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Europa

Ilaria Salis condannata: dovrà risarcire con oltre 300mila euro i collaboratori licenziati

Bruno Bindel

Il Tribunale del Lavoro di Milano dà ragione ai due assistenti licenziati in tronco. L'eurodeputata resta contumace e dovrà risarcirli fino a fine legislatura. Lei annuncia appello.

Riassunto dell'articolo

Il Tribunale del Lavoro di Milano ha condannato in primo grado l'eurodeputata Ilaria Salis a risarcire con 300.900 euro due ex collaboratori licenziati senza giusta causa nel 2025. I contratti scadevano nel 2029, a fine legislatura europea. Salis, rimasta contumace, ha impugnato la sentenza. L'articolo analizza la distanza tra la retorica dei diritti dei lavoratori e la loro applicazione concreta.

Ilaria Salis condannata a risarcire con oltre 300mila euro i due collaboratori che aveva licenziato senza giusta causa. La sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano, depositata il 10 marzo ma resa nota soltanto ora, fotografa una vicenda che va ben oltre il caso giudiziario: racconta la distanza abissale tra chi predica i diritti dei lavoratori nelle piazze e chi li calpesta quando diventa datore di lavoro.

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Cosa prevede la sentenza del Tribunale di Milano

Il giudice Franco Caroleo, sezione Lavoro, ha accolto integralmente il ricorso dei due ex assistenti dell’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra. Il conto è preciso: 147.900 euro a uno, 153.000 all’altra, per un totale di 300.900 euro, più diecimila euro di spese legali.
La cifra non è casuale. Corrisponde ai compensi che i due avrebbero percepito fino al 16 luglio 2029, scadenza naturale dei contratti fissata alla fine della legislatura europea. Circa tremila euro al mese ciascuno, per sviluppare progetti legati al mandato parlamentare, gestire campagne ed eventi, curare i rapporti con le istituzioni.

Licenziati in tronco, dall’oggi al domani

I due collaboratori erano stati assunti nell’estate del 2024, subito dopo l’elezione di Salis al Parlamento europeo. Pochi mesi dopo, la lettera di recesso: effetto immediato, nessun preavviso, nessun tentativo di conciliazione.
Le motivazioni addotte? Il venir meno del “rapporto fiduciario”: in un caso una presunta “incompatibilità ambientale e personale”, nell’altro una “attività ritenuta insoddisfacente”. Formule vaghe che il giudice non ha ritenuto sufficienti a configurare la giusta causa.
Due persone messe alla porta senza il tempo di riorganizzare la propria vita. Esattamente il tipo di trattamento che la sinistra denuncia, a parole, in ogni vertenza sindacale.

La datrice di lavoro che non si presenta in aula

C’è poi il dettaglio processuale che pesa come un macigno. Salis non si è costituita in giudizio: è rimasta contumace. E poiché l’onere di provare la giusta causa spetta al datore di lavoro, la sua assenza ha di fatto consegnato la vittoria ai ricorrenti.
L’eurodeputata contesta tutto: sostiene che la notifica degli atti non le sia mai arrivata, definisce la vicenda “surreale” e ha già presentato appello, dicendosi fiduciosa nel secondo grado. Sarà la giustizia a stabilire come andrà a finire. Ma intanto la sentenza di primo grado parla chiaro, e parla di lavoratori licenziati senza una ragione valida.

Chi predica i diritti e chi li applica

Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli ha parlato di “atto meschino” che umilia i lavoratori. Maurizio Gasparri ha sintetizzato: “Predicano bene, ma razzolano malissimo”. Matteo Salvini si è limitato a un ironico “spiace” sui social, mentre la Lega ha affondato il colpo: “Maledetta giustizia ungher… ah no”.
Battute a parte, il punto politico è serio. La tutela del lavoro non è uno slogan da corteo: è una pratica quotidiana, fatta di contratti rispettati, preavvisi, dignità riconosciuta a chi presta la propria opera. Su questo terreno si misura la credibilità di chi pretende di rappresentare gli ultimi.

Un filo rosso che parte da lontano

Questa condanna non arriva nel vuoto. Il curriculum extraparlamentare di Ilaria Salis era già segnato dalla vicenda delle case popolari e del debito con Aler, e dall’uso del seggio europeo come scudo giudiziario, che avevamo raccontato nel confronto impietoso con le dimissioni di Carola Rackete.
Occupazioni rivendicate come diritto, immunità invocata come rifugio, e ora due lavoratori licenziati in tronco. Ogni tessera del mosaico conferma la stessa immagine: la militanza dei diritti funziona benissimo, finché i diritti sono quelli degli altri. Quando toccano il proprio portafoglio, la paladina degli ultimi si comporta come il padrone che dice di combattere.

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