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I Rostri / Il corsivo del Tribuno Rostri

Salis esulta: «Riconosciute le mie ragioni». Ma ha vinto solo sulla busta

Il Tribuno del Popolo

La Corte d'appello di Milano annulla la condanna da 300mila euro: la notifica non era mai arrivata. Si riparte da zero. E stavolta l'eurodeputata dovrà spiegare in aula perché ha licenziato due assistenti dopo sette mesi.

Riassunto dell'articolo

Il 13 ottobre 2026 la Corte d'appello di Milano, sezione lavoro, ha dichiarato nulla la sentenza di primo grado che a marzo aveva condannato in contumacia Ilaria Salis, eurodeputata di Avs, a versare 300.900 euro a due ex assistenti, Valentina Dadda e François Gelmetti, licenziati nel febbraio 2025. Il motivo è un difetto di notifica: il contraddittorio non si era instaurato. La causa torna al Tribunale di Milano e riparte da capo; nel merito del licenziamento nessun giudice si è ancora pronunciato con Salis presente. Il corsivo satirico del Tribuno del Popolo ironizza sulla vittoria ottenuta per un vizio di forma.

Ilaria Salis ha vinto. Sul licenziamento dei collaboratori di Ilaria Salis la Corte d’appello di Milano ha annullato stamattina la condanna da 300.900 euro. Lei ha festeggiato sui social: «Sentenza annullata, riconosciute le mie ragioni». Con le due dita a V, come dopo una battaglia campale.

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Resta da capire quali ragioni. I giudici non hanno scritto che licenziare era giusto. Hanno scritto che la busta non è arrivata. L’ufficiale giudiziario passò una volta, non trovò nessuno, e il processo si fece senza di lei. Sentenza nulla, si torna in Tribunale e si riparte da zero.

Fin qui, sia chiaro, ha ragione lei: nessuno va condannato a sua insaputa. Il Tribuno lo sottoscrive. Nota soltanto che quando un imprenditore la scampa per un vizio di forma, da quelle parti si parla di «cavillo» e di «giustizia dei ricchi». Una vita contro i cavilli dei padroni, e la prima vittoria da padrona arriva per cavillo.

Perché il merito è ancora tutto lì. Valentina Dadda e François Gelmetti furono assunti nel luglio 2024 con contratto fino al 2029. A febbraio 2025 erano fuori. Motivi: fiducia venuta meno, posta elettronica gestita male, «manifesta insoddisfazione». Un qualunque capo del personale si alzerebbe ad applaudire. Ora toccherà a lei, in aula, provare la giusta causa. Stavolta la busta arriva di sicuro.

Ieri i suoi legali spiegavano che 300mila euro sarebbero stati «devastanti»: nelle dichiarazioni 2023 e 2024 la loro assistita somma poco più di diecimila euro. È ciò che ogni piccolo artigiano dice al giudice del lavoro. Di solito, da sinistra, gli rispondono che i diritti non hanno prezzo.

E i due sfruttati? Qui la lotta di classe si complica. Oggi, scrive l’Ansa, gestiscono un b&b nel palazzo di famiglia di Dadda, sul Canal Grande. Carlo Goldoni, che a Venezia era di casa, scrisse «Il servitore di due padroni». L’eurodeputata l’ha rovesciato: la padrona di due servitori. E come in ogni commedia veneziana, al terzo atto si ricomincia con gli stessi equivoci.

Il Tribuno non fa il tifo: tra una padrona senza reddito e due proletari con vista Canal Grande, la plebe non saprebbe chi adottare. Registra che sabato Salis era al Lambretta sotto la stella rossa, e che nel suo partito Bonelli e Fratoianni scovano nemici del popolo perfino tra i principi. Tra i datori di lavoro, evidentemente, dipende.

La Corte ha deciso sulla notifica. Sulle ragioni, quelle vere, la parola torna a un giudice. E a due ex assistenti che l’indirizzo, ormai, lo conoscono.

Ave atque vale.

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