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Europa

Von der Leyen e Timmermans hanno ucciso l’auto europea: Volkswagen ora fabbrica armi

Antonio Antipari

Blume definisce la situazione "più che critica": 50.000 esuberi, quattro stabilimenti condannati e Osnabrück in trattativa con l'industria bellica. La prima manifattura civile d'Europa muore per una scelta ideologica presa a Bruxelles. E il riarmo diventa l'ammortizzatore sociale del disastro.

Riassunto dell'articolo

Volkswagen attraversa la crisi più grave della sua storia: nel primo semestre 2026 il margine operativo è sceso al 3,8% con ricavi fermi a 158,1 miliardi di euro. Il gruppo ha avviato 50.000 esuberi, giudica non redditizi gli stabilimenti di Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm e tratta con Rafael Advanced Defence Systems la riconversione militare di Osnabrück per componenti dell'Iron Dome. Il riarmo tedesco, con un bilancio difesa 2026 di 108,2 miliardi destinato a salire a 162 entro il 2029, assorbe la capacità industriale espulsa dal settore civile. L'articolo attribuisce la responsabilità politica della crisi al Green Deal europeo di Ursula von der Leyen e Frans Timmermans, in particolare al bando dei motori termici dal 2035.

C’è una data che gli storici dell’economia europea segneranno sul calendario. Il 24 agosto 2026 Oliver Blume, amministratore delegato di Volkswagen, ha definito la crisi Volkswagen “più che critica” e ha ammesso che il gruppo sta trattando con le aziende della difesa per riconvertire lo stabilimento di Osnabrück. Tradotto: la più grande casa automobilistica d’Europa non riesce più a vivere producendo automobili. Per sopravvivere, dovrà produrre armi.
Non è un incidente di percorso. È il capolinea di una traiettoria decisa a tavolino. E i nomi di chi ha disegnato quella traiettoria sono noti: Ursula von der Leyen, che nel dicembre 2019 lanciò il Green Deal come “momento uomo sulla Luna” dell’Europa, e Frans Timmermans, il commissario che ne fu l’esecutore ideologico con il pacchetto Fit for 55 e il bando ai motori termici dal 2035. Questo articolo è il loro processo. Politico, non penale: davanti alla storia e davanti alle Nazioni europee.

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I numeri del collasso: la crisi Volkswagen in cifre

Partiamo dai fatti, perché l’accusa regge solo se i numeri sono veri. E i numeri sono devastanti.
Nel primo semestre 2026 i ricavi del gruppo sono rimasti fermi a 158,1 miliardi di euro, ma il risultato operativo è crollato del 12 per cento e il margine si è fermato al 3,8 per cento. Blume è stato esplicito: sotto il 4 per cento non si finanziano nuovi prodotti, nuove tecnologie, nuovi impianti. Il gigante non genera più abbastanza cassa per restare un gigante.
La sovraccapacità produttiva in Europa è stimata in 500.000 veicoli l’anno. Mezzo milione di automobili che nessuno compra più. Il piano di ristrutturazione prevede 50.000 esuberi complessivi: per circa 37.000 lavoratori gli accordi di uscita sono già stati firmati. E per quattro stabilimenti storici — Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm — Blume ha pronunciato la sentenza: nessuna possibilità che restino redditizi negli anni Trenta.
Zwickau merita una menzione speciale. Era la fabbrica simbolo della svolta elettrica, il gioiello riconvertito al 100 per cento alle batterie per obbedire alla linea di Bruxelles. Oggi è nella lista dei condannati. La fabbrica più “verde” del gruppo è tra le prime a morire.

Osnabrück: dalle automobili ai missili

Ed eccoci al cuore della notizia. Che cosa intende Blume quando parla di “soluzioni industriali” con il settore della difesa?
Il dossier concreto lo ha rivelato il Financial Times in primavera: Volkswagen tratta con l’israeliana Rafael Advanced Defence Systems per trasformare Osnabrück — dove la produzione automobilistica cesserà entro il 2027 — in un polo per componenti dei sistemi antimissile Iron Dome. Autocarri pesanti per il trasporto dei missili, lanciatori, generatori. In palio ci sono circa 2.300 posti di lavoro.
Rheinmetall, che aveva visitato l’impianto nel 2025, si è sfilata: preferisce ampliare le proprie capacità a Kassel. Ma la direzione è segnata, e riguarda l’intera filiera tedesca. ZF Friedrichshafen sviluppa la propulsione per il futuro carro armato europeo. Schaeffler ha firmato contratti per motori destinati ai droni militari. Il tessuto industriale che per settant’anni ha motorizzato il continente si sta riconvertendo, pezzo per pezzo, alla guerra.
Un dettaglio storico dà la misura dell’evento: Volkswagen non produce direttamente armamenti dalla Seconda guerra mondiale. Ottant’anni di vocazione civile si chiudono così, non per una scelta strategica, ma per disperazione industriale.

