, il calcolo del consenso con la capacità di governarlo. Mentre il quadro nazionale e internazionale attraversa una fase di trasformazione profonda, il centrodestra rischia di consumare la propria forza in una guerra di logoramento interna fatta di veti personali, diffidenze reciproche, distinguo identitari e competizioni per qualche decimale di consenso.
È un paradosso politico prima ancora che elettorale. La coalizione che dispone oggi di una delle più favorevoli condizioni storiche per consolidare la propria egemonia rischia di essere indebolita non dall’avversario, ma dalla propria incapacità di trasformare una somma di consensi in un progetto politico organico. Il caso del rapporto tra Fratelli d’Italia, Roberto Vannacci e quell’area di elettorato che guarda a una destra più radicale e identitaria va letto esattamente dentro questa contraddizione.
Il problema, infatti, non è semplicemente stabilire se Vannacci debba entrare o meno nel perimetro del centrodestra. La questione è assai più strutturale: come si costruisce una maggioranza politica sufficientemente ampia da governare l’Italia nel prossimo ciclo istituzionale senza disperdere, per rivalità interne, un patrimonio elettorale potenzialmente decisivo?
È qui che il tatticismo rischia di trasformarsi in miopia.

CREAZIONE SITI WEB
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La vera partita non è il consenso di oggi, ma la maggioranza di domani

Una coalizione politica non può essere costruita soltanto sulla sommatoria dei sondaggi del momento. Deve essere capace di definire un perimetro, stabilire priorità, assorbire differenze e soprattutto offrire agli elettori una prospettiva di governo riconoscibile.
Il centrodestra ha già dimostrato di poter vincere elezioni quando riesce a presentarsi come un’alternativa complessiva al centrosinistra. Ma la vittoria elettorale, da sola, non risolve la questione della stabilità politica. Una maggioranza moderna deve essere in grado di tenere insieme sensibilità differenti: conservatrici, sovraniste, liberali, popolari, identitarie e produttive.
È proprio questa pluralità che dovrebbe trasformarsi da problema in risorsa.
Considerare ogni nuova componente come una minaccia alla propria rendita elettorale significa adottare una concezione proprietaria della politica: come se il consenso fosse una proprietà privata di ciascun partito e non un patrimonio contendibile all’interno di un medesimo campo politico.

Competizione interna o suicidio politico

Ma la competizione interna ha un limite oltre il quale diventa autodistruttiva.
Se una forza sottrae consenso a un’altra, ma entrambe restano dentro un progetto comune, la competizione può persino rafforzare l’intero schieramento. Se invece la rivalità produce frammentazione, astensione o candidature concorrenti, il risultato è esattamente l’opposto: voti dispersi, collegi persi e maggioranze indebolite.
La differenza tra competizione fisiologica e suicidio politico passa tutta da qui. Il fenomeno rappresentato da Roberto Vannacci non dovrebbe essere affrontato soltanto attraverso il filtro della simpatia o dell’antipatia personale, né attraverso la domanda, inevitabilmente riduttiva, se egli sia “troppo a destra” rispetto alla coalizione.
La domanda politicamente più interessante è un’altra: perché una parte dell’elettorato cerca oggi una rappresentanza più radicale, identitaria e conflittuale?
Ignorare questa domanda non fa scomparire quel consenso. Al contrario, rischia di spingerlo verso la marginalità, l’astensione oppure la frammentazione, o addirittura la crescita.
Una forza politica realmente egemone non è quella che elimina le differenze presenti nel proprio campo; è quella che riesce a organizzarle dentro un’architettura comune. Da questo punto di vista, il confronto con Vannacci può diventare una cartina di tornasole della maturità del centrodestra. Se prevarrà la logica del veto personale, ogni interlocutore esterno sarà percepito come un concorrente. Se invece prevarrà la logica della costruzione di una maggioranza, la questione verrà affrontata sul terreno più serio: quali idee possono essere integrate in un programma comune e quali, invece, risultano incompatibili? Questo è il passaggio dalla politica dei nomi alla politica dei progetti. L’errore strategico più grave sarebbe immaginare che l’unità del centrodestra consista nell’omologazione dei suoi componenti.
È vero il contrario.
Una coalizione competitiva deve essere sufficientemente unita per governare e sufficientemente articolata per rappresentare un elettorato largo. Il problema nasce quando la differenziazione interna smette di produrre rappresentanza e comincia a produrre conflitto. La matematica elettorale, in questo senso, non perdona. Non è necessario che l’intero elettorato di Vannacci coincida perfettamente con quello di Fratelli d’Italia, della Lega o delle altre componenti del centrodestra. È sufficiente che una parte significativa di quel consenso possa essere ricondotta dentro un progetto comune anziché trasformarsi in una forza di rottura.
Il punto non è quindi “quanto vale Vannacci”. Il punto è quanto vale il centrodestra se riesce a non disperdere quel consenso. È una differenza concettuale decisiva.

