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Europa

L’UE dà altri 6,1 miliardi a Kiev. Cinque giorni prima, l’inchiesta anticorruzione era arrivata all’Ufficio di Zelensky

Chiara Morganti

Al vertice dei volenterosi Bruxelles annuncia nuovi fondi per la difesa aerea ucraina. Ma l'operazione "Forrest Gump" del NABU tocca i vertici del potere di Kiev, gli americani disertano il tavolo e il canale negoziale vero passa altrove. L'Europa paga, non conta, e non controlla.

Riassunto dell'articolo

Il 24 agosto 2026, al vertice della coalizione dei volenterosi a Kiev per il 35° anniversario dell'indipendenza ucraina, la Commissione europea ha approvato un pacchetto da 6,1 miliardi di euro per difesa aerea, missili, munizioni e radar. Cinque giorni prima, il 19 agosto, il NABU aveva lanciato l'operazione "Forrest Gump", con perquisizioni alla vicecapa dell'Ufficio del Presidente Iryna Mudra e alla banca statale Sense Bank per un presunto riciclaggio di 150 milioni di grivne legato alla cauzione dell'ex ministro Galushchenko. Gli Stati Uniti erano assenti dal vertice; la missione degli inviati Witkoff e Kushner a Kiev e Mosca è stata rinviata, mentre Lavrov ha confermato la disponibilità di Putin a riceverli. L'articolo sostiene che l'UE eroga fondi crescenti senza sedere al tavolo negoziale e senza condizionalità adeguate sull'uso delle risorse.

Il 24 agosto la coalizione dei volenterosi si riunisce a Kiev, nel giorno del trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza ucraina. Il vertice, in formato ibrido e presieduto da Francia e Regno Unito, serve a riaffermare il sostegno a Kiev e a discutere nuove misure di pressione su Mosca. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sceglie la giornata simbolica per annunciare l’approvazione di nuovi appalti nel settore della difesa: 6,1 miliardi di euro per sistemi di difesa aerea e antimissile, missili, munizioni e radar. Gli aiuti UE all’Ucraina toccano così un nuovo capitolo di spesa. C’è però un dettaglio che le cronache registrano di passaggio e che invece pesa più di ogni annuncio: gli Stati Uniti al vertice non ci sono. E cinque giorni prima, il 19 agosto, l’autorità anticorruzione ucraina aveva bussato alla porta dell’Ufficio del Presidente.

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Cosa prevede il pacchetto da 6,1 miliardi

Il pacchetto approvato dalla Commissione finanzia appalti per la difesa: sistemi antiaerei e antimissile, munizioni, radar. Von der Leyen lo presenta come la prova che il sostegno europeo è «incrollabile e concreto». La cifra si somma a un flusso ormai imponente: il prestito europeo da 90 miliardi a favore di Kiev, le tranche già erogate per il settore dei droni, il «Drone Deal» firmato a luglio, l’impegno da 70 miliardi annui per il 2026 e il 2027 discusso al vertice NATO di Ankara, di cui questo giornale aveva ricostruito la genesi analizzando la guerra dei nervi tra Mosca e Varsavia.
Sono risorse che escono dal bilancio dell’Unione e dalle garanzie degli Stati membri. Cioè dalle tasche dei contribuenti europei, italiani compresi. Una Nazione che ha pagato il prezzo energetico più alto della crisi di Hormuz, e che già alla Conferenza di Roma per la ricostruzione si era esposta con garanzie pubbliche per mobilitare capitali verso Kiev, oggi contribuisce a un nuovo esborso deciso a Bruxelles. Senza che nessun Parlamento nazionale abbia discusso la destinazione di quei fondi. E senza che nessuno, a Bruxelles, abbia sentito il bisogno di rispondere alla domanda più ovvia: chi garantisce che quei soldi arrivino dove devono arrivare?

