C’è una domanda che la pubblicistica mainstream non si pone mai, perché porsela significherebbe smontare l’architettura ideologica su cui si regge l’intero impianto della politica estera occidentale degli ultimi venticinque anni. La domanda è semplice: a chi serve che gli europei pensino che il loro nemico esistenziale sia l’Islam?
Non si tratta di una domanda retorica né di una provocazione. È una domanda che storici seri si pongono da decenni. Franco Cardini, medievista fiorentino tra i massimi studiosi italiani del rapporto storico tra le due sponde del Mediterraneo, l’ha posta nel modo più chiaro: i rapporti tra Europa e Islam sono stati per secoli una storia di intersezioni, commerci, scambi culturali, conflitti militari circoscritti e lunghe convivenze. La narrazione dello “scontro di civiltà” è una costruzione recente, novecentesca, e ha funzioni precise. Smontarla non significa essere ingenui sull’Islam contemporaneo. Significa rifiutare di essere strumenti di una propaganda che non ha nulla a che fare con la difesa della civiltà europea, e tutto a che fare con la sua dissoluzione.
La fabbrica di un nemico
L’equazione Islam uguale minaccia non è nata spontaneamente nella coscienza europea. È stata costruita. I suoi architetti sono identificabili con precisione: i think tank neoconservatori americani degli anni Novanta, la scuola di Bernard Lewis, la rielaborazione politica della tesi di Samuel Huntington, l’apparato propagandistico israeliano post-Oslo, il network evangelico statunitense che ha trasformato la teologia del sionismo cristiano in dottrina di politica estera. È un fronte composito ma coordinato, che ha bisogno di un nemico identificabile, geograficamente collocabile, religiosamente caratterizzato. L’Islam serviva. E ha servito.
L’undici settembre ha funzionato da acceleratore, non da causa. La macchina era già in moto. Da quel momento, ogni episodio terroristico — dal Bataclan a Nizza, da Berlino a Manchester — è stato letto attraverso una lente unica: l’Islam come tale, in quanto tale, è incompatibile con la civiltà occidentale. Mai una distinzione tra sunniti e sciiti, tra sufi e wahhabiti, tra Iran post-rivoluzionario e Arabia Saudita salafita, tra Turchia neo-ottomana e Marocco alawita. Mai una domanda sull’origine politica dell’estremismo, su come sia stato finanziato per quarant’anni dai sauditi con il beneplacito americano, su come Al-Qaeda sia nata da operazioni della CIA in Afghanistan, su come l’ISIS sia stato il frutto avvelenato della destabilizzazione irachena e siriana voluta da Washington. Mai una memoria storica: dal Maometto “eretico cristiano” del Medioevo al “feroce Saladino”, dal “Turco nemico della croce” all’islamofobia ottocentesca, l’Europa ha già praticato per secoli quell’incomprensione che oggi si presenta come novità geopolitica.
L’effetto è una semplificazione devastante: un miliardo e ottocento milioni di esseri umani ridotti a una unica figura minacciosa, l’immigrato con la barba che vuole il califfato sotto casa.
Cui prodest
A chi serve, dunque. La risposta è in tre direzioni convergenti.
Serve a chi ha bisogno di legittimare l’intervento militare permanente in Medio Oriente. Senza la cornice dello scontro di civiltà, la guerra in Iraq del 2003 sarebbe stata leggibile per quello che era — una operazione di riposizionamento imperiale americano sul controllo del petrolio mesopotamico. La guerra in Libia del 2011 sarebbe stata leggibile come distruzione deliberata di uno Stato sovrano che minacciava il franco CFA e progettava una moneta panafricana. La guerra in Siria sarebbe stata leggibile come tentativo di interrompere l’asse sciita Teheran-Damasco-Beirut. La campagna contro l’Iran del 2026 sarebbe leggibile per quello che è — una guerra per la supremazia finanziaria e energetica del Golfo. Lo scontro di civiltà serve a coprire le guerre del petrolio con un velo di necessità antropologica.
Serve a un asse di interessi specifico, quello che lega Tel Aviv a Washington attraverso il network del sionismo cristiano evangelico — un tema che abbiamo già analizzato in profondità su queste pagine. Per Israele, presentare l’Islam come minaccia esistenziale dell’Occidente significa trasformare la propria sicurezza nazionale in causa universale. Per gli evangelici americani che governano oggi il Pentagono attraverso figure come Pete Hegseth, significa trasformare l’apocalisse biblica in dottrina militare.
E serve, infine, a coprire il vero processo di dissoluzione che attraversa le società europee. Perché finché il dibattito pubblico è occupato dalla minaccia islamica, nessuno guarda al collasso interno. Nessuno chiede perché in Italia non nascono più bambini, perché le famiglie si disgregano, perché i giovani non si sposano, perché le comunità di paese muoiono, perché il sacro è scomparso dalla vita quotidiana, perché il legame tra le generazioni si è spezzato, perché la lingua si imbarbarisce, perché le città storiche si svuotano. Tutte cose che non hanno nulla a che fare con i musulmani. Tutte cose che hanno a che fare con un modello — quello liberale, individualista, mercatista, consumista — che ha vinto in Europa molto prima che arrivasse il primo barcone.
Cosa l’Islam ha custodito
Cardini, in Europa e Islam. Storia di un malinteso, ha scritto una pagina decisiva: l’Occidente moderno, armato delle proprie superiorità tecnologiche dei secoli XIII-XVIII, ha imposto al mondo musulmano l’antropocentrismo, l’individualismo, il primato dell’economia, la cancellazione sistematica della “cultura del limite”. Le civiltà musulmane sono state battute, sottomesse, colonizzate, occidentalizzate a forza. I risultati — terrorismo, fondamentalismi, crisi delle società arabe — non sono il frutto di una essenza islamica violenta. Sono la reazione di un mondo a cui è stato strappato il proprio modo di stare insieme.
E qui sta il punto che la pubblicistica mainstream rifiuta di guardare in faccia. L’Islam, nelle sue forme tradizionali — non quelle deformate dal wahhabismo saudita finanziato dall’Occidente, non quelle terroristiche generate dalle macerie irachene — è una civiltà che ha custodito esattamente ciò che il liberalismo europeo ha distrutto in noi. La famiglia estesa, non la famiglia mononucleare in via di dissoluzione. Il primato del sacro sul profano, non la riduzione della religione a opinione privata. Le gerarchie comunitarie, non l’atomizzazione individualista. Il senso del limite, non la corsa al consumo illimitato. L’ostilità all’usura, non la sovranità della finanza speculativa. La centralità della preghiera nella vita quotidiana, non la riduzione del tempo a tempo produttivo. Il rispetto degli anziani, non lo scarto generazionale. La trasmissione della tradizione, non la rottura permanente con il passato come ideologia di Stato.
Naturalmente l’Islam reale ha le sue contraddizioni, le sue zone d’ombra, le sue patologie storiche. Nessuno parla di una civiltà perfetta. Ma il punto non è questo. Il punto è che, posto di fronte allo specchio dell’Islam tradizionale, l’europeo medio dovrebbe riconoscere che ciò che ha di fronte non è il proprio opposto: è ciò che lui stesso è stato, fino a tre generazioni fa, e non è più. La famiglia siciliana del 1950 era più vicina a una famiglia maghrebina del 2026 che a una famiglia milanese del 2026. La preghiera del contadino veneto era più vicina alla preghiera del fellah egiziano che alla nevrosi terapeutica del manager urbano. Il rapporto con il sacro nella Sardegna interna era più vicino al rapporto con il sacro in Anatolia che al post-cristianesimo svedese.
Lo “scontro di civiltà” funziona come specchio rovesciato. Non temiamo l’Islam perché è troppo diverso. Lo temiamo — quando lo temiamo — perché ci ricorda ciò che siamo stati e non siamo più. La paura è proiettiva. Il rimosso ritorna sotto forma di minaccia esterna.
La distinzione necessaria
Tutto questo non è un’apologia dell’immigrazione di massa, né tantomeno dell’islamizzazione dell’Europa. Anzi: è il contrario. Proprio chi rispetta le civiltà come strutture organiche radicate in un territorio rispetta anche le frontiere. L’errore del liberalismo è esattamente il rovescio della medaglia che lo scontro di civiltà presenta. Da un lato distrugge le civiltà a casa loro — con le guerre, con le sanzioni, con la colonizzazione culturale, con la pressione del Fondo Monetario sui regimi laici post-coloniali. Dall’altro importa in Europa i frammenti umani prodotti da quella stessa distruzione, e li chiama “diversità” mentre li riduce a manodopera atomizzata e a riserva elettorale.
Difendere l’Islam come civiltà nella sua terra non significa accogliere l’Islam come sostituto demografico in Europa. Significa esattamente il contrario: significa rifiutare la logica liberale che ha bisogno di dissolvere ogni civiltà — la nostra e la loro — in un unico mercato globale di individui intercambiabili. La civiltà europea ha le sue radici, la civiltà islamica ha le sue. Il rispetto reciproco passa attraverso la distinzione, non attraverso la confusione.
Il vero scontro, dunque, non è tra Europa e Islam. Il vero scontro è tra le civiltà — tutte — e ciò che le sta dissolvendo. Tra chi ha ancora un centro spirituale e chi lo ha perduto. Tra chi riconosce all’uomo una dimensione sacra e chi lo ha ridotto a particella consumante. Tra chi difende le comunità reali e chi le sostituisce con piattaforme digitali. Su questo fronte, un musulmano osservante di Fes e un cattolico tradizionale di Lucca sono molto più vicini tra loro di quanto entrambi non lo siano al manager liberale di Francoforte che li disprezza tutti e due.
Il filone che apriamo con questo articolo proverà a guardare l’Islam attraverso un’altra lente. Non quella della propaganda atlantista che ne ha fatto il nemico di comodo per coprire le proprie guerre e la propria decadenza. Ma quella, più antica e più seria, della tradizione mediterranea che sa che il vero nemico delle civiltà non parla arabo. Parla la lingua piatta del mercato globale, e siede nei consigli di amministrazione delle multinazionali, nelle redazioni dei grandi quotidiani, nelle stanze dei think tank di Washington e Bruxelles. È il nemico che abbiamo in casa. E che, da venticinque anni, ci convince ogni giorno che il nemico sia altrove.
Fonti
- Laterza — Franco Cardini, Europa e Islam. Storia di un malinteso, scheda editoriale
- Osservatorio Globalizzazione — Intervista a Franco Cardini su Occidente e Islam
- East Journal — “L’Islam è una delle radici dell’Europa”. Intervista a Franco Cardini
- Il Politico Web — Trump contro il Papa, l’Iran difende Cristo: e se il vero nemico della civiltà fossimo noi?
- Il Politico Web — I cristiani sionisti al Pentagono. La teologia che bombarda l’Iran e che l’Italia paga in bolletta
- Il Politico Web — Teheran risponde a Washington: la mossa del gattopardo iraniano

