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I Rostri / Il corsivo del Tribuno Rostri

Ranucci, un Sancho Panza che si crede Don Chisciotte

Il Tribuno del Popolo

Non si accorse per anni dell’amico che gli apparecchiava la tavola e la bomba. Ora scorge una regia mondiale da Washington a Tel Aviv. E il suo stesso campo gli manda un filosofo per farlo scendere da cavallo.

Riassunto dell'articolo

L’articolo satirico della rubrica I Rostri commenta le dichiarazioni di Sigfrido Ranucci che, presentando il suo libro a Lavarone, ha evocato una regia internazionale dietro le proprie vicende, citando figure come Trump, Musk, Bezos e Netanyahu. Il pezzo ricorda che, secondo l’ordinanza sul caso Lavitola, Ranucci è parte lesa ed estraneo all’attentato del 16 ottobre 2025, ma partecipava al progetto di candidatura politica coltivato dall’amico reo confesso. La satira registra inoltre le critiche giunte dallo stesso campo progressista, con l’invito pubblicato da un editorialista di area a porre un limite alle letture complottistiche. Il paragone letterario è con Sancho Panza che si crede Don Chisciotte.

Nell’immortale romanzo di Cervantes cavalcano due uomini. Il primo è un hidalgo impoverito che ha letto troppi libri di cavalleria: carica i mulini a vento credendoli giganti, ma lo fa per un ideale, e nella sua follia c’è una nobiltà che commuove da quattro secoli. Il secondo è lo scudiero: un uomo pratico, concreto, che non crede ai giganti ma segue il padrone per una ragione precisa. Gli è stata promessa un’isola da governare.
A Lavarone, tra i boschi del Trentino, presentando il proprio libro, Sigfrido Ranucci ha recitato il capitolo che Cervantes non scrisse mai: quello in cui Sancho Panza, rimasto solo, indossa l’elmo del padrone e comincia a vedere giganti dappertutto. Una regia chiara, un piano globale, una guerra partita da più in alto e da più lontano. E giù nomi: Trump, Musk, Bezos, Bannon, Peter Thiel, Netanyahu, la destra americana, Palazzo Chigi. Mancano all’appello soltanto il Priorato di Sion e gli alieni di Roswell, ma la stagione televisiva è lunga e confidiamo nel recupero.
Ora, il Tribuno è uomo di lettere e sa riconoscere un archetipo. Don Chisciotte era folle, ma la sua follia era pura: non ci guadagnava nulla, anzi ci rimetteva ossa e denti. Qui invece l’isola c’era, ed era apparecchiata con cura. Si chiamava candidatura, si chiamava guida del campo progressista, e il governatore designato — stando a quanto documenta l’ordinanza sul caso Lavitola — partecipava ai preparativi con lo zelo del funzionario: cene mensili con il gran cerimoniere e perfino la correzione di proprio pugno dei quesiti del sondaggio sulla propria candidabilità. Sia chiaro, e lo ripetiamo con la solennità dovuta: per il giudice l’uomo è parte lesa, estraneo alla bomba, vittima della raffinata astuzia dell’amico fraterno. Ma è proprio questo il punto che consegna la vicenda alla letteratura.
Perché delle due l’una. Il più celebre segugio d’Italia, l’uomo che fiuta trame nei consigli di amministrazione e nei ministeri, possiede una vista così acuta da distinguere a occhio nudo una regia che unisce Washington, Tel Aviv e Palazzo Chigi. Eppure la stessa vista, per anni, non ha colto l’unico complotto realmente esistente: quello seduto al suo tavolo, tra uno spaghetto alle vongole e l’altro, con tanto di reo confesso. Il gigante non era nella Silicon Valley. Ordinava il vino.
E qui arriva il colpo di teatro che nemmeno Cervantes avrebbe osato. A togliere l’elmo di Mambrino dalla testa del nostro non è stato un cavaliere nemico, non è stata la destra cattiva, non sono stati i giornali dei poteri forti. È stata la sua parrocchia. Il quotidiano che per decenni lo ha incensato come martire laico gli ha spedito, con il garbo delle buone famiglie, un filosofo: e il filosofo gli ha spiegato che al complottismo serve un limite, che i fili invisibili e le centrali occulte non si possono evocare all’infinito, che l’ostilità politica verso una trasmissione non autorizza a proclamare la congiura universale. Tradotto dal filosofico: caro Sigfrido, quello non è l’elmo di un cavaliere. È una bacinella da barbiere.
Quando ti scomunica la tua stessa curia, non sei più un martire: sei il parente imbarazzante al pranzo di Natale, quello che tutti ascoltano fissando il piatto. Lo avevamo del resto già annotato su queste colonne: i santini di quel campo cadono uno a uno, e la sospensione di Report aveva già incrinato l’aureola. La novità è che ora l’incenso lo spengono in sacrestia.
Un consiglio, dal Tribuno, gratuito come quelli che il nostro dispensava a cena: rilegga Cervantes fino all’ultima pagina. Scoprirà che Sancho, alla fine, l’isola la governa davvero per qualche giorno — e capisce che governare è un mestiere ingrato, restituisce tutto e se ne torna a casa dal suo asino. C’è ancora tempo per il finale dignitoso. I mulini, nel frattempo, continueranno a girare: fanno il loro mestiere, macinano grano. Non congiure.
Ave atque vale.

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One response

  1. Box Libri ha detto:

    Un ritratto davvero azzeccato. Benazzi ha centrato il punto: Stefano Di Marino (o Stephen Gunn, come imparammo a conoscerlo in tanti) era una macchina da guerra della narrativa popolare, di quella vera, che non si dava arie nei salotti ma si guadagnava ogni lettore riga dopo riga nelle edicole.

    I suoi Segretissimo con Chance Renard mi hanno fatto compagnia per anni durante viaggi, turni di notte e serate storte. Aveva un ritmo pazzesco nel raccontare l’azione e le arti marziali, robe che puoi scrivere bene solo se le conosci davvero da dentro, col corpo prima che con la penna.

    Ci manca tantissimo la sua generosità espressiva e la sua fame di raccontare. Un pezzo davvero doveroso per ricordare chi ha tenuto viva la fiamma dell’avventura italiana senza mai vergognarsi del genere.

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