L’operazione Forrest Gump e le ombre sul potere di Kiev

La domanda non è retorica. Il 19 agosto il NABU, l’Ufficio nazionale anticorruzione ucraino, e la procura specializzata SAPO hanno lanciato l’operazione «Forrest Gump»: perquisizioni nella residenza di Iryna Mudra, vicecapa dell’Ufficio del Presidente, del deputato Vadym Stolar e dell’ex deputato Maksym Mykytas, oltre che negli uffici della banca statale Sense Bank. Secondo gli inquirenti, una presunta organizzazione criminale avrebbe utilizzato l’istituto — nazionalizzato nel 2023 — per ripulire 150 milioni di grivne in contanti, circa 2,9 milioni di euro, destinati alla cauzione dell’ex ministro dell’Energia Herman Galushchenko, già travolto dall’inchiesta Midas. L’ordinanza dell’Alta Corte anticorruzione registra, tra il 22 e il 24 giugno, il trasporto sistematico di denaro contante «in sacchi e scatole» da parte di persone collegate all’Ufficio del Presidente. La difesa di Mudra respinge le accuse e parla di intercettazioni pubblicate fuori contesto: le indagini sono in corso e varrà, come sempre, la presunzione di innocenza.
Ma il quadro non si esaurisce in un singolo fascicolo. A luglio il NABU ha accusato Oleksandr Bankov, ex segretario di Stato del ministero degli Esteri, di aver dirottato 1,28 milioni di dollari di donazioni internazionali arrivate nei primi giorni dell’invasione. A gennaio l’inchiesta sulle tariffe verdi ha raggiunto Rostyslav Shurma, ex vicecapo dell’Ufficio presidenziale, oggi ricercato. E sullo sfondo resta il precedente del luglio 2025, quando il tentativo del potere di Kiev di ridimensionare proprio NABU e SAPO fu fermato solo dalle piazze. Zelensky non risulta indagato. Ma il cerchio delle inchieste si stringe attorno al suo entourage, mentre l’ex ministro della Difesa Fedorov, appena destituito, invoca elezioni che la legge marziale continua a rinviare. Bruxelles ripete che Stato di diritto e lotta alla corruzione sono condizioni del percorso di adesione. Poi, cinque giorni dopo che l’inchiesta ha toccato l’Ufficio del Presidente, approva altri 6,1 miliardi. Le due cose insieme non stanno.

Il vertice dei volenterosi e il tavolo che conta

C’è poi il secondo binario della giornata, quello che i volenterosi preferiscono non guardare. Mentre a Kiev si celebra, la missione degli inviati di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, prevista tra Kiev e Mosca, viene rinviata. Il ministro degli Esteri russo Lavrov conferma però che Putin resta pronto a riceverli. Il messaggio è trasparente: il Cremlino tiene aperto un solo canale, quello americano. Quello europeo, semplicemente, non esiste. È la conferma di ciò che avevamo documentato analizzando le condizioni di Mosca per la pace: nessuna mediazione europea, nessuna tregua preliminare, trattativa solo con chi ha peso reale sul terreno.
E il terreno, come raccontato nella nostra analisi sul fronte, continua a favorire Mosca. Nella stessa giornata del vertice arriva nella capitale russa anche l’inviato di papa Leone, monsignor Gallagher: perfino la Santa Sede dispone di un canale che Bruxelles non ha. Il quadro è impietoso. Al tavolo dove si decide siedono Washington e, ora, il Vaticano. L’Europa siede al tavolo dove si paga.

La miopia di chi firma assegni senza fare domande

Qui sta la miopia. Non nel sostenere una Nazione aggredita — posizione legittima e condivisa dalla coalizione di 34 Stati — ma nel modo in cui l’UE ha ridotto la propria politica estera a un bancomat. Bruxelles eroga miliardi con cadenza mensile, non ottiene alcun posto al negoziato, non subordina i versamenti a verifiche stringenti sull’uso dei fondi, e annuncia nuovi stanziamenti nella stessa settimana in cui gli inquirenti ucraini documentano sacchi di contanti in uscita dai palazzi del potere. Qualsiasi amministratore che gestisse così il denaro dei propri azionisti sarebbe chiamato a risponderne.
L’interesse europeo — quello vero, delle Nazioni che compongono l’Europa — richiederebbe l’esatto contrario: condizionalità reali sui fondi, tracciabilità di ogni euro, e soprattutto una presenza al tavolo negoziale proporzionata a ciò che si spende. Finché Bruxelles firmerà assegni senza fare domande, resterà ciò che è oggi: il finanziatore di una guerra sulle cui sorti non ha voce, e di un sistema di potere su cui i primi a fare domande, va riconosciuto, sono gli stessi organi anticorruzione ucraini. I contribuenti europei meriterebbero almeno la stessa serietà.

Fonti

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Chiara Morganti
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