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Approfondimenti Politici

Sanzioni alla Russia: l’AfD al 40%, Vannacci sotto accusa, Kallas decide per tutti

Antonio Antipari

Domenica si vota in Sassonia-Anhalt con l'AfD oltre il 40%, il Financial Times bolla Vannacci come «cavallo di Troia», Salvini conta 40 miliardi persi. Intanto a Wicklow l'Alto rappresentante annuncia «le sanzioni più severe di sempre». Nessuno l'ha eletta.

Riassunto dell'articolo

L'articolo mette in sequenza tre fatti della prima settimana di settembre 2026: il voto in Sassonia-Anhalt del 6 settembre con l'AfD tra il 40 e il 42 per cento, l'inchiesta del Financial Times che definisce Roberto Vannacci «cavallo di Troia della Russia», e le dichiarazioni di Kaja Kallas a Wicklow sulle «sanzioni più severe di sempre» con 1.600 nuove designazioni. La tesi è che la linea di ostilità permanente verso Mosca non è mai passata da un voto popolare: l'Alto rappresentante e la presidente della Commissione sono nominati, il Parlamento europeo non ha ruolo sui pacchetti di sanzioni, i parlamenti nazionali non deliberano, e in Germania il Brandmauer esclude dal governo il 40 per cento degli elettori di un Land. L'analisi ricostruisce il costo economico (energia, Volkswagen, i 40 miliardi indicati da Salvini) e la dipendenza da Washington che ne deriva, e legge la delegittimazione dei dissenzienti come sostituto del confronto politico.

Punti chiave
  • AGI – Kallas: «La Russia vuole spaventare l'Ue con attacchi ibridi cinetici.…
  • Agenzia Nova – Kallas: «Attacchi ibridi, presto nuove sanzioni», 1.600 designazioni in…
  • Internazionale – Un voto fondamentale: i sondaggi in Sassonia-Anhalt
  • Eunews – Le dichiarazioni di Merz ad ARD sul voto in Sassonia-Anhalt

Chi decide le sanzioni alla Russia in Europa? La domanda sembra tecnica, ma questa settimana è diventata politica. Domenica 6 settembre la Sassonia-Anhalt vota con l’AfD tra il 40 e il 42 per cento, venti punti sopra la CDU del cancelliere Friedrich Merz. Il 1° settembre il Financial Times ha dedicato un’inchiesta a Roberto Vannacci definendolo «il cavallo di Troia della Russia in Italia». Lo stesso giorno, a Wicklow, l’Alto rappresentante Kaja Kallas ha annunciato che l’Unione prepara «le sanzioni più incisive mai adottate» contro Mosca. Tre fatti, una sola sequenza: gli elettori si muovono in una direzione, l’apparato annuncia l’opposta, e chi dissente viene marchiato.

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Sassonia-Anhalt, Futuro Nazionale, Salvini: cosa chiedono gli elettori sulla Russia

Partiamo dai numeri, che sono l’unica cosa che a Bruxelles non si discute. In Sassonia-Anhalt il candidato AfD Ulrich Siegmund, trentacinque anni, punta alla maggioranza assoluta del Landtag. Sarebbe la prima volta dal 1945 che il partito guida un Land. L’AfD è passata dal 4,7 per cento del 2013 al 20,8 delle federali del 2025, e sulla Russia la sua linea è nota: riapertura del Nord Stream, fine dell’invio di armi, negoziato. Il co-presidente Tino Chrupalla, come abbiamo raccontato nel nostro Fondo sui droni di Lipsia, ha accusato il governo di «doppia morale» per aver reagito a Mosca e taciuto sul sabotaggio ucraino del Nord Stream.

In Italia il quadro è meno vistoso ma converge. Vannacci, europarlamentare e fondatore di Futuro Nazionale, chiede da marzo di «accettare le condizioni russe» come base negoziale: neutralità ucraina, territori conquistati, nessun sistema NATO in Ucraina. Matteo Salvini, vicepremier e segretario della Lega, ha detto alle imprese italiane che le sanzioni «non fermano la guerra» e ha messo sul tavolo il conto pagato dalle aziende italiane. Non sono voci marginali: sono un vicepremier in carica, un eurodeputato con un partito nuovo e la prima forza d’opposizione del Bundestag.

Wicklow: cosa ha deciso Kallas e con quale mandato

A Wicklow, in Irlanda, si sono tenuti il 1° e 2 settembre il Consiglio Difesa informale e il Gymnich dei ministri degli Esteri. Kallas ha fissato la linea: la Russia «vuole spaventarci per dissuaderci dal sostenere l’Ucraina», ma «non ci riuscirà. Al contrario, aumenteremo il nostro sostegno». Poi il dettaglio operativo: 1.600 designazioni già pronte per il complesso militare russo, «forse ce ne saranno altre», i Patriot in scadenza da inviare a Kiev, il pacchetto di sanzioni «più sostanzioso» mai discusso.