La partita del Quirinale

La posta in gioco, inoltre, non si esaurisce nella formazione del prossimo esecutivo. Una vittoria elettorale sufficientemente ampia può modificare gli equilibri dell’intero sistema istituzionale. In questo quadro, la partita del Quirinale assume inevitabilmente un rilievo strategico. Una coalizione politica che aspirasse a incidere realmente sugli equilibri istituzionali avrebbe bisogno di arrivare a quella partita forte, coesa e numericamente competitiva.
La questione del Quirinale, dunque, non è semplicemente il desiderio di “portare un uomo di destra al Colle”. È il simbolo di una domanda più ampia: il centrodestra vuole limitarsi a governare una legislatura o intende diventare il principale centro di elaborazione politica della Repubblica?
La seconda prospettiva richiede una maturità molto maggiore della semplice conquista del governo.

L’Europa sta cambiando, ma non basta dire che “vira a destra”

Anche il contesto internazionale va letto con maggiore precisione. In Europa il sistema politico tradizionale è sottoposto a una pressione crescente: immigrazione, sicurezza, crisi demografica, competitività industriale, transizione energetica, rapporto con gli Stati Uniti, guerra Ucraina/Russia e ridefinizione dei rapporti di forza globali stanno mettendo in discussione gli equilibri che hanno dominato il continente negli ultimi decenni.
È evidente che le forze conservatrici e nazional-populiste hanno acquisito uno spazio politico molto più ampio rispetto al passato. Francia, Germania, Spagna e Regno Unito stanno sperimentando traiettorie differenti, con sistemi elettorali, coalizioni e rapporti tra partiti profondamente diversi. Il vecchio equilibrio politico europeo non è più stabile come un tempo. E in una fase di transizione, chi possiede una maggioranza politica solida dispone di un vantaggio strategico enorme.
Chi invece spreca energie nel regolamento dei conti interno rischia di arrivare impreparato proprio quando gli equilibri esterni diventano più favorevoli. È questo il punto sul quale il centrodestra dovrebbe interrogarsi.
La possibilità di consolidare una stagione politica di lungo periodo non è garantita dalla semplice presenza di una maggioranza parlamentare. La storia italiana dimostra che le maggioranze possono consumarsi rapidamente quando non sono sostenute da una visione politica capace di andare oltre la contingenza.

Dalla politica dei nomi alla politica dei progetti

L’occasione storica, dunque, non consiste semplicemente nel vincere le prossime elezioni, consiste nel trasformare una vittoria elettorale in una egemonia culturale, programmatica e istituzionale, capace di durare oltre una singola legislatura. Per farlo occorrono alcune condizioni elementari: una coalizione riconoscibile, un programma condiviso, meccanismi di composizione dei conflitti, una classe dirigente capace di pensare oltre il proprio partito e una leadership che sappia distinguere ciò che è strategico da ciò che è soltanto tattico.
Il centrodestra dovrebbe quindi smettere di domandarsi esclusivamente chi guadagnerà un punto percentuale dall’accordo con Vannacci e cominciare a chiedersi quanti punti potrebbe perdere l’intero schieramento se quell’accordo non venisse mai raggiunto. È questa la vera dimensione del problema.
Fratelli d’Italia e Roberto Vannacci, così come tutte le altre componenti del centrodestra, hanno davanti una scelta che non riguarda soltanto i loro destini personali. Possono continuare a contendersi lo spazio politico dello stesso elettorato oppure possono provare a costruire una piattaforma capace di allargare quel perimetro.
La seconda strada è più difficile perché impone compromessi, rinunce e soprattutto la capacità di riconoscere la legittimità politica dell’altro. Ma è proprio questo che distingue una classe dirigente da una classe politica.
La prima pensa alla successione dei cicli storici. La seconda pensa al prossimo sondaggio. Il tempo delle schermaglie, dunque, dovrebbe lasciare spazio a un confronto politico vero. Non un accordo improvvisato per sommare simboli elettorali, ma un patto fondato su pochi punti chiari: sicurezza, crescita economica, difesa degli interessi nazionali, controllo dell’immigrazione, riforma delle istituzioni, competitività europea e tutela della libertà individuale.
Su ciò che divide sarà necessario discutere. Su ciò che può unire sarà necessario decidere.
Perché il rischio più grande, alla fine, non è che il centrodestra perda una partita contro il centrosinistra.
È che perda una partita contro se stesso. Sarebbe una sconfitta ancora più difficile da spiegare: non provocata dalla forza dell’avversario, ma dall’incapacità di riconoscere la propria forza e di trasformarla, prima che sia troppo tardi, in un progetto politico di lungo periodo.

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