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Approfondimenti Politici

I cristiani sionisti al Pentagono. La teologia che bombarda l’Iran e che l’Italia paga in bolletta

Redazione - Il Politico

La guerra di Trump contro Teheran non si capisce con le categorie del realismo strategico. Chi la guida non parla la lingua della Realpolitik ma quella dell'apocalisse: lettura letterale della Bibbia, ricostruzione del Terzo Tempio, ritorno del Messia. Da Paula White al White House Faith Office a Pete Hegseth che invita al Pentagono il pastore Doug Wilson — quello che vorrebbe vietare le processioni mariane come "idolatria pubblica" — un'architettura teologica protestante guida l'apparato federale americano. E l'Italia, cuore della civiltà cattolica europea, finanzia in bolletta una guerra combattuta in nome di una teologia che considera idolatra la sua processione del Corpus Domini.

Riassunto dell'articolo

L'articolo analizza il sionismo cristiano come motore teologico della guerra americana contro l'Iran cominciata il 28 febbraio 2026, e ne mostra l'architettura istituzionale dentro la seconda amministrazione Trump: il White House Faith Office guidato da Paula White, la Religious Liberty Commission diretta da Dan Patrick (vicino alla rete di John Hagee e Christians United for Israel), il Pentagono affidato a Pete Hegseth — esponente dichiarato del sionismo cristiano, sostenitore della ricostruzione del Terzo Tempio a Gerusalemme, membro della Communion of Reformed Evangelical Churches (CREC) co-fondata dal pastore Doug Wilson, invitato dallo stesso Hegseth a predicare al Pentagono nonostante chieda il divieto delle processioni mariane come idolatria pubblica e sostenga la trasformazione degli Stati Uniti in teocrazia cristiana. La Military Religious Freedom Foundation ha ricevuto oltre duecento denunce da soldati americani sulla cornice religiosa imposta alla guerra. La rimozione di Carrie Prejean Boller dalla Religious Liberty Commission per la sua presa di posizione cattolica contro il sionismo conferma il filtro teologico operante nelle istituzioni federali. L'articolo collega questa architettura allo scontro pubblico tra Trump e Papa Leone XIV del 13 aprile 2026, leggendolo come sintomo di una frattura civilizzazionale tra Europa cattolica e America protestante-evangelica, e mostra come l'Italia — che paga la bolletta della guerra senza essere consultata — stia finanziando un conflitto combattuto in nome di una teologia che considera idolatra la propria tradizione religiosa. Tesi finale: la sovranità delle Nazioni europee dipende anche dalla capacità di riconoscere la dimensione religiosa come fattore strategico operante nelle scelte di politica estera altrui.

Punti chiave
  • Limes 3/2026, "In trappola. L'imbuto iraniano risucchia l'America"
  • Lucio Caracciolo, "Bussando alla porta dell'Inferno", Limes 3/2026, editoriale
  • CBS News, intervista a Pete Hegseth, 9 marzo 2026
  • The Guardian, "Hegseth and the religious turn at the Pentagon", marzo 2026

Ventidue miliardi di euro in più nelle bollette europee in quarantaquattro giorni di guerra. Ventuno miliardi di sovraccosto previsto da Confindustria sulla manifattura italiana per il 2026. Lo spread BTP-Bund cresciuto di trentadue punti dall’inizio del conflitto. Il diesel oltre i due euro al litro. Il gas TTF a quarantotto euro per megawattora. Sono i numeri della guerra americana contro la Repubblica Islamica dell’Iran cominciata il 28 febbraio 2026 con l’Operazione Epic Fury, e che dopo quasi due mesi non mostra alcuna prospettiva di chiusura. Il blocco navale di Hormuz disposto dal CENTCOM il 13 aprile resta attivo. La tregua è stata estesa a tempo indeterminato dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad. L’Italia — Nazione che da quello Stretto importa quasi metà del proprio gas naturale liquefatto — paga il conto senza essere stata consultata, senza sedersi al tavolo negoziale, senza alcuna leva per accelerare la chiusura di un conflitto che le strangola l’industria.
Il realismo geopolitico non riesce a spiegare questa guerra. Sul piano strategico è un disastro per gli Stati Uniti: prosciuga risorse che dovrebbero essere allocate sulla competizione con la Cina — Pechino oggi compra a prezzi scontati il petrolio iraniano che le rotte commerciali globali non possono più caricare — distrae la potenza americana dal teatro indo-pacifico, alimenta l’asse Mosca-Teheran-Pechino che avrebbe dovuto essere disarticolato, e regala a Xi Jinping un avversario indebolito che osserva attentamente come una superpotenza non riesca a sminare uno stretto largo trentatré chilometri. Justin Logan, intervistato da Limes nel numero monografico In trappola di marzo 2026, lo definisce con due parole: “gigantesco autogol”. L’analista del Cato Institute lo dice senza giri di parole: la guerra all’Iran è il più grande errore strategico americano del secolo, e nessuno al governo riesce a spiegarne la convenienza nazionale.
Allora perché si combatte? La risposta che il realismo non riesce a dare la fornisce una grammatica diversa. Una grammatica teologica. Il direttore di Limes Lucio Caracciolo, nell’editoriale del numero, indica tre ragioni della guerra: per Israele, per Trump e Bibi, per Dio. È la terza ragione che spiega le altre due. Ed è la terza ragione che l’opinione pubblica europea — secolarizzata, abituata a leggere la politica internazionale solo attraverso lenti economiche e strategiche — fatica a vedere. Eppure è quella che muove gli ingranaggi. È quella che ha trasformato il Pentagono nel quartier generale di una crociata.

