Le proteste in Ucraina contro Volodymyr Zelensky hanno ottenuto in cinque giorni ciò che nessuna opposizione parlamentare era mai riuscita a fare: riscrivere la catena di comando di una Nazione in guerra. Il presidente ucraino ha rimosso il comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrsky sotto la pressione delle manifestazioni, dopo aver silurato il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov per compiacere lo stesso Syrsky. Il risultato è un potere che ha perso il controllo di sé stesso: la piazza detta le nomine, l’ex ministro rifiuta ogni incarico e i manifestanti fissano ultimatum al capo dello Stato.
Il rimpasto che ha acceso la miccia
Tutto comincia a metà luglio, con il rimpasto più vasto dell’intera presidenza Zelensky. Si dimette la premier Svyrydenko e al suo posto arriva Serhiy Koretsky, amministratore delegato del colosso energetico statale Naftogaz: è il terzo capo del governo dall’inizio del conflitto. Ma la mossa che incendia la Nazione è un’altra: la rimozione di Fedorov, il ministro della Difesa trentacinquenne che in sei mesi aveva rivoluzionato l’approccio bellico ucraino puntando su droni e tecnologia.
Fedorov era da mesi in rotta di collisione con Syrsky, il comandante in capo legato a una condotta di guerra tradizionale, fondata sull’impiego massiccio di fanteria. Ai deputati del suo partito, Zelensky ha ammesso che in un mondo ideale li avrebbe rimossi entrambi, ma che non poteva permetterselo. Ha scelto di sacrificare il ministro per salvare il generale. Ha sbagliato i conti.
La piazza sfida la legge marziale
Le manifestazioni esplodono immediatamente, a Kiev e poi a Leopoli, Odessa e Dnipro. Migliaia di persone in strada, in aperta sfida alla legge marziale che vieta gli assembramenti, con gli striscioni che ritraggono Syrsky come un ufficiale sovietico e lo battezzano «macellaio», il comandante che manda i soldati a morire.
Il 17 luglio Fedorov compie l’atto che trasforma la protesta in crisi di regime: un incontro pubblico di novanta minuti, da lui definito «una conversazione da adulti», in cui rivela i retroscena dello scontro con i vertici militari. Un ex ministro appena rimosso che parla alla Nazione sopra la testa del presidente: a Kiev non si era mai visto.
Non è la prima volta che la strada piega il potere ucraino. Era già accaduto nel luglio 2025, quando il tentativo di Zelensky di commissariare le agenzie anticorruzione aveva innescato le più grandi proteste dall’inizio dell’invasione, costringendolo alla retromarcia. E a inizio luglio la folla di Leopoli aveva assaltato i reclutatori dell’arruolamento forzato. La differenza è che stavolta la piazza non chiede di ritirare una legge: pretende di scegliere chi comanda l’esercito.
Zelensky cede: via anche Syrsky
Il 20 luglio il presidente capitola. Syrsky viene rimosso e al vertice delle forze armate sale Mykhailo Drapatyi, quarantatreenne gradito ai manifestanti. In cinque giorni Zelensky ha bruciato le due figure chiave del suo apparato militare: prima il ministro per placare il generale, poi il generale per placare la strada. Al ministero della Difesa, ad interim, siede intanto Yevhenii Khmara, proveniente dai servizi di sicurezza: una scelta che rafforza l’impressione di un presidente che si barrica dietro gli apparati invece di rispondere al malcontento su mobilitazione e condizioni al fronte.
Il rifiuto di Fedorov e l’ultimatum
La resa non basta. Fedorov ha respinto pubblicamente le offerte di Zelensky per un nuovo incarico di governo, lasciando il presidente con una mano tesa nel vuoto. E i promotori della protesta, guidati dal veterano Dmytro Koziatynskyi, hanno fissato la scadenza: se entro il 24 luglio l’ex ministro non tornerà alla Difesa, scatterà una «mobilitazione generale a tempo indeterminato».
Un capo dello Stato in guerra che riceve ultimatum dai suoi cittadini e rifiuti dai suoi ex ministri non è più un capo dello Stato nel senso pieno del termine. È un mediatore tra poteri che non controlla: la strada, l’esercito, gli apparati di sicurezza.
Un potere senza legittimità elettorale
Qui sta il nodo che la cronaca occidentale preferisce non toccare. Il mandato presidenziale di Zelensky è scaduto nel maggio 2024: da oltre due anni governa in proroga, in virtù della legge marziale, senza elezioni e senza alcuna verifica popolare. La sua legittimità non poggia più sulle urne ma sull’immagine di presidente della resistenza. Quando quell’immagine si incrina, non resta nulla: nessuna istituzione può difenderlo, perché nessuna istituzione lo ha investito di recente.
Ed è per questo che la piazza vince sempre. In una Nazione dove il voto è sospeso a tempo indeterminato, la manifestazione diventa l’unico strumento di espressione politica, e il presidente non può reprimerla senza demolire la narrazione democratica che lo distingue da Mosca. Il paradosso è compiuto: la democrazia ucraina, sospese le elezioni, si è ridotta al governo della folla.
L’Occidente paga, Mosca osserva
Da Bruxelles, silenzio operoso. Il commissario europeo alla Difesa si è detto «sorpreso» dal rimpasto: l’Unione che versa miliardi a Kiev apprende dai giornali chi guiderà l’esercito che finanzia. L’Europa continua a pagare il conto di uno Stato di cui non conosce né gli equilibri interni né la tenuta, mentre a Washington si ragiona ormai apertamente sul futuro dell’industria bellica ucraina.
E Mosca non ha bisogno di muovere un soldato per incassare il dividendo: il suo avversario si logora da solo, tra vertici militari decapitati dalla strada, un governo al terzo premier e un presidente che ha perso il monopolio delle nomine. Le proteste in Ucraina contro Zelensky non raccontano una democrazia vitale, come vuole la stampa allineata: raccontano un potere esausto, tenuto in piedi dai fondi occidentali e commissariato dalla propria piazza. La domanda che l’Europa dovrebbe porsi, prima di firmare il prossimo assegno, è la più semplice di tutte: chi comanda a Kiev?
Fonti
- Il Post – In Ucraina protestare funziona
- Open – Zelensky licenzia il capo dell’esercito Syrsky
- Euronews – Il rimpasto di guerra di Zelensky gli si ritorce contro
- Pagine Esteri – Zelensky tenta di rimediare all’ennesimo passo falso
- Askanews – Il caso Fedorov scuote l’Ucraina

