Valter Lavitola arrestato: la Procura di Roma lo ritiene il mandante dell’attentato che il 16 ottobre 2025 distrusse le auto di Sigfrido Ranucci e di sua figlia davanti all’abitazione di Campo Ascolano. Il gip Iole Moricca ha firmato un’ordinanza di custodia cautelare di 198 pagine che contesta all’ex editore il reato di strage aggravato dal metodo mafioso. Ricercato anche il suo factotum, Gomes Clesio Tavares, che si trova in Africa. Lavitola, va detto con chiarezza, è innocente fino a sentenza definitiva e ha respinto ogni accusa. Ma è proprio il movente ricostruito dal giudice a trasformare un fatto di cronaca giudiziaria in una questione politica di prima grandezza.
Perché Lavitola avrebbe ordinato l’attentato a Ranucci
Secondo l’ordinanza, la bomba non doveva uccidere. Doveva costruire. Il gip scrive che l’attentato è stato commissionato «esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti» di Lavitola «in ambito politico». Un’intimidazione confezionata per sembrare di stampo mafioso, capace di sollevare l’indignazione nazionale e trasformare il conduttore di Report in un martire della libertà di stampa. La vittima, per il giudice, era ignara: Ranucci è «evidentemente estraneo» al piano criminale, preda della «raffinata astuzia» dell’amico.
Fin qui la cronaca. Ma le 198 pagine raccontano molto di più. Raccontano il contesto in cui quella «raffinata astuzia» ha potuto operare per anni, indisturbata.
Il progetto politico: «Fra due anni fai il presidente»
I messaggi recuperati dal telefono di Lavitola documentano un disegno coltivato almeno dal 2024. Il 29 luglio di quell’anno, mentre Ranucci si sfogava sulle difficoltà incontrate in Rai, l’imprenditore gli scriveva: «E fra 2 anni fai il presidente». Il riferimento, per gli investigatori, era alla Presidenza del Consiglio. Nel giugno 2025 il concetto tornava, esplicito: «Ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente».
Dopo l’attentato, l’intuizione diventa cantiere. Lavitola commissiona un sondaggio da ottomila euro su «potenziale elettorale, immagine e credibilità politica» del giornalista. Intercettato dopo le perquisizioni di luglio, sosteneva che l’amico sarebbe stato «presidente garantito» e avrebbe potuto raccogliere il 30 per cento dei voti senza alcun partito alle spalle. Il gip annota anche il rovescio della medaglia: nei giorni successivi all’esplosione, il presunto mandante segnalava alla presunta vittima gli articoli sulle piste della criminalità organizzata e la esortava a chiedere il potenziamento della scorta. Il depistaggio come premura fraterna.
Ranucci vittima, ma non spettatore
E qui l’ordinanza consegna il dato politicamente più pesante. Perché se Ranucci è estraneo alla bomba — e lo è, per il giudice, senza ambiguità — non è affatto estraneo al progetto politico. I due cenavano insieme fino a tre volte al mese. Erano, scrive il gip, in sintonia sull’ipotesi di una candidatura del conduttore come guida del centrosinistra. E il giornalista ha partecipato attivamente alla costruzione del sondaggio sulla propria candidabilità, integrando di persona la griglia dei quesiti con temi come intelligenza artificiale e transizione ecologica. Non un contatto occasionale: un rapporto quotidiano con un faccendiere già condannato, nato — dettaglio che vale un trattato — dopo che Lavitola era stato oggetto delle inchieste di Report ed era poi diventato una fonte della trasmissione.
Il quadro non è nuovo per chi ha seguito la vicenda. Quando la Rai sospese le repliche estive di Report, l’amicizia tra i due era già il nodo che nessuno voleva sciogliere. E quando Ranucci scelse di querelare i giornali che pubblicavano gli atti dell’inchiesta, il paradosso del metodo — vivere di carte riservate e denunciare chi le pubblica — era già tutto sul tavolo. Oggi l’ordinanza aggiunge il tassello mancante: il volto simbolo dell’inchiesta del servizio pubblico coltivava a cena, con la propria fonte, un progetto da capo politico di parte.
Un programma d’inchiesta o una piattaforma elettorale?
La domanda, a questo punto, non riguarda più Lavitola. Riguarda la Rai e riguarda i cittadini che la pagano. Un programma finanziato dal canone può avere alla conduzione un giornalista che, mentre firma inchieste a senso unico contro il governo, corregge personalmente i quesiti del sondaggio sulla propria discesa in campo dalla parte opposta? La deontologia non è un processo penale: non servono reati per violarla. Basta la commistione, documentata nero su bianco da un giudice, tra il ruolo di arbitro dell’informazione pubblica e l’ambizione di giocatore politico.
È la stessa questione emersa con i finanziatori mai dichiarati di Food for Profit: le regole di trasparenza che Report pretende da tutti gli altri valgono anche per Report? L’arresto di Lavitola avrà il suo corso, con le garanzie dovute a ogni imputato. Ma il progetto politico costruito attorno al conduttore non è un’ipotesi accusatoria: è agli atti, nei messaggi, nei sondaggi pagati e corretti. E su questo il servizio pubblico non può rispondere con una querela. Deve rispondere ai suoi azionisti: gli italiani.
Fonti
- Ansa – Valter Lavitola arrestato per l’attentato a Ranucci
- Il Sole 24 Ore – Lavitola arrestato, gip: «Voleva posto in politica con il conduttore»
- Linkiesta – Il progetto di trasformare Ranucci in una figura politica nazionale
- Il Riformista – Ranucci favorevole al progetto politico e al sondaggio, all’oscuro del piano
- La Verità – I messaggi tra Ranucci e Lavitola: «Il sondaggio va costruito»
- Adnkronos – Arresto Lavitola, ricercato il factotum Tavares