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Cosa è il sionismo cristiano e perché conta

Il sionismo cristiano è una corrente teologica protestante nata nel Diciannovesimo secolo nell’ambito delle chiese evangeliche anglofone, codificata teologicamente dal teologo anglo-irlandese John Nelson Darby attraverso la dottrina del dispensazionalismo, e diffusa capillarmente negli Stati Uniti dalla Bibbia di Studio Scofield del 1909. Si fonda su una lettura letteralista delle Scritture — in particolare della Genesi e del Libro dell’Apocalisse — secondo cui Dio avrebbe concesso ad Abramo e alla sua discendenza ebraica un territorio esteso dal Nilo all’Eufrate, e secondo cui il ritorno degli ebrei in quella terra costituisce un passaggio profetico necessario per la seconda venuta di Cristo. In questa cornice, lo Stato di Israele non è un fenomeno politico moderno: è il compimento materiale di una profezia biblica. Sostenerlo militarmente, espanderlo territorialmente, eliminarne i nemici sono atti che hanno valore non strategico ma escatologico — preparano la fine dei tempi.
I numeri di questa corrente in America sono fuori scala rispetto alla sua percezione europea. Gli evangelici americani sono stimati tra i sessanta e gli ottanta milioni, circa un quarto dell’elettorato avente diritto al voto. Tra loro, i sionisti cristiani convinti sono valutati tra venti e quaranta milioni. Il Pew Research Center ha più volte documentato che gli evangelici bianchi americani risultano sistematicamente più sionisti degli israeliani stessi: si oppongono a qualsiasi compromesso territoriale in percentuali superiori a quelle dell’elettorato di Tel Aviv. Christians United for Israel (CUFI), la principale organizzazione del movimento, fondata dal pastore John Hagee, dichiara dieci milioni di membri. Le donazioni evangeliche allo Stato di Israele e agli insediamenti in Cisgiordania sono state quantificate dal quotidiano israeliano Haaretz in oltre sessantacinque milioni di dollari nell’arco di un decennio, prima che il post-7 ottobre moltiplicasse il flusso.
Il punto strutturale è che questa base non è marginale: è il blocco elettorale fondante del Partito Repubblicano contemporaneo. Il sostegno incondizionato a Israele non è una posizione di politica estera tra le altre — è il test di lealtà che ogni candidato repubblicano deve superare per accedere al supporto, anche finanziario, di questa rete. Trump lo ha ammesso esplicitamente nel comizio del Wisconsin dell’agosto 2020: lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, ha detto, ha entusiasmato gli evangelici molto più degli israeliani stessi. Era una battuta. Era anche una confessione strategica.