Le riunioni informali non producono decisioni. Ma è proprio questo il punto: la direzione viene fissata lì, davanti ai giornalisti, da una persona che nessun cittadino europeo ha mai votato per quel ruolo. Kallas, ex premier estone, è stata scelta dal Consiglio europeo nel giugno 2024 con l’accordo della presidente della Commissione, come prevede l’articolo 18 del Trattato sull’Unione. Ursula von der Leyen, a sua volta, è stata proposta dai capi di governo e confermata dal Parlamento europeo: nessuno dei due nomi era su una scheda elettorale. Abbiamo già descritto la baltizzazione della politica estera europea: tre Nazioni da sei milioni di abitanti che orientano la postura di un continente da 450.

Chi decide le sanzioni alla Russia: il meccanismo e i suoi buchi

Qui va detta una cosa onesta, perché un lettore serio la obietterà: le sanzioni non le decide Kallas. Le adotta il Consiglio all’unanimità, in base agli articoli 29 del Trattato UE e 215 del Trattato sul funzionamento, su proposta congiunta dell’Alto rappresentante e della Commissione. Ventisette governi, tutti eletti. Dov’è allora il deficit democratico?

In tre punti precisi. Primo: il Parlamento europeo, l’unica istituzione votata direttamente, non ha alcun ruolo sui pacchetti di sanzioni. Viene informato, non consultato. Secondo: i parlamenti nazionali non votano. Il governo italiano dà il via libera in Consiglio, ma le Camere non hanno mai deliberato su un singolo pacchetto, e gli elettori non sono mai stati chiamati a esprimersi sul costo che ne deriva. Terzo, il più grave: in Germania il Brandmauer, la delibera CDU del 2018 che esclude qualsiasi collaborazione con l’AfD, trasforma il 40 per cento di un Land in un’opinione senza rappresentanza di governo. Merz lo ha detto ad ARD senza giri di parole: «Non riesco a immaginare investitori internazionali che partecipino a una cerimonia con un ministro-presidente dell’AfD». Il voto conta, purché vinca chi deve vincere.

Il risultato è un sistema in cui la scelta più pesante degli ultimi vent’anni, l’ostilità permanente con la potenza che ci fornisce energia e confina con noi per migliaia di chilometri, non è mai passata da un voto popolare in nessuna delle ventisette Nazioni.

Il prezzo pagato: energia, Volkswagen, i 40 miliardi italiani

Il costo non è un’astrazione. L’energia russa a basso prezzo era, come abbiamo scritto analizzando la trappola strategica di Merz, il primo pilastro della competitività industriale tedesca. Senza quel pilastro Volkswagen è passata a fabbricare armi e produrre in Germania costa il 70 per cento in più che in Ungheria. In Italia Salvini quantifica in 40 miliardi il conto delle sanzioni per le imprese.

E mentre l’Europa paga, Washington incassa. Gli Stati Uniti hanno sospeso per trenta giorni le proprie sanzioni sul petrolio russo quando Hormuz si è chiuso; von der Leyen ha risposto che «non è il momento di allentare». Il gas liquefatto americano sostituisce quello russo a prezzi più alti. Un’Europa senza energia a buon mercato è un’Europa che compra americano, si arma americano e allinea la propria politica estera a Washington. È esattamente la posizione che gli Stati Uniti hanno interesse a mantenere, e che Bruxelles difende con più zelo degli americani stessi.

“Cavallo di Troia”, “uomo più pericoloso”: quando il dissenso diventa colpa

Quando i numeri non tornano, l’apparato cambia registro: dal confronto alla squalifica. Lo Spiegel ha messo Siegmund in copertina come «l’uomo più pericoloso della Germania». Il Financial Times descrive Vannacci come strumento di Mosca, con «argomenti sorprendentemente vicini a quelli del Cremlino». I servizi tedeschi classificano l’AfD della Sassonia-Anhalt come «estremismo accertato». Il meccanismo è sempre lo stesso: non si discute se la linea sulla Russia sia giusta, si dichiara indegno chi la contesta.

Vannacci ha risposto alla stampa estera con una frase che vale per tutti: «Le accuse di essere filoputiniano mi fanno ridere, qualcuno ci campa». Si può non condividere la sua analisi. Ma un eurodeputato eletto con mezzo milione di preferenze che propone un negoziato non è un agente straniero: è un rappresentante che fa il suo mestiere. Trattarlo da infiltrato significa dire agli elettori che il loro voto era un errore.

L’Europa delle Nazioni contro l’Unione delle nomine

La distinzione che questa testata ripete da mesi torna qui in forma nuda. L’Europa è un insieme di popoli che votano, e stanno votando in modo sempre più chiaro per la fine dell’ostilità con Mosca. L’Unione è un apparato di nomine che ha trasformato quella ostilità in dottrina permanente, senza mai sottoporla a un voto. Le due cose non coincidono più, e domenica in Sassonia-Anhalt lo scarto diventerà un numero ufficiale.

Chi decide le sanzioni alla Russia, dunque? Formalmente ventisette governi. Sostanzialmente una linea fissata da un Alto rappresentante non eletto, difesa da una presidente della Commissione non eletta, protetta da un cordone sanitario che esclude dal governo chi la contesta. Non è una dittatura nel senso dei carri armati. È qualcosa di più moderno: un potere che non ha bisogno di vietare il voto, perché ha già deciso che il voto non cambierà nulla. I popoli europei stanno chiedendo altro. La domanda è quanto a lungo un’Unione può ignorare i popoli che dice di rappresentare.

Fonti

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