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Italia

Il documentario di Innocenzi contro la carne pagato anche dal magnate vegano: nuova grana per Report

Antonio Antipari

Il Giornale rivela: tra i finanziatori del docufilm contro gli allevamenti anche Michiel Van Deursen, fondatore di Capital V e giurato dei fondi UE per l'innovazione. Innocenzi minimizza, ma il caso esplode mentre Ranucci risponde al Codice etico della Rai.

Riassunto dell'articolo

Il documentario Food for Profit di Giulia Innocenzi, trasmesso da Report su Rai 3 e visto da due milioni di telespettatori, è stato finanziato anche da Michiel Van Deursen, imprenditore olandese fondatore di Capital V, fondo che investe solo in aziende di cibo vegetale, membro della giuria dell'European Innovation Council. Innocenzi ha confermato il contributo di 5mila euro definendolo «una non notizia» e rivendicando la trasparenza della lista dei finanziatori. Il caso, sollevato da Il Giornale e oggetto di due interrogazioni parlamentari, esplode mentre Sigfrido Ranucci è sotto esame della Commissione per il Codice etico della Rai, che lo ha audito per cinque ore su fonti, inchieste e rapporti con Valter Lavitola.

I finanziatori di Food for Profit diventano un caso. Il documentario di Giulia Innocenzi contro gli allevamenti intensivi, mandato in onda da Report davanti a due milioni di telespettatori, è stato pagato anche da Michiel Van Deursen, imprenditore olandese che investe esclusivamente nel settore vegano. Lo ha rivelato Il Giornale, e la stessa Innocenzi ha confermato, liquidando tutto come «una non notizia».
Ma la notizia c’è, eccome. E arriva nel momento peggiore possibile per Sigfrido Ranucci, appena uscito da cinque ore di audizione davanti alla Commissione per il Codice etico della Rai.

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Chi è Michiel Van Deursen, il magnate vegano dietro Food for Profit

Van Deursen non è un donatore qualsiasi. È il fondatore di Capital V, società di venture capital che finanzia soltanto startup e aziende del cibo a base vegetale, con l’obiettivo dichiarato di eliminare gli animali dalla produzione alimentare. Siede inoltre nei consigli di amministrazione di aziende di carne vegetale come Heura e The Vegetarian Butcher.
Il suo programma lo ha messo nero su bianco lui stesso: «Ci impegneremo a difendere i diritti degli animali esercitando pressioni sui funzionari governativi e sui responsabili politici affinché creino leggi che proteggano gli animali e promuovano il veganismo».
Non basta. Van Deursen è anche membro della giuria dell’European Innovation Council, l’organismo del programma Horizon Europe che distribuisce alle imprese un budget di 10,1 miliardi di euro di fondi comunitari. E la prima di Food for Profit si è tenuta proprio al Parlamento europeo. Il cerchio si chiude da solo: un lobbista del cibo sintetico finanzia un documentario contro la carne, lo presenta a Bruxelles e intanto siede dove si decidono i fondi europei per l’innovazione alimentare.

La difesa di Innocenzi: «Una non notizia»

La giornalista di Report ha risposto su Facebook. Ha rivendicato di aver raccolto personalmente i 350mila euro necessari alla produzione e di aver pubblicato sul sito del film la lista completa di fondazioni e cittadini finanziatori, «in totale trasparenza». Il contributo di Van Deursen, precisa, ammonta a 5mila euro. E chiude con una frase che vale un programma: «Di potenziali conflitti di interessi è pieno il mondo».
Già. È esattamente la frase che Report non ha mai accettato da nessuno dei suoi bersagli. La questione, infatti, non è l’entità del bonifico: è che due milioni di telespettatori del servizio pubblico hanno visto un atto d’accusa contro gli allevamenti italiani senza sapere che tra i produttori c’era chi guadagna dalla fine di quegli allevamenti. Sul caso sono già state presentate due interrogazioni parlamentari.

Il caso Innocenzi arriva mentre Ranucci è sotto esame in Rai

Il tempismo è micidiale. Lunedì Ranucci è stato ascoltato per cinque ore dalla Commissione per il Codice etico della Rai: al centro, il rapporto con le fonti, la genesi di alcune inchieste e i legami con Valter Lavitola, oggi indagato come presunto mandante dell’attentato di Pomezia. Un’estate in cui il volto simbolo del giornalismo d’inchiesta è passato dall’altra parte del tavolo: da chi interroga a chi risponde.
Il copione lo conosciamo. Per anni la trasmissione di Rai 3 ha costruito il proprio prestigio sul sospetto sistematico: un finanziamento opaco, una cena sbagliata, una fotografia bastavano a costruire un teorema. Ora che il metodo Report viene applicato a Report, la risposta è che si tratta di «non notizie».
Il servizio pubblico, pagato dal canone degli italiani, merita di più. Merita le stesse regole di trasparenza che Report pretende da tutti gli altri. A partire da chi paga i suoi documentari.

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Antonio Antipari
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