L’architettura teologica dentro l’apparato federale americano

La differenza tra la prima e la seconda amministrazione Trump non è quantitativa. È strutturale. Nel primo mandato gli evangelici sionisti — Mike Pence vicepresidente, Mike Pompeo segretario di Stato — erano figure di vertice del governo. Nel secondo mandato hanno colonizzato l’apparato. Il Faith Office della Casa Bianca è stato creato ex novo a inizio 2025 e affidato a Paula White, telepredicatrice carismatica della prosperity theology e consigliera spirituale personale di Trump. La Religious Liberty Commission, costituita a maggio 2025, è stata diretta da Dan Patrick, vicegovernatore del Texas, evangelico conservatore battezzato nel fiume Giordano nel 2016, vicino alla rete di Christians United for Israel di John Hagee. Il Dipartimento della Difesa è stato affidato a Pete Hegseth.
Su Hegseth bisogna fermarsi. Il segretario alla Difesa — che lui stesso preferisce farsi chiamare secretary of war, segretario alla guerra — è membro della Pilgrim Hill Reformed Fellowship, congregazione affiliata alla Communion of Reformed Evangelical Churches (CREC), una denominazione co-fondata dal pastore Douglas Wilson. Nel 2018, durante un discorso a Gerusalemme organizzato dal media israeliano di destra Arutz Sheva, Hegseth dichiarò pubblicamente che la ricostruzione del Tempio biblico — il Terzo Tempio sul Monte del Tempio, dove oggi sorge la moschea di Al-Aqsa — è un “miracolo” che potrebbe accadere durante la sua vita. Disse che il riconoscimento della sovranità israeliana su Giudea e Samaria (cioè l’annessione della Cisgiordania) è “un passo in quel processo”. Si dichiarò contrario alla soluzione dei due Stati e favorevole alla sovranità israeliana esclusiva sulla Terra Santa. Nel suo libro American Crusade del 2020 ha scritto che il momento presente è “molto simile all’Undicesimo secolo” — il secolo della Prima Crociata — e che “non vogliamo combattere, ma dobbiamo”. Sul suo braccio è tatuata la scritta Deus Vult, “Dio lo vuole”, il grido di battaglia dei crociati del 1096. Sul polso ha la parola araba Kafir, infedele.
A febbraio 2026, nelle settimane immediatamente precedenti l’attacco all’Iran, Hegseth ha invitato Douglas Wilson a guidare una funzione religiosa al Pentagono. Wilson è il pastore che predica la trasformazione degli Stati Uniti in una teocrazia cristiana, sostiene la sovranità delle “sfere” derivata dal ricostruzionismo cristiano (corrente che invoca la pena di morte per l’omosessualità), si è espresso pubblicamente per il ritiro del diritto di voto alle donne, e — punto decisivo per un lettore italiano — ha sostenuto che le processioni cattoliche dedicate alla Vergine Maria e al Santissimo Sacramento dovrebbero essere vietate negli Stati Uniti perché costituiscono “atti pubblici di idolatria”. L’uomo che chiede di vietare la processione del Corpus Domini ha guidato la preghiera del segretario alla Difesa americano nelle settimane in cui veniva pianificata la guerra all’Iran.
In una intervista alla CBS del 9 marzo 2026, a guerra cominciata, Hegseth ha inquadrato l’operazione in termini espliciti: “Le nostre capacità sono migliori. La nostra volontà è migliore. Le nostre truppe sono migliori. La provvidenza del nostro Dio onnipotente è lì a proteggere quelle truppe, e siamo impegnati in questa missione.” Non è un fraseggio retorico generico. La Military Religious Freedom Foundation (MRFF), organizzazione di vigilanza sui diritti religiosi nelle forze armate fondata dal veterano Mikey Weinstein, ha dichiarato di aver ricevuto dall’inizio dell’Operazione Epic Fury oltre duecento denunce da soldati americani. Le segnalazioni — provenienti da oltre quaranta unità in almeno trenta installazioni — riferiscono di comandanti che hanno detto alle truppe che la guerra all’Iran è parte del piano divino e della profezia biblica degli “ultimi tempi”. Un comandante avrebbe affermato davanti ai propri soldati che “il presidente Trump è stato unto da Gesù per accendere il fuoco in Iran, provocare l’Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra”.
E quando una commissaria cattolica della Religious Liberty Commission, Carrie Prejean Boller, ha osato dichiarare nel febbraio 2026 che il sionismo non fa parte della dottrina cattolica e che opporvisi non costituisce antisemitismo, è stata immediatamente rimossa dalla Commissione per ordine diretto della Casa Bianca. Lei stessa l’ha denunciato pubblicamente: “L’unica donna cattolica che si oppone al sionismo è stata rimossa come preludio alla guerra con l’Iran.” La frase è del 12 marzo 2026. Diciassette giorni dopo l’inizio dei bombardamenti.
Sul versante opposto, il 12 marzo 2026 Benjamin Netanyahu ha pronunciato in ebraico, davanti a una platea interna israeliana, una frase che nessun media occidentale ha rilanciato con il rilievo che meritava: “Con questa guerra assisteremo al ritorno del Messia”. Non è una metafora. È la cornice esplicita dentro cui il primo ministro israeliano colloca il conflitto. La cornice escatologica che lo lega indissolubilmente al sionismo cristiano americano: due messianismi paralleli che convergono sullo stesso teatro operativo, attendendo lo stesso finale apocalittico — anche se ciascuna delle due tradizioni riserva all’altra un destino opposto nella seconda venuta di Cristo.