Il riarmo tedesco come ammortizzatore sociale

Dall’altra parte della bilancia c’è l’unico settore tedesco che nuota nell’oro. Il bilancio della difesa 2026 sale a 82,7 miliardi di euro, oltre 20 in più rispetto all’anno precedente; con il fondo speciale della Bundeswehr si arriva a 108,2 miliardi. La bozza 2027 già stanzia 109,7 miliardi di bilancio base, e la pianificazione approvata dal governo Merz porta la spesa annuale a 162 miliardi entro il 2029.
È il grande riarmo che avevamo raccontato in tempi non sospetti nel nostro approfondimento sul ritorno di Berlino come potenza militare, e che passa anche dal ritorno della leva obbligatoria voluto da Merz. Ora quel fiume di denaro pubblico assume una funzione ulteriore: fare da ammortizzatore sociale al collasso dell’automotive.
Chiamiamo le cose con il loro nome. Quando lo Stato usa le commesse militari per assorbire gli operai espulsi dalle fabbriche civili, non siamo davanti a una politica industriale. Siamo davanti a un’economia di guerra in tempo di pace, nata per nascondere le macerie di una politica fallita. E come abbiamo documentato analizzando la trappola strategica in cui si trova Merz, la Germania arriva a questo appuntamento senza energia russa a basso costo, senza ombrello americano garantito e con un’industria in ginocchio.

Il j’accuse: von der Leyen, Timmermans e il tradimento dell’Europa

Perché l’auto europea è arrivata a questo punto? La concorrenza cinese esiste, i costi tedeschi sono fuori scala — il numero uno di Mercedes ha certificato che produrre in Germania costa il 70 per cento in più che in Ungheria. Ma la concorrenza si combatte. La follia ideologica, no: si subisce.
Il Green Deal crisi auto è un nesso che ormai nessun osservatore onesto può negare. Il bando ai motori endotermici dal 2035, votato nel 2023 su spinta di Timmermans, ha imposto all’industria una data di morte per la sua tecnologia di punta — quella su cui l’Europa aveva un vantaggio competitivo secolare — regalando alla Cina, padrona delle batterie e delle terre rare, il monopolio della tecnologia sostitutiva. Nessuna potenza industriale nella storia aveva mai decretato per legge l’obsolescenza del proprio settore strategico più avanzato.
Von der Leyen ha firmato la strategia. Timmermans l’ha eseguita con lo zelo del commissario politico, per poi abbandonare Bruxelles nel 2023 e tornare a fare carriera in Olanda, lasciando ad altri il conto. Quel conto oggi ha una forma precisa: 50.000 famiglie tedesche, quattro stabilimenti condannati, mezzo milione di veicoli di capacità da smantellare. E non è un caso isolato: è lo stesso schema che abbiamo visto con la crisi Electrolux e i 1.719 esuberi figli del medesimo impianto ideologico.
Se le parole hanno un senso, questo si chiama tradimento dell’Europa. Non dell’Unione, delle sue direttive e dei suoi commissari: dell’Europa vera, quella delle Nazioni, delle fabbriche, del lavoro e del primato tecnologico costruito in un secolo. Chi ha imposto quella traiettoria sapendo — perché i costruttori lo avevano detto, scritto, gridato — che avrebbe distrutto milioni di posti di lavoro, deve risponderne. Un processo politico e storico alla classe dirigente che ha firmato il Green Deal non è un’iperbole polemica: è un atto dovuto verso chi paga.

Che cosa resta dell’Europa industriale

Il paradosso finale è tutto qui. Bruxelles ha smantellato l’industria che dava lavoro a milioni di europei in nome di un’ideologia, e ora finanzia il riarmo per riempire i capannoni svuotati da quella stessa ideologia. Prima la decrescita imposta, poi le armi come rimedio. È la fotografia di una classe dirigente che non governa i processi: li subisce, e li fa pagare ai popoli.
L’Europa delle Nazioni avrebbe un’altra strada: neutralità tecnologica, revisione immediata del bando 2035, energia abbondante e a basso costo, difesa del proprio patrimonio manifatturiero come questione di sovranità. Il 4 settembre il consiglio di sorveglianza di Volkswagen tornerà a riunirsi sul piano di ristrutturazione. Qualunque cosa decida, la lezione è già scritta nei capannoni di Osnabrück: quando la politica abbandona l’industria, l’industria finisce per fabbricare armi. E la responsabilità ha nomi e cognomi.

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