Lo studio Barcaccia (Università di Padova) conferma DNA mediorientale e archei del Mar Morto sul telo. Il CNR di Bari lo data a 2000 anni. L’immagine resta inspiegabile. Mappa completa delle ricerche che sfidano la datazione medievale del 1988.
La Sacra Sindone è autentica? È la domanda che da oltre un secolo divide scienziati, storici e credenti. La risposta definitiva non esiste ancora, ma il dossier scientifico si è arricchito negli ultimi anni di risultati che rendono sempre più difficile liquidare il telo di Torino come un semplice manufatto medievale. L’ultimo tassello è arrivato nell’aprile 2026 con uno studio genetico dell’Università di Padova che ha individuato sul lino tracce di DNA compatibili con il Vicino Oriente e microrganismi tipici di ambienti ad altissima salinità, come quelli prossimi al Mar Morto.
Non è un risultato isolato. Si inserisce in una sequenza di ricerche — dalla datazione a raggi X del CNR di Bari alle analisi biologiche sulle tracce di sangue, fino agli esperimenti dell’ENEA di Frascati sulla formazione dell’immagine — che compongono un mosaico sempre più articolato. Questa è la mappa completa delle evidenze scientifiche che oggi riaprono il caso sulla Sacra Sindone.
La notizia: il DNA della Sindone porta in Medio Oriente
Lo studio più recente è quello coordinato dal professor Gianni Barcaccia, docente di Genetica e Genomica all’Università di Padova, firmato da diciannove ricercatori di diversi atenei. L’articolo, disponibile in pre-print sulla piattaforma bioRxiv, analizza resti di DNA estratti da campioni forniti dal professor Pier Luigi Baima Bollone — il medico legale torinese che negli anni Ottanta aveva identificato sulla Sindone tracce di sangue umano di gruppo AB — scomparso prima della pubblicazione del lavoro.
I risultati confermano e ampliano quelli di uno studio precedente pubblicato dallo stesso Barcaccia nel 2015 su Nature Scientific Reports. Allora l’analisi del DNA aveva rivelato che oltre il 55% dei lignaggi genetici presenti sul telo era riconducibile al Vicino Oriente, circa il 39% all’India e meno del 6% all’Europa. Il nuovo articolo rafforza questo quadro con la conferma dell’aplogruppo H33, un marcatore genetico prevalente nel Vicino Oriente e particolarmente frequente tra i Drusi, una popolazione che condivide radici genetiche con ebrei, ciprioti e altre comunità levantine.
Ma la novità più significativa riguarda il microbioma. Sul telo sono stati identificati archei alofili, microrganismi che prosperano esclusivamente in ambienti con altissima salinità. Questo dato suggerisce che la Sindone sia stata conservata in un contesto ambientale compatibile con le aree prossime al Mar Morto, una regione storicamente legata alle comunità religiose ebraiche del primo secolo.
La forte presenza di materiale genetico indiano, secondo i ricercatori, si spiega con le antiche rotte commerciali tra il subcontinente e il Mediterraneo. Il termine stesso “sindone” — dal greco sindôn, lino fine — potrebbe essere collegato alla regione del Sindh, nota per la qualità dei suoi tessuti. I testi rabbinici confermano che lino pregiato di provenienza indiana era utilizzato nel Tempio di Gerusalemme per le vesti del Sommo Sacerdote durante lo Yom Kippur.
La datazione a raggi X: il CNR di Bari e i 2000 anni del lino
Se l’analisi del DNA colloca il telo in uno spazio geografico compatibile con la tradizione, la datazione a raggi X lo colloca nel tempo. Nel 2022, Liberato De Caro, ricercatore dell’Istituto di Cristallografia del CNR di Bari, ha pubblicato sulla rivista Heritage uno studio basato sulla tecnica WAXS (Wide Angle X-ray Scattering), un metodo che misura l’invecchiamento naturale della cellulosa nelle fibre di lino.
Il principio è semplice: con il passare del tempo, l’ordine cristallino della cellulosa si degrada in modo misurabile. Confrontando il grado di deterioramento del campione sindonico con quello di tessuti di lino di datazione certa — in un arco che va dal 3000 a.C. al 2000 d.C. — De Caro e il suo team, in collaborazione con il professor Giulio Fanti dell’Università di Padova, hanno concluso che il tessuto della Sindone è compatibile con un’età di circa duemila anni.
Il risultato contraddice frontalmente la datazione al Carbonio 14 del 1988, che aveva collocato il telo tra il 1260 e il 1390. I ricercatori precisano che la compatibilità con i 2000 anni di storia è vincolata a una condizione: che il telo sia stato conservato a livelli adeguati di temperatura e umidità relativa per i tredici secoli di storia non documentata che precedono la sua comparsa in Europa. Per rendere il dato compatibile con la datazione medievale, invece, il tessuto avrebbe dovuto essere stato conservato a temperature prossime ai massimi registrati sulla Terra — uno scenario ritenuto implausibile.
La tecnica WAXS presenta un vantaggio significativo rispetto al Carbonio 14: non è distruttiva. Il campione analizzato — un filo di circa 0,5 per 1 millimetro, prelevato in prossimità dell’area utilizzata per la radiodatazione del 1988 — può essere riesaminato infinite volte. De Caro ha proposto al Vaticano e all’arcidiocesi di Torino di autorizzare una campagna di misurazioni WAXS condotte da più laboratori su campioni prelevati da diverse zone della Sindone, per confermare o smentire il risultato su base più ampia.
Le tracce biologiche: il sangue di un uomo torturato
Il terzo pilastro del dossier pro-autenticità riguarda le analisi biologiche condotte sulle fibre del telo. Nel 2017, uno studio pubblicato su PLoS ONE e firmato da Elvio Carlino (IOM-CNR di Trieste), Giulio Fanti (Università di Padova), Liberato De Caro e Cinzia Giannini (IC-CNR di Bari) ha portato alla luce la presenza di nanoparticelle di creatinina legate a particelle di ferridrato tipiche della ferritina.
L’analisi è stata condotta con un microscopio elettronico in trasmissione (TEM) a risoluzione atomica su una fibra di lino estratta dall’impronta dorsale della Sindone, nella regione del piede. Le nanoparticelle di creatinina, di dimensioni comprese tra 20 e 90 nanometri, risultano invisibili al microscopio ottico e — secondo gli autori — non possono essere artefatti aggiunti nei secoli, data la loro dimensione e distribuzione.
La creatinina associata alla ferritina è un marcatore biologico di interesse forense: livelli elevati di queste sostanze nel sangue si riscontrano in organismi sottoposti a traumi fisici estremi, con grave compromissione della funzionalità renale. Per gli autori dello studio, il dato è compatibile con un uomo che ha subito un violento politrauma.
Un secondo studio, pubblicato nello stesso anno su Applied Spectroscopy, ha aggiunto un ulteriore elemento: la presenza di biliverdina, una sostanza che si forma in prossimità di zone del corpo colpite con estrema violenza mentre il soggetto è ancora in vita. La ricerca, frutto della collaborazione tra Fanti e il ricercatore francese Jean-Pierre Laude, ha confermato uno scenario di tortura prolungata compatibile con i racconti evangelici della Passione.
Va precisato che questi studi non sono stati esenti da critiche. L’articolo su PLoS ONE è stato successivamente ritirato dalla rivista per insufficienza dei controlli a supporto delle conclusioni, una decisione contestata dagli autori. Il dibattito sulla validità di queste analisi resta aperto nella comunità scientifica.
L’immagine che nessuno sa replicare
Il mistero più profondo della Sindone non riguarda la datazione né il DNA, ma l’immagine stessa. Come si è formata quella figura umana sul lino? A questa domanda la scienza non ha ancora una risposta condivisa, e questo dato — più di ogni altro — resiste a qualsiasi ipotesi di falsificazione medievale.
Nel 1978, il progetto STURP (Shroud of Turin Research Project), composto da 33 ricercatori statunitensi, condusse cinque giorni consecutivi di analisi dirette sul telo utilizzando spettroscopia, microscopia e fotografia multispettrale. Le conclusioni, pubblicate nel 1981, stabilirono che l’immagine non è composta da pigmenti, vernici o coloranti; è estremamente superficiale, coinvolgendo solo lo strato più esterno delle fibre di lino per uno spessore di circa un quinto di millesimo di millimetro; non presenta tracce di pennellate né di alcuna tecnica pittorica conosciuta; e contiene informazioni tridimensionali ricostruibili digitalmente. Le macchie furono identificate come tracce contenenti componenti del sangue umano.
Tra il 2005 e il 2010, i ricercatori del Centro ENEA di Frascati — guidati dal fisico Paolo Di Lazzaro — hanno condotto una serie di esperimenti per tentare di riprodurre queste caratteristiche. Irraggiando tessuti di lino con impulsi brevissimi di radiazione ultravioletta emessa da laser a eccimeri, sono riusciti a ottenere una colorazione superficiale simile a quella sindonica per cromaticità e spessore.
Il risultato ha confermato che solo un impulso di radiazione ultravioletta estremamente breve — nell’ordine di pochi miliardesimi di secondo — e in un intervallo ristrettissimo di parametri energetici può produrre una colorazione compatibile con quella del Sacro Lino. Ma ha anche rivelato un problema di scala: la potenza necessaria per colorare istantaneamente una superficie di lino corrispondente a un corpo umano di statura media è stata calcolata in circa 34.000 miliardi di Watt. Nessuna sorgente di luce costruita dall’uomo raggiunge nemmeno un millesimo di questa potenza.