La frattura della Civiltà: l’America protestante e l’Europa cattolica

Lo scontro pubblico tra Donald Trump e Papa Leone XIV del 13 aprile 2026 — quando il presidente americano ha definito il Pontefice “debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera”, postando un’immagine generata con intelligenza artificiale che lo ritrae in vesti cristologiche — non è stato un incidente caratteriale. Non è stata neppure una mossa tattica per intimidire un Papa scomodo. È stato il sintomo affiorato di una frattura teologica antica, di una divaricazione civilizzazionale che attraversa l’intero Occidente e che oggi separa due ordini di senso radicalmente incompatibili: l’America protestante-evangelica e l’Europa cattolica.
Il sionismo cristiano è inattingibile per la tradizione cattolica. La Chiesa di Roma non riconosce nello Stato d’Israele moderno un compimento profetico. Non interpreta la storia attraverso la griglia dispensazionalista delle “ere divine” che si succedono fino al ritorno del Messia. Non legge la Genesi come titolo di proprietà territoriale che il Dio di Abramo avrebbe consegnato in eternità a una specifica discendenza etnica. Per la teologia cattolica, la Chiesa stessa è il nuovo Popolo di Dio, l’Alleanza è universale, la Terra Santa è luogo di pellegrinaggio non di conquista. La sacramentalità — la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, la mediazione della Vergine Maria, la venerazione delle reliquie, la liturgia processionale — è la grammatica concreta della fede cattolica. È esattamente quello che la teologia di Wilson, Hegseth e della Communion of Reformed Evangelical Churches definisce idolatria.
Quando Leone XIV ha denunciato la guerra all’Iran come “delirio di onnipotenza”, quando ha definito “davvero inaccettabile” la minaccia di Trump di “cancellare un’intera civiltà”, quando ha pregato in San Pietro affermando che Dio “non ascolta le preghiere di chi fa la guerra”, non stava facendo dichiarazioni politiche prudenziali. Stava esercitando il Magistero di una tradizione religiosa che quella guerra non può benedire perché non condivide la teologia che la motiva. L’Italia — Nazione che ha dato i natali a Leone XIV nel senso storico-culturale del termine, perché Roma è e resta la sede del Vicario di Cristo, e perché il cattolicesimo è la cifra civilizzazionale di duemila anni di storia europea — si trova oggi in una posizione paradossale. È formalmente alleata di una potenza la cui leadership pratica una teologia che la sua tradizione spirituale non riconosce e considera deviante. Sta finanziando con la propria bolletta energetica una guerra combattuta in nome di una visione del mondo che vede nelle sue processioni del Corpus Domini un atto di idolatria da reprimere.
L’Europa secolarizzata non riesce a vedere questa frattura perché ha rimosso la dimensione religiosa dalla propria grammatica politica. Pensa che le motivazioni teologiche siano folklore, ornamento retorico privo di efficacia operativa, mentre i fatti reali si deciderebbero sempre e solo sul piano materiale degli interessi. È un errore di analisi che costa caro. Come ha scritto l’editoriale di Limes citando un teologo americano, “gli europei sono ciechi — e continuano a esserlo se giudicano tutto ciò come ininfluente, irrilevante, o come una mera carnevalata”. La guerra all’Iran è invece, nella mente di chi la conduce, un atto religioso prima che strategico. E un atto religioso non si negozia con strumenti di Realpolitik: lo si combatte con altri strumenti di senso, oppure lo si subisce.
Per la civiltà europea questo significa una cosa precisa. La sovranità delle Nazioni — quella radice di pensiero politico che da Bodin attraverso Westfalia arriva alle Nazioni d’Europa contemporanea — esiste solo se ancorata a una propria autonoma grammatica spirituale. Una Nazione che non sa più leggere il proprio passato religioso non sa neppure interpretare il presente di chi quel passato religioso lo ha trasformato in motore politico. L’Italia che paga la bolletta della guerra in Iran è la stessa Italia che ha disimparato a riconoscere la propria identità cattolica come fattore strategico, e che si trova oggi a essere amministrata, nelle conseguenze materiali della guerra altrui, da una teologia che le è estranea e ostile.
Il prezzo di questa cecità lo conoscono già le imprese italiane che tentano di chiudere il bilancio 2026, le famiglie che ricevono bollette aumentate del trenta per cento, le compagnie aeree europee che hanno carburante per tre settimane. Non lo conoscerebbero — o lo conoscerebbero in modo diverso — se l’Europa avesse mantenuto la lucidità di leggere la guerra altrui anche con la grammatica antica della religione. Quella che bombarda l’Iran non è soltanto una superpotenza militare in declino. È una teologia. E finché l’Europa si rifiuterà di riconoscerla come tale, continuerà a essere oggetto della storia altrui.
Tanto vale, parafrasando l’ultima riga dell’editoriale di Caracciolo, pregare. Perché preghiera e politica, in questa guerra, non sono mai state davvero separate. È solo l’Europa che si è dimenticata di saperlo.

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