C’era una volta l’ideologia. Poi la sinistra ha smesso di produrre idee e si è messa a produrre santini. Un’agiografia completa, con tanto di calendario: il Giornalista Martire, il Premier Progressista, l’Eroe con l’elmetto. Bastava appendere l’immaginetta in salotto e la coscienza era a posto per tutta la stagione.
Poi però arrivano le procure. Non quelle «eversive», quelle che indagano a destra e meritano le prime pagine indignate. Le altre: quelle che aprono i fascicoli, sbobinano le intercettazioni, scrivono le ordinanze. E dietro ogni aureola, puntualmente, spunta un tavolo. Apparecchiato.
Primo santino: il Martire della Libera Informazione. Il 16 ottobre 2025 esplode un ordigno davanti a casa di Sigfrido Ranucci e l’Italia progressista si veste a lutto preventivo: la mafia, il potere, i nemici di Report. Dieci mesi dopo, la Procura di Roma arresta come presunto mandante Valter Lavitola, e l’ordinanza del gip racconta una storia diversa: secondo i magistrati, la bomba non doveva punire il giornalista. Doveva promuoverlo. Fabbricargli il martirio per lanciarlo alla guida del centrosinistra.
Ranucci, sia chiaro, per il giudice è estraneo e parte lesa. Il martirio era autentico: solo che il regista, sempre secondo l’ordinanza, era un amico. Un amico con cui il conduttore cenava ogni mese e per il quale correggeva personalmente i quesiti del sondaggio sulla propria candidabilità. E con cui, pochi giorni dopo l’attentato, sedeva a discutere di un progetto africano di crediti di carbonio da un miliardo e trecento milioni l’anno. Il moralizzatore d’Italia, quello che ha costruito una carriera sugli atti riservati altrui, oggi querela chi pubblica gli atti riservati che riguardano lui. La Rai, nel dubbio, ha sospeso la trasmissione. Il santino resta appeso, ma l’inchiostro cola.
Secondo santino: il Premier Progressista, il bello di Madrid, l’uomo che doveva insegnare all’Europa la «rigenerazione democratica». Pedro Sánchez ha rigenerato, in effetti. Ha rigenerato talmente tanto che attorno a lui si contano centoventisei tra indagati e condannati: dirigenti del partito, ex ministri, collaboratori, familiari. Il suo ex braccio destro Ábalos si è preso ventiquattro anni per il sistema delle tangenti sulle mascherine. La moglie è rinviata a giudizio, il fratello a processo, la sede del PSOE perquisita dalla Guardia Civil.
E lui? Lui, davanti al Congresso, giura di non aver «mai conosciuto né tollerato alcuna pratica di corruzione». Ci crediamo. Evidentemente la corruzione conosceva lui: gli dormiva in casa, gli sedeva accanto in Consiglio dei ministri, gli organizzava le campagne elettorali, e il presidente non se n’era accorto. Un uomo così distratto che, assediato dai tribunali in patria, ha trovato il tempo di prendersela con i turisti italiani. Quando il santo è in difficoltà, si cambia processione.
Terzo santino, il più venerato: l’Eroe con l’elmetto. Su Volodymyr Zelensky la sinistra europea ha investito tutto il capitale devozionale residuo: maglietta verde, standing ovation, candidature al Nobel a rotazione. Poi il NABU, l’agenzia anticorruzione di Kiev, ha piazzato una microspia in un appartamento del centro e ha registrato mille ore di conversazioni. Ne è uscita l’operazione Midas: tangenti dal dieci al quindici per cento sui contratti di Energoatom, il colosso nucleare di Stato, mentre la Nazione combatteva al buio sotto i missili.
Il presunto regista? Timur Mindich, ex socio in affari del presidente, fuggito all’estero poche ore prima delle perquisizioni. A seguire: il capo dell’Ufficio presidenziale Yermak dimesso, l’ex ministro Halushchenko arrestato, cinque deputati del partito presidenziale accusati di voti in cambio di denaro. E proprio in queste ore un’altra inchiesta è arrivata a bussare fino alla vicecapo dello staff presidenziale. Zelensky non è indagato, e lo scriviamo volentieri: l’aureola sua regge. È tutto il resto del quadro che è finito in caserma. Nel frattempo la piazza di Kiev gli detta le nomine e l’Occidente continua a firmare assegni senza chiedere lo scontrino.
Ora, il Tribuno non processa nessuno: non ne ha bisogno, ci pensano già i tribunali veri, con una solerzia che a sinistra definirebbero «clima d’odio» se i cognomi fossero altri. Il Tribuno si limita a notare il metodo. Perché di metodo si tratta: l’aureola non è un ornamento, è uno strumento di lavoro. Serve a rendere impresentabile qualunque domanda. Chi dubita del Martire è nemico della stampa libera. Chi dubita del Premier è fascista. Chi dubita dell’Eroe è putiniano. Comodo: un sistema di allarme perimetrale che nessuna villa con piscina potrà mai eguagliare.
Noi plebei, che santini non ne abbiamo mai avuti, ci teniamo la nostra rozza abitudine: leggere le ordinanze, contare gli arrestati, guardare chi siede a tavola. E aspettare il prossimo santino. La produzione, ci assicurano, non si ferma mai.
Ave atque vale.
Fonti
- Il Giornale – La Spagna degli scandali: Sánchez accerchiato da inchieste e processi
- Il Sussidiario – Sánchez nel caos: 126 fedelissimi indagati
- La Verità – Sánchez si incolla alla poltrona e urla alla persecuzione giudiziaria
- UnHerd – How corruption could bring down Zelensky
- L’Indipendente – Fedorov sfida Zelensky mentre scoppia un nuovo scandalo corruzione