L’ENEA ha concluso che la scienza non è ancora in grado di spiegare come si sia formata l’immagine corporea della Sindone, e che l’ipotesi di un falsario medievale non appare ragionevole alla luce delle caratteristiche fisico-chimiche del telo. Resta aperta la questione su quale processo naturale — o non naturale — possa aver generato un’immagine con proprietà così peculiari.
Il nodo irrisolto: la datazione al Carbonio 14 del 1988
Qualsiasi discussione sull’autenticità della Sacra Sindone deve fare i conti con il risultato che per decenni ha rappresentato l’argomento principale a favore della tesi del falso medievale: la datazione al radiocarbonio del 1988.
In quell’anno, tre laboratori di fama mondiale — Tucson, Oxford e Zurigo — datarono indipendentemente campioni del tessuto e conclusero che il telo risaliva a un periodo compreso tra il 1260 e il 1390. Il risultato fu pubblicato sulla rivista Nature e fu accettato dalla comunità scientifica internazionale come prova solida dell’origine medievale della Sindone.
Ma negli anni successivi si sono accumulate obiezioni di natura metodologica. I campioni utilizzati provenivano da un’unica zona del telo, in prossimità di un’area che diversi studiosi ritengono interessata da rammendi successivi all’incendio di Chambéry del 1532 — interventi che avrebbero introdotto fibre più recenti nel tessuto, alterando la datazione. Nel 2019, uno studio pubblicato su Archaeometry — la rivista dell’Università di Oxford — da Tristan Casabianca, Emanuela Marinelli, Benedetto Torrisi e Giuseppe Pernagallo ha analizzato i dati grezzi delle misurazioni, ottenuti dal British Museum solo dopo un’azione legale internazionale. L’analisi ha evidenziato anomalie statistiche che, secondo gli autori, mettono in discussione l’affidabilità del risultato.
L’esame del Carbonio 14 resta comunque il test più rigoroso mai condotto sulla Sindone e il suo risultato non è stato formalmente invalidato. La comunità scientifica è divisa: da un lato chi lo ritiene ancora probante, dall’altro chi invoca una nuova campagna di datazione con metodi diversi — come il WAXS proposto da De Caro — e su campioni prelevati da zone non contaminate del telo.
Cosa dice la Chiesa: icona, non reliquia
La Chiesa cattolica ha scelto dal XX secolo di non esprimersi ufficialmente sull’autenticità della Sindone, considerando che non si tratta di materia fondamentale di fede. Ne autorizza il culto come icona della Passione di Gesù, ma non le riconosce formalmente lo status di reliquia sacra.
Giovanni Paolo II, in visita alla Sindone nel 1998, formulò con chiarezza la posizione istituzionale: non essendo materia di fede, la Chiesa non ha competenza specifica per pronunciarsi, ma esorta la scienza ad affrontare lo studio senza posizioni precostituite. Diversi pontefici — da Pio XI a Benedetto XVI, che la definì un'”icona del mistero” — hanno espresso il loro personale convincimento favorevole all’autenticità, senza che questo abbia modificato la posizione ufficiale.
L’arcivescovo di Torino, custode pontificio della Sindone, ha ribadito in più occasioni che la scienza deve fare il suo percorso, a condizione che sia onesta e priva di pregiudizi. In questo spazio tra fede e ricerca, il telo di Torino continua a interrogare. Non come oggetto di devozione cieca, né come bersaglio di scetticismo aprioristico, ma come uno dei manufatti più studiati della storia umana — e uno dei pochi che la scienza contemporanea, con tutti i suoi strumenti, non riesce ancora a spiegare fino in fondo.
Fonti
Vatican News – Sindone, nuove ricerche sul DNA confermano il suo passaggio in Medio Oriente
L’Osservatore Romano – Sindone: dal DNA la conferma del passaggio in Medio Oriente
La Nuova Bussola Quotidiana – Sindone, nuove ricerche ne confermano il soggiorno in Medio Oriente
CNR – 2000 anni di storia della Sindone di Torino visti ai raggi X
SettimanaNews – L’età della Sindone (intervista a Liberato De Caro)
CNR – Nuove evidenze biologiche rilevate sulla Sindone (studio Carlino-Fanti-De Caro, 2017)
Avvenire – Sulla Sindone il sangue di un uomo torturato
ENEA – Risultati degli esperimenti con il laser a eccimeri sulla Sindone
Documentazione.info – Mistero della Sindone: fu un lampo di luce?
Il Bo Live – Università di Padova – I viaggi della Sindone raccontati dal DNA
Geopop – La Sacra Sindone di Torino è davvero l’immagine di Cristo